Io ti salverò, un thriller psicanalitico

Alfred Hitchcock ha saputo ideare una serie di grandi capolavori ancora adesso apprezzati e lodati. Sono tanti i film che hanno fatto la storia del cinema e che portano la sua firma. Anche se il maestro del brivido – come viene spesso soprannominato – ha ben altre pellicole degne di nota, oggi tratteremo di Io ti salverò.

È un film forse “minore”, ma che riserva allo spettatore diversi elementi particolari che possono interessare. Famosissima è la sequenza onirica, ma non solo. Preponderante è il tema della psicanalisi, usato da Hitchcock sovente come grimaldello per mostrare la complessità della psiche umana.

Io ti salverò e l’esordio di Gregory Peck

Io ti salverò non è un film ricco di personaggi. I principali sono identificabili in Ingrid Bergman e Gregory Peck. La prima intepreta la protagonista femminile, una dottoressa, di nome Constance Petersen che lavora in una clinica psichiatrica. Subito si innamora di Antonio Edwardes, un nuovo dottore che arriva alla clinica, ma che mostra subito un comportamento molto strano.

Il personaggio più controverso è proprio questo, in quanto si scoprirà essere John Ballantyne, un uomo che soffre di amnesia e che potrebbe aver ucciso il vero Edwardes. Il mistero al centro è abbastanza chiaro e lineare, non vi sono grandi intrecci degni di altre pellicole di Hitchcock. Tuttavia, la grande capacità attoriale di Gregory Peck è probabilmente il fiore all’occhiello del film. Qui Peck è ancora giovanissimo, al suo quarto film e primo vero lavoro importante.

La difficoltà interpretativa di Io ti salverò si mostra non tanto nell’età giovane dell’attore – sappiamo che attori ben più giovani hanno esordito in ruoli anche più complessi – quanto nel fatto che il personaggio di Ballantyne giochi profondamente tra sogno e realtà. Lo sguardo perso nel vuoto di Gregory Peck in certe inquadrature suscita, complici naturalmente musica e fotografia, una grande inquietudine nello spettatore, eppure una forte curiosità.

Il sogno e la psicanalisi

Come ben sappiamo, Alfred Hitchcock era profondamente influenzato dalla psicanalisi nelle sue pellicole. Psycho e Marnie sono due tra gli esempi più emblematici di come il “maestro del brivido” abbia dedicato sempre ampio spazio alle teorie psicanalitiche nei suoi lavori. Io ti salverò parte da un presupposto un po’ banale, acuito peraltro dalla scelta del titolo italiano che in inglese invece è Spellbound (che sarebbe “incantato”), quello di una storia di fiducia di presunta innocenza senza troppi colpi di scena se non il finale. Nessuno, però, mette in dubbio la certezza della protagonista, lo spettatore non pensa mai che sia effettivamente Ballantyne ad aver commesso l’omicidio.

Questa assenza di sospetto viene compensata proprio dall’uso della psicanalisi. Il momento in cui, attraverso l’analisi del sogno, si disgrega il mistero circa il passato di Ballantyne è un sofisticato modo di rivelare allo spettatore ciò che effettivamente da sempre sapeva. Alla sequenza onirica Alfred Hitchcock tenne tantissimo, tanto da farla curare da Salvador Dalì. L’artista si dedicò anche a più sequenze di quelle che vediamo: fu tagliata una in cui Ingrid Bergman addirittura si trasformava in una statua della dea Diana.

Nel progetto di Hitchcock in generale la scena del sogno doveva durare molto di più e essere anche più complessa. Secondo molti la psicanalisi in questa pellicola è gestita quasi come la sequenza del sogno: è un elemento astratto non troppo definitivo, dove di scientifico e sicuro ha ben poco e sembra una soluzione per un male più spirituale che psicologico. Se è vero che media o comunque non eccezionale è la resa in questo senso, è anche vero che Io ti salverò non pretende, come altri film di Hitchcock, di affermare la logica a dispetto dell’irrazionale.

Un thriller sofisticato

Io ti salverò è una pellicola che risulta profondamente sofisticata e che rivela tale elaborazione formale e contenutistica in elementi apparentemente marginali. Bene la sequenza onirica, bene la scelta di casting, ma il film ha davvero piccoli pregi, che partono anche ad esempio dalla citazione iniziale.

La colpa… non è delle stelle, ma nostra” è la frase che si legge all’inizio ed è tratta dal Giulio Cesare di William Shakespeare. Una citazione molto interessante perché pone al centro l’idea di colpa, presente nel film e nella filmografia tutta di Hitchcock, ma la relaziona a un elemento naturale. Infine, la risposta: la colpa è nostra. Qui nuota e si immerge allo stesso tempo l’irrazionale, la forza potente di una passione, di un incanto, l’incanto del titolo, l’incanto dell’inizio e del primo sguardo che Constance dà al suo paziente e poi al suo amore.

Più che nella freddezza dell’analisi della psiche, Io ti salverò sembra muoversi sul sentiero della poesia, come di poeti Constance dibatte con John:

Costance: Eppure nessuno ha fatto tanto male all’umanità come i poeti.
John: Be’, i poeti forse sono un po’ svagati, ma non direi che sono cattivi.
Costance: Sì, ma tutte quelle loro esagerazioni sull’amore… fanno credere che si tratti di chissà che cosa, di un volo d’angeli!
John: Il che non è, vero?
Costance: No, affatto!

PANORAMICA RECENSIONE

regia
soggetto e sceneggiatura
interpretazioni
emozioni
Silvia Argento
Silvia Argento
Laureata triennale in Lettere Moderne e due magistrali in Filologia Moderna e Editoria e scrittura cum laude. È docente di letteratura italiana e latina, scrittrice e redattrice, autrice di un saggio su Oscar Wilde e della raccolta di racconti «Dipinti, brevi storie di fragilità».

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