lunedì, 27 Settembre, 2021

Sette serie tv sull’empowerment femminile

Negli ultimi anni molto si è parlato – e a ragione – del grande e articolato tema dell’empowerment femminile. Si tratta di un concetto ben più complesso della semplicistica “forza insita nelle donne” che spesso si sente ingenuamente citare, e molto più vicino invece ad un processo di autodeterminazione che comporta la riscoperta e la riappropriazione del sé. Il medium televisivo è sempre stato, sin dalla sua nascita, specchio dei tempi: ha riflesso cambiamenti storici, sociali e politici. Non solo, beninteso, attraverso la cronaca, ma anche per mezzo dell’intrattenimento, della finzione filmica e seriale. Per questa ragione, la serialità televisiva non ha potuto fare a meno di manifestare all’interno dei propri contenuti questa rinnovata presa di coscienza femminile.

Empowerment

Sono ancora moltissime ad oggi le serie tv (e le pellicole) che purtroppo si fanno portatrici -auspicabilmente, loro malgrado – di una visione prettamente maschile se non addirittura maschilista. Ma alcuni prodotti di serialità, più o meno recenti, possono vantare di aver fornito alle spettatrici una rappresentazione della donna verosimile, concreta e non condizionata da uno sguardo maschile. Nello specifico, sette serie televisive, provenienti dalle più alte sfere della quality television ma anche della sit-com come dello sperimentalismo televisivo, hanno reso questo sullo schermo con ottimi risultati.

1. Fleabag (Phoebe Waller-Bridge, 2016-2019)

Fleabag è drammaticamente inopportuna e insieme inconsolabilmente persa nei meandri della propria vita. È disperata ma è anche un’entusiasta, ironica ma al contempo irrimediabilmente cinica, traumatizzata e irriverente. Ride di tutto e soffre in silenzio. È impulsiva ma pondera instancabilmente qualsiasi pensiero le passi per la mente. È la voce fuori dal coro della famiglia e contemporaneamente è l’elemento che la lega insieme. Ama e odia gli uomini, ama e odia il lavoro, ama e odia la propria vita, ama e odia se stessa. Parla molto, talvolta troppo, e nulla le passa inosservato. Fleabag è una comune giovane donna e assieme è una galassia a sé stante, un’entità umana complessa, imperfetta e profondamente reale; un personaggio tanto azzeccato quanto sono capaci la mente e la penna di chi l’ha scritto, la lodevole e ad oggi – meritatamente – lanciatissima Phoebe Waller-Bridge (che aveva ideato la protagonista per un monologo teatrale omonimo e pluripremiato).

Empowerment

In Fleabag, l’impeccabile processo di scrittura e di creazione del personaggio è coadiuvato da uno sperimentalismo narrativo. Ciò che forse contraddistingue la serie (2 stagioni per un totale di 12 episodi da 25 minuti circa, reperibile su Amazon Prime Video), infatti, è la non convenzionale ma perfettamente efficace rottura della quarta parete. In questo modo, la protagonista crea un collegamento diretto tra la propria persona e l’entità spettatoriale, mettendo a parte il pubblico dei suoi pensieri e delle sue osservazioni. Così, tramite un engagement quasi obbligato dalla stessa mente autoriale, lo spettatore si fa partecipe del processo di costituzione identitaria di Fleabag, che passa necessariamente per le tappe di una presa di coscienza di sé, del proprio presente, del proprio passato (nella prima stagione) e del proprio futuro (nella seconda).

2. Unorthodox (Anna Winger e Alexa Karolinski, 2020)

Esty (soprannome di Esther, interpretata dalla mirabile Shira Haas), la protagonista di questa miniserie distribuita da Netflix, è la perfetta incarnazione del concetto di empowerment femminile. Nelle quattro puntate in cui si sviluppa, ognuna della durata di poco meno di un’ora, viene trasposto sullo schermo il percorso di riscoperta del sé messo in atto dalla giovane diciannovenne, che sin dalla nascita ha vissuto secondo i rigidi paradigmi della comunità ultra-ortodossa chassidica di Brooklyn. Costretta ad allontanare la propria passione per la musica e a sposarsi in tenerà età con l’impacciato ed enigmatico Yanky (Amit Rahav), avverte il gravoso peso della propria quotidianità e decide di scappare alla volta di Berlino.

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Unorthodox è uno dei più minuziosi e curati prodotti che la quality television contemporanea abbia offerto ai suoi spettatori negli ultimi tempi. Una regia (di Maria Schrader), una fotografia e un montaggio estremamente puliti e lineari permettono allo spettatore di focalizzarsi sulla magnetica performance della talentuosa attrice principale, che domina lo schermo incontrastata interpretando la potente sceneggiatura di Anna Winger e Alexa Karolinski (tratta dall’autobiografia di Deborah Feldman Unorthodox: the scandalous rejection of my hasadic roots).

L’attenzione nel rendere verosimilmente la realtà ultra-ortodossa è forse pari solo a quella nel trasporre sullo schermo la complessa e travagliata evoluzione psicologica della protagonista, che prendendo coscienza di sé si vede costretta a rinunciare alla realtà che ha sempre conosciuto. È un percorso di autodeterminazione non facile quello di Esty, che sceglie di fuggire (letteralmente e metaforicamente) dall’austero tragitto che la sua comunità prevede per lei, e che la vede come mero oggetto volto ai soli scopi riproduttivi e casalinghi. Il suo personalissimo esodo le consentirà di scoprire cosa significhi per lei essere non solo donna, ma persona a tutto tondo, entità umana dall’incontenibile impulso vitale.

3. Girls (Lena Dunham, 2012-2017)

Quasi nulla lega la precedente miniserie a Girls, se non l’ambientazione newyorkese, che è però in questo caso sinonimo di possibilità anziché reclusione. È la New York dell’amore, del lavoro, delle passioni e del malessere, la New York dell’irrefrenabile vitalità in tutte le sue forme quella vissuta dalle protagoniste della serie creata dalla sagace Lena Dunham: Hannah (la stessa Dunham), Marnie (Allison Williams), Jessa (Jemima Kirke) e Shoshanna (Zosia Mamet). Nel corso di sei stagioni, per un totale di 62 episodi (della durata variabile di poco più o poco meno di mezz’ora), la penna di Dunham si colloca perennemente sulla sottile linea di demarcazione tra dramma e commedia, altalenando tra irriverenti situazioni paradossali, empowerment e interrogativi esistenziali.

Quattro amiche a New York: le premesse pongono inevitabilmente il confronto con un altro prodotto, Sex & the city, ma Girls rifugge il paragone non replicando la natura vezzosa e modaiola della serie che l’ha preceduta e indagando la psiche, l’empowerment e le scelte delle protagoniste in un momento cruciale della loro esistenza. La mente autoriale esplora con cruda e drammatica onestà la vita di quattro donne complesse alle porte dell’età adulta, in cerca della propria strada, mentre si fanno spazio tra problemi della più varia natura.

La componente maschile non manca, certo: anzi, Girls regala al suo pubblico le apparizioni televisive di Adam Driver, Alex Karpovsky e Charlie Abbott, fra i tanti. Ma sono di ben altra matrice le sfide a cui sono sottoposte le protagoniste: il lavoro, l’affitto, la malattia, le ambizioni, il sostentamento economico, la dipendenza. Nel corso delle sue sei stagioni, fantasiose e mai banali, Girls lascia alla voce femminile lo spazio che merita, senza mai zittirla né rischiando di farla cadere nello stereotipo, ma esaminandone le molteplici sfaccettature.

4. La regina degli scacchi (Scott Frank e Allan Scott, 2020)

Nel 2020, una miniserie targata Netflix sconvolge il mondo della serialità. Si tratta di La regina degli scacchi, il prodotto seriale di matrice Netflix più visto di sempre (62 milioni di spettatori dal giorno della sua messa in onda). Ma non è certo questo l’unico merito della serie con protagonista Anya Taylor-Joy. La regina degli scacchi tratteggia il percorso di empowerment di un’incredibilmente giovane ed eccezionale self-made woman, Elizabeth (Beth) Harmon, capacissima scacchista sin dalla più tenera età. La piccola Beth, dai trascorsi infantili più che peculiari, trova come canale di sfogo alla sua vibrante intelligenza il gioco degli scacchi, e si affermerà ben presto nell’ambiente senza temere in alcun modo il confronto degli avversari, esclusivamente maschili.

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Il fatto che la serie sia ambientata durante gli anni Cinquanta, Sessanta e agli albori dei Settanta rende il percorso di empowerment di Beth ancora più degno di nota. La giovane ha modo di vedere i modelli femminili dell’epoca incarnati nelle donne che la circondano (in primis nella figura della madre adottiva, Alma, interpretata da Marielle Heller). Ciononostante, Elizabeth sceglie di non rendersi conforme alle aspettative di stampo patriarcale che permeano la società in cui vive e non si nega alla sua ascesa da scacchista. Questo potente racconto è avvalorato dai vari ulteriori meriti della serie: la performance magnetica della protagonista, una regia e un montaggio validi e a tratti addirittura arditi, o quantomeno fantasiosi, e una ineccepibile ricostruzione storica.

5. Frankie and Grace (Marta Kauffman e Howard J. Morris 2015-)

Il medium televisivo tende spesso ad associare la nozione di empowerment a quella dell’età giovanile, in rappresentazioni di giovani donne che affacciandosi al mondo acquisiscono coscienza di sé. Ma tale procedimento può avvenire anche in veneranda età, come illustrano le protagoniste di eponime di Frankie and Grace, interpretate rispettivamente da attrici di prim’ordine quali Lily Tomlin e Jane Fonda. Dopo matrimoni pluridecennali, entrambe si ritrovano, ormai ultrasettantenni, divorziate e sole, a poter contare solo sul supporto reciproco. Le due donne sono l’una l’opposto dell’altra: stravagante, creativa e hippie la prima, imprenditrice meticolosa e morigerata la seconda.

Le legano, tuttavia, gli anni trascorsi nell’ombra dei propri mariti (incarnati da Sam Waterston e Martin Sheen) e la necessità di riscoprire loro stesse e la propria strada in età anziana. La serie, distribuita da Netflix, si compone di sette stagioni per un totale di 94 episodi di circa mezz’ora. Dietro alle risate inevitabilmente innescate dallo stampo comedy ben riuscito del prodotto, dagli sketch sulla senilità e dalla profonda sinergia di Fonda e Tomlin (colleghe e amiche ultradecennali), però, prende forma il racconto identitario dell’empowerment di due donne imperfette ma esemplari, che dimostrano al pubblico come non sia mai troppo tardi per far sentire la propria voce e trovare il proprio posto nel mondo.

6. Big little lies (David E. Kelley, 2017-2019)

Caso singolare quello di Big little lies, la pluripremiata serie in due stagioni (14 puntate di circa 45 minuti) dal cast stellare. La peculiarità del prodotto sta, a differenza di quelli sopra elencati, nella scelta narrativa di affrontare un travagliato empowerment in divenire. Quando conosciamo le protagoniste, le “Monterey Five” – Madeline (Reese Witherspoon), Celeste (Nicole Kidman), Jane (Shailene Woodley), Renata (Laura Dern) e Bonnie (Zoe Kravitz) – sono tutte, chi più chi meno, ben lontane dall’idea di emancipazione femminile e tendono invece a ricalcare le nevrosi e gli atteggiamenti della madre casalinga di paese. Inizialmente, le loro attenzioni sono rivolte unicamente ai figli, ai mariti, agli eventi sociali di Monterey, la cittadina californiana in cui vivono. Ogni piccolezza del loro quotidiano diventa il pretesto per scatenare ire e frustrazioni, in una routine che affonda le proprie radici tra insicurezze e gossip.

Empowerment

Ma la brutalità degli eventi a cui le donne saranno costrette a far fronte le pone di fronte alla necessità di autodeterminarsi, emancipandosi e riscoprendo la propria identità. In questo modo, un impianto narrativo di stampo thriller si accosta curiosamente, ma in modo comunque efficace, al concetto di empowerment. Due, su tutti, i personaggi che meglio incarnano questa presa di coscienza: quello della giovane ragazza madre Jane Chapman, dal trascorso traumatico, e quello dell’elegante e dimessa Celeste Wright, che si impone nella prima stagione e occupa l’interezza della seconda. Oltre alle interessanti derive narrative, la serie è indubbiamente aiutata da un montaggio studiato e mai casuale e alle magistrali interpretazioni delle attrici protagoniste, a cui nella seconda stagione si aggiunge una sempre sublime Meryl Streep, nell’inedita veste di antagonista.

7. Sex education (Laurie Nunn, 2019-)

Storicamente la sfera sessuale è stata riportata a livello mediatico (cinematografico e televisivo) assumendo il punto di vista di un voyeurismo tipicamente maschile, e quindi drammaticamente antitetico rispetto alla visione femminile. Fortunatamente, la rappresentazione vigente si sta scardinando, e a fare da apripista per modalità narrative più verosimili e vicine alla percezione delle donne ci sono serie fresche e attuali, in primis Sex education. La serie (attualmente due stagioni, la terza in arrivo questo mese su Netflix), affronta i problemi e le difficoltà (spesso di natura marcatamente sessuale, come si evince dal titolo, ma anche amorose, scolastiche, personali e familiari) di un gruppo di liceali inglesi: Otis (Asa Butterfield), figlio della terapista sessuale Jean Milburn (Gillian Anderson), Eric (Ncuti Gatwa), Maeve (Emma Mackey) e i loro compagni.

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La serie, nei sedici episodi attualmente disponibili, imposta una corretta e coerente trattazione della sessualità femminile, nonché un’apprezzabile rappresentazione verosimile e non stereotipata di personaggi LGBTQI+. Inoltre, Sex education in più occasioni strizza l’occhio ad una giusta modalità di raffigurazione dell’empowerment femminile. Su tutti i casi, il più emblematico e apprezzato dalla critica e dal pubblico è quello dello storyline di Aimee, amica di Maeve, nella seconda stagione (a partire dall’episodio 3). Un filone narrativo articolato, quello della ragazza e delle conseguenze degli eventi traumatici cui è stata vittima, ma trattato contemporaneamente con potenza e candore, e soprattutto senza alcuna forma di retorica. Una rappresentazione realistica, credibile e scevra di un’ottica maschile: il tipo di prodotto che da tempo il pubblico femminile agognava.

Eleonora Noto
Laureata in DAMS, sono appassionata di tutte le arti ma del cinema in particolare. Mi piace giocare con le parole e studiare le sceneggiature, ogni tanto provo a scriverle. Impazzisco per le produzioni hollywoodiane di qualsiasi decennio, ma amo anche un buon thriller o il cinema d’autore.

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