Il nuovo film di Pawel Pawlikowski, Fatherland è uno dei titoli più discussi al Festival di Cannes 2026. Durante la conferenza stampa, Pawlikowski ha raccontato il suo approccio al cinema storico e il suo rapporto con il presente, offrendo una riflessione che ha attirato grande attenzione.
Il regista ha spiegato che il film nasce dal desiderio di osservare la storia attraverso lo sguardo intimo dei personaggi, evitando letture troppo legate all’attualità. Fatherland racconta un viaggio nella Germania del dopoguerra, seguendo la figura dello scrittore Thomas Mann e della sua famiglia in un contesto segnato da fratture politiche e personali.
Tra i protagonisti del film figurano Sandra Hüller, August Diehl e Hanns Zischler, in una produzione che punta a esplorare memoria, identità e appartenenza.

Pawel Pawlikowski – ” Viviamo in un mondo disorientante”
Nel corso della conferenza, Pawlikowski ha risposto a una domanda sul possibile parallelo tra il film e il presente storico. Il regista ha però preso le distanze da letture dirette, sottolineando la complessità del momento attuale. “Mi sento perso oggi“, ha dichiarato. “Viviamo in un’epoca senza precedenti, tra nuove tecnologie e un mondo digitale che cambia tutto. Per questo faccio film che si svolgono nel passato“.
Una posizione che conferma la sua distanza da interpretazioni politiche esplicite. Per Pawlikowski, il cinema non dovrebbe spiegare il presente in modo diretto, ma creare spazi narrativi aperti all’interpretazione dello spettatore.
Il regista ha anche ribadito la sua idea di cinema come esperienza immersiva più che didascalica. Le sue opere, ha spiegato, nascono da scene che suggeriscono e lasciano spazio all’immaginazione. Secondo Pawlikowski, questa distanza dal presente consente di evitare narrazioni autoreferenziali e di costruire storie più universali. Un approccio già evidente nei suoi lavori precedenti, come Cold War.
Fatherland, distribuito da Mubi, segna il ritorno del regista sulla Croisette dopo il successo ottenuto proprio a Cannes nel 2018. Il film è stato accolto come un’opera riflessiva, in linea con la poetica asciutta e contemplativa del suo autore. Tra domande sul presente e sguardi al passato, Pawlikowski conferma ancora una volta il suo stile: raccontare la storia per capire il presente senza nominarlo direttamente.
E a Cannes, anche il silenzio tra le sue parole sembra avere un peso preciso.
