Disney PlusParadise - recensione della seconda stagione di Dan Fogelman

Paradise – recensione della seconda stagione di Dan Fogelman

Paradise ha sorpreso tutti nella sua prima stagione: un thriller post-apocalittico ambientato in un enorme bunker sotteraneo nel Colorado.
Con un cast di prim’ordine guidato da Sterling K. Brown e James Marsden, è stato magnetico e interessante episodio dopo episodio. Dan Fogelman aveva costruito qualcosa di solido: un mistero avvincente, personaggi dalle personalità ambigue e un mix tra sentimentalismo ed emozione emotiva.
La seconda stagione, uscita su Disney+ il 23 febbraio, vede il suo cast arricchirsi con l’ingresso di Shailene Woodley in un ruolo ricorrente, da Enuka Okuma che, da ricorrente, passa a vera protagonista e Thomas Doherty in un ruolo determinato e fondamentale.
La storia si sposta finalmente fuori dal bunker, aprendo il mondo della serie in modo coraggioso. La terza stagione è già rinnovata, a conferma del seguito del pubblico.

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Paradise

Paradise seconda stagione – Trama

La seconda stagione riprende da dove la prima aveva lasciato: Xavier Collins (Sterling K. Brown) esce dal bunker e si avventura nel mondo esterno per trovare sua moglie Teri (Enuka Okuma), che credeva morta. Nel frattempo, il bunker continua a essere teatro di tensioni, alleanze fragili e personalità ambigue — su tutte Sinatra (Julianne Nicholson), la miliardaria dai moventi sempre oscuri di cui lo spettatore non riesce a fidarsi.
La trama gestisce due linee narrative in parallelo, una dentro e l’altra fuori dal bunker, costruendosi verso una nuova missione che aprirà le porte alla terza stagione. Ai misteri della prima stagione, se ne aggiungono di nuovi e l’attenzione passa dal bunker verso una nuova missione. Fogelman sa come tenere i fili in mano: non ci si perde mai e il disegno d’insieme è sempre leggibile. 

Paradise

Recensione

La scelta più interessante della seconda stagione è quella di spingere con più decisione sul versante fantascientifico. Il progresso tecnologico, le implicazioni di una civiltà sotterranea che convive con un esterno devastato, un mondo sconvolto da una catastrofe più surreale.
Questa stagione prende una direzione coraggiosa, e funziona. Il tema è affascinante e Fogelman lo gestisce con chiarezza, senza confondere lo spettatore nei dettagli. Le due linee narrative — dentro e fuori dal bunker — sono uno degli elementi più riusciti della stagione. Tengono viva l’attenzione su due fronti diversi e si alimentano a vicenda.Le prime quattro puntate però sono più lente. Alcune sottotrame vengono abbandonate frettolosamente, qualche personaggio secondario verrà eliminato in modo che sembra gratuito, lasciando più un senso di spreco che di dramma autentico.
Ma chissà, forse nella prossima stagione ci sarà una spiegazione anche per questo.

Più fantascienza, più mondo, qualche sbavatura

Una delle qualità indiscutibili di Dan Fogelman è la chiarezza. Sa costruire storie complesse in modo che lo spettatore non si perda mai. Sa cosa vuole comunicare e lo comunica. In Paradise questo si traduce in una narrativa che, pur con i suoi misteri, è sempre comprensibile e questo non è scontato per una serie di questo tipo. Il rovescio della medaglia è il sentimentalismo, che nella seconda stagione a tratti trabocca. Soprattutto nelle ultime puntate, alcuni momenti emotivi sembrano forzati come abbracci, confessioni, riconciliazioni nel bel mezzo di situazioni di crisi che nella realtà non lascerebbero spazio a tutto questo. Durante una catastrofe non ci si ferma a fare i conti con i propri sentimenti in modo così ordinato. Il dramma c’è, ma viene enfatizzato fino a togliere credibilità. È il marchio di fabbrica di Fogelman come autore, amplificato dal fatto che le situazioni questa volta sono più estreme.

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La forza dei protagonisti

Sterling K. Brown è ancora potente e credibile in ogni scena, Julianne Nicholson con il suo personaggio sempre sul filo del rasoio continua a essere magnetica. Il cast nel suo insieme regge e convince.
La colonna sonora rimane uno dei marchi di fabbrica della serie: potente, d’impatto, capace di amplificare il pathos in modo efficace senza mai diventare invadente.
E poi c’è la paranoia, che rimane intatta. Lo spettatore si trova in uno stato di sospetto costante: nessun personaggio è del tutto affidabile, nessuna alleanza è definitiva.
Chi ha tradito nella prima stagione potrebbe tradire ancora. Chi sembrava innocuo potrebbe rivelarsi pericoloso. Questo gioco di fiducia e diffidenza è ancora il meccanismo più riuscito della serie.

Conclusione

La seconda stagione di Paradise cresce ma non sempre in modo equilibrato. Prende rischi, allarga il mondo, introduce nuovi personaggi e nuove domande. Ma perde qualcosa per strada.
Resta una serie ben fatta tecnicamente, con una recitazione di alto livello e una capacità di tenere lo spettatore in allerta che poche serie riescono a mantenere. Il creatore della serie resta fedele alla sua visione, portando avanti un progetto intrigante e ipnotico.
La trama si è infittita e i nuovi personaggio fungeranno, probabilmente, da colonne portanti per lo svolgimento di nuovi eventi ancora più interessanti.

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La terza stagione è già confermata e lascia largo spazio all’immaginazione. Intanto è possibile recuperare la prima stagione su Disney+.

Trailer

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Interpretazioni
Sceneggiatura
Emozioni

SOMMARIO

La seconda stagione di Paradise conferma la potenza del cast e la paranoia della prima stagione, ma il dramma forzato pesa un po' sul risultato.
Margherita Miracolo
Margherita Miracolo
il cinema mi accompagna da quando ero bambina: prima come gioco, poi come rifugio e infine come passione coltivata tra visioni, approfondimenti e nuove scoperte. Dal cinema d'autore al blockbuster, ogni film è un'occasione per entrare in un mondo fatto di stimoli, emozioni e riflessioni

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