Dopo essersi distinto come grande esponente del cinema satirico contemporaneo, portando in sala e in TV, titoli sulla politica anglo-americana (The thik of it, Veep) e sull’invasione dell’Iraq (In the Loop, candidato agli Oscar 2010), Armando Iannucci, scozzese di chiare origini italiane, nel 2017 decide di alzare la posta, affrontando, sempre con la sua inconfondibile ironia, uno degli episodi più dibattuti e controversi della storia dell’Unione Sovietica: la morte di Stalin. Nasce così Morto Stalin, se ne fa un altro, tratto dal graphic novel firmato Fabien Nury e Thierry Robin. La pellicola, commedia nera a sfondo politico, ha raggiunto l’Italia in occasione del Torino Film Festival 2017 (premio FIPRESCI), e ha avuto un ottimo riscontro soprattutto nella critica europea, vincendo l’European Film Award come miglior commedia e venendo candidata a due BAFTA.

Morto Stalin, se ne fa un altro

Siamo nell’URSS del 1953. Nella Mosca atterrita dalle purghe staliniane, si sta tenendo un concerto di Mozart. Il dittatore baffuto si sta godendo la sua villa in villeggiatura e chiede una copia della registrazione del concerto. Ma quella sera non erano previste registrazioni e così il responsabile fa risuonare l’intera opera all’orchestra. Soltanto la pianista Marija (Olga Kurylenko) si rifiuta: Stalin ha sterminato la sua intera famiglia. Comprata a suon di rubli, la donna suona la sua parte ma, insieme al vinile consegna anche un bigliettino di insulti per il dittatore. L’orchestra ormai si rassegna ad essere purgata, ma la mattina dopo succede un fatto clamoroso: Stalin, a seguito di un ictus, muore. La lotta si sposta quindi dalla Resistenza civile ai palazzi governativi del Cremlino, dove nasce una vera e propria lotta per la successione, accompagnata alla solita paura di finire in un gulag, cui ormai i politici sono abituati. I protagonisti sono Laurentij Berija (Samuel Russel Beale), capo della Polizia segreta sovietica, Nikita Kruscev (Steve Buscemi), Georgij Malenkov (Jeffrey Tambor), vice di Stalin e di per sé suo successore, ma poco credibile per la sua debolezza, e i due figli del defunto dittatore Svetlana e Vasilij (Andrea Riseborough e Rupert Friend). Ne deriva un caos incontrollabile con protagonista anche l’Armata Rossa (esilarante il personaggio del generale interpretato da Jason Isaacs) e la folla, desiderosa di vedere la salma del leader. Iannucci ricostruisce con la sua irriverenza una delle pagine più misteriose della storia di Mosca. Ancora oggi nessuno sa con certezza cosa sia realmente accaduto in quei giorni di fuoco, e così la satira può venire utile per rappresentare quello che potrebbe essere accaduto, senza rinunciare a una rappresentazione bozzettistica e stereotipata della mentalità sovietica.

Morto Stalin, se ne fa un altro

Non è un caso che Morto Stalin, se ne fa un altro sia stato il primo film ad essere bandito dalla Russia dai tempi dello scioglimento dell’Unione Sovietica. Il leader dei conservatori russi Nikolai Starikov ha bollato il film di Iannucci come un atto ostile da parte della classe intellettuale britannica e come una guerra alla disinformazione finalizzata a screditare Mosca. Curiosa è stata anche la reazione del pubblico di fronte a questa messa al bando. Di solito le scelte del governo sono appoggiate da maggioranze quasi bulgare. Nel caso del provvedimento contro il film invece, l’opinione pubblica si è divisa in modo praticamente omogeneo tra favorevoli, neutrali e contrari al provvedimento, con il 58% degli intervistati che si è persino dichiarato pronto ad andare a vedere il film in sala qualora fosse stata revocata la censura. Un caso simile, almeno dal punto di vista della reazione governativa, a quello occorso per The Interview da parte della Corea del Nord.

Morto Stalin, se ne fa un altro

Molti storici e accademici hanno criticato il film per le sue molte inesattezze storiche, alcune delle quali anche piuttosto grossolane (ad esempio, Molotov non era più Ministro degli Esteri nell’anno della morte di Stalin). Tuttavia, nell’economia e nel tono che il film si propone di assumere, tali errori finiscono di essere di poco conto, in primis perché la vicenda trattata è una vicenda che nessuno conosce a menadito, e di conseguenza si possono accettare tranquillamente i dati (credibili) forniti dalla pellicola. E poi perché queste discrepanze storiche sono tutte fortemente giustificate da un fine narrativo. La carica addossata erroneamente a Molotov, per riprendere l’esempio di prima, serve a dimostrare inequivocabilmente la sua indole di forte adesione e fedeltà al regime staliniano anche di fronte agli errori dei suoi cari (la moglie è stata imprigionata per resistenza). Gli viene sempre rimproverato qualcosa da parte degli altri ministri e lui, ogni volta, anziché far valere le sue ragioni, chiede scusa, vergognandosi profondamente per l’accaduto. Gli errori storici in Morto Stalin, se ne fa un altro, insomma, assumono i connotati di semplici (efficacissime) licenze poetiche che il regista si prende per non rinunciare al suo stile.

Morto Stalin, se ne fa un altro

Indubbiamente il punto di vista occidentale, e anglosassone in particolare, si fa sentire molto nei toni narrativi che contraddistinguono il film. I ministri che lottano per la successione a Stalin sono uno meno credibile dell’altro. Oltre ad essere spesso ridicoli nei comportamenti, temendo sempre ripercussioni severe in caso di gaffe quando il segretario è ancora in vita, essi sono dei veri e propri squali, pronti a tutto pur di vedere accresciuto il proprio potere. In questo senso il peggiore di tutti risulta essere Berija. All’epoca Primo Ministro, il capo della polizia segreta già allora era accusato di ogni male: si diceva fosse un maniaco sessuale con tendenze pedofile, che fosse perennemente assetato di potere e che fosse un cospiratore nato (qualcuno addirittura arrivò a dire che la morte di Stalin avvenne per mano sua). Tutte queste nefandezze del suo carattere vengono portate all’estremo nel film di Iannucci, facendo diventare Berija di gran lunga il personaggio peggiore del film, molto più dello stesso Stalin. Del dittatore infatti, comprendiamo la crudeltà “solo” attraverso la messa in pratica dei provvedimenti (per tutto il film si sentono spari della polizia segreta e vengono stampate liste di persone da eliminare). Della crudeltà del Primo Ministro ne abbiamo invece contezza attiva, tanto che alla fine la scena della sua eliminazione fisica ha i connotati di una risoluzione delle problematiche più gravi.

Morto Stalin, se ne fa un altro

Ma anche il resto della fauna dei pretendenti non sembra essere degna di una potenza qual era l’URSS. C’è l’incapace con il potere (Malenkov, che di fatto si fa governare da tutti gli altri), c’è il carrierista incallito (Kruscev, che pur di esserci nei momenti clou va al Cremlino in pigiama) e c’è l’uomo del passato (Molotov, autore del patto russo-tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale, ma ormai completamente fuori dai giochi). Tutti e tre, nonostante una goffaggine di fondo, desiderano vincere, e ben presto identificano il nemico da sconfiggere in Berija, alleandosi in un modo assolutamente conforme ai loro caratteri. La loro ambizione li spinge a escogitare trame intricate per farsi lo sgambetto l’un l’altro ed emergere come nuovi leader. Una delle battute più belle di Morto Stalin, se ne fa un altro, la pronuncia Kruscev. Non appena sopraggiunge alla villa in campagna dove Stalin è morto sua figlia Svetlana, sia Berija sia Kruscev le corrono incontro per consolarla. Allora Kruscev dice al suo compagno, col quale stava progettando strategie contro Berija: “Come fai a correre e a complottare al tempo stesso?”. È questo il tono generale che assume la pellicola lungo tutto il suo corso. Più che i ministri di una delle più potenti nazioni del globo, sembrano dei bambini che giocano agli indiani. Il potere da un lato è la molla che li spinge ad agire ma dall’altro è anche una patata bollente. Essere il capo vuol dire avere tutti contro, come dimostra l’inquadratura finale, con un Kruscev ormai leader assoluto dell’URSS a teatro, osservato con uno sguardo malizioso da Breznev, l’uomo che gli prenderà il posto.

Morto Stalin, se ne fa un altro

Iannucci non le manda a dire, e attacca con sfrontata irriverenza una delle dittature peggiori del Novecento, sottolineando come essa non si potesse dire conclusa nemmeno con la morte del suo baffuto istitutore. In questo senso il titolo della versione italiana (una volta tanto) funziona alla perfezione. Morto Stalin, se ne fa un altro suggerisce una tendenza difficilmente estirpabile dalle mentalità degli statisti sovietici, di repressione di rivali e oppositori, che di fatto si potrà dire conclusa solo con Gorbacev negli anni Ottanta, molto più che il freddo e parzialmente fuori tema The death of Stalin della versione originale.

Morto Stalin, se ne fa un altro è una buona commedia satirica, intelligente come se ne sono viste poche negli ultimi anni, ma senza essere mai eccessivamente demenziale, cosa che avrebbe stonato visto il contesto, comunque delicato e poco ilare, che si propone di rappresentare sullo schermo.

Voto Autore: 3 out of 5 stars

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