Madi Makambu è il nuovo film della regista congolese Machérie Ekwa Bahango, premiato a Venezia con il Premio La Biennale di Venezia nell’ambito della quattordicesima edizione di Final Cut in Venice. Il progetto, una coproduzione tra Repubblica Democratica del Congo, Francia e Belgio, si concentra su una giovane donna alle prese con la violenza, l’ingiustizia sociale e le conseguenze di un passato che torna a condizionare il suo presente. Il riconoscimento rappresenta un’importante occasione per un’opera ancora in fase di post-produzione e per una cinematografia, quella congolese, che la regista considera ancora troppo poco conosciuta a livello internazionale.
Madi Makambu, una storia di amore e sopravvivenza
Al centro del film ci sono Madi e Djino, due giovani amanti la cui relazione viene sconvolta dalla nascita di un bambino. Madi partorisce infatti un figlio di cui Djino non è il padre, dopo aver attraversato una gravidanza che ha cercato di negare e nascondere. La nuova situazione costringe entrambi a confrontarsi con un passato difficile e con responsabilità che non avevano previsto.
La protagonista diventa così il punto di osservazione attraverso cui Ekwa Bahango racconta una realtà segnata da violenza e disuguaglianze. La giuria del Final Cut in Venice ha premiato il progetto proprio per la capacità di seguire una giovane protagonista «autentica ed elettrizzante», impegnata a confrontarsi con una realtà fatta di violenza e ingiustizia sociale.
Per la regista, la materia dei suoi film nasce direttamente dalla realtà quotidiana. Ekwa Bahango, che si è formata da autodidatta, considera il cinema uno strumento attraverso cui dare voce a esperienze spesso ignorate. Già con il cortometraggio Sema aveva affrontato la condizione delle donne sopravvissute a stupri e violenze nella parte orientale del Congo. Un’esperienza che ha influenzato profondamente il suo modo di concepire il cinema e il rapporto con i personaggi femminili.
Il suo percorso era proseguito con Maki’la, lungometraggio presentato alla Berlinale e dedicato a bambini che vivono per strada. Con Madi Makambu, la regista porta avanti questa attenzione verso personaggi costretti a sopravvivere in circostanze difficili, mantenendo però una prospettiva fortemente legata alla complessità dell’esperienza femminile.

Il significato del Final Cut in Venice
Il premio assume un valore particolare perché Final Cut in Venice non è un riconoscimento tradizionale assegnato a un film già concluso, ma un programma del Venice Production Bridge dedicato a opere ancora in fase di post-produzione. Dal 2013 l’iniziativa intende supportare il completamento dei film provenienti dall’Africa e da Giordania, Iraq, Libano, Palestina, Siria e Yemen; e dare un’opportunità ai loro produttori e registi di presentare i film in lavorazione a operatori e distributori internazionali con lo scopo di facilitarne la post-produzione, promuovere eventuali partnership di coproduzione e l’accesso al mercato.
Nel 2026 il programma ha selezionato sei lungometraggi e si è svolto dal 6 all’8 settembre. Madi Makambu ha ottenuto il Premio La Biennale di Venezia del valore di 10.000 euro, destinato al miglior film in post-produzione.
In un contesto cinematografico nel quale molte produzioni provenienti da aree meno rappresentate faticano ancora a trovare finanziamenti, distribuzione e visibilità internazionale, il riconoscimento può quindi avere un peso che va oltre il semplice valore economico. Per Ekwa Bahango significa soprattutto avvicinare Madi Makambu al pubblico internazionale e contribuire a dare maggiore spazio al cinema della Repubblica Democratica del Congo.
La regista rivendica infatti la necessità che il suo Paese possa raccontarsi attraverso le proprie immagini, senza essere definito esclusivamente dalle etichette con cui viene osservato dall’esterno. «Siamo una grande nazione che deve scrivere e riscrivere la propria storia», afferma Ekwa Bahango. E il cinema, per lei, rappresenta uno degli strumenti attraverso cui questa storia può finalmente essere raccontata.
