Recensioni FilmMade in EU - La recensione del film di Stephan Komandarev

Made in EU – La recensione del film di Stephan Komandarev

Presentato nella sezione spotlight di Venezia.82, Made in EU (2025) è un altro film da mettere in evidenza tre le opere di Stephan Komandarev, regista bulgaro schierato, dall’ottima scrittura, che parla al e del suo presente, risvegliando indignazione e reazione alle ingiustizie sociali.

Made in EU – Trama

Già distintosi con il suo precedente notevole Blaga Lessons dove approfondiva il mondo delle truffe telefoniche ai danni degli anziani, qui Komandarev ci trasporta in una cittadina di montagna dove la protagonista Iva (Gergana Pletnyova), lavora in una fabbrica tessile, gestita tra gli altri anche dal fratello, con turni massacranti e stipendio bassissimo, dipendente in gran parte da bonus che impongono ulteriori ore di lavoro per raggiungere risultati produttivi praticamente impossibili.

Made in EU

Iva si ammala di una febbre persistente, che la debilita. Le danno vitamine e paracetamolo. Ancora nessuno immagina possa essere coronavirus, responsabile della prima pandemia contemporanea, ma una volta dato il nome al virus, Ima diventa la paziente zero. Alla velocità della luce tutta la cittadina si infetta: questo crea un rallentamento enorme dei lavori, compresa la produzione della fabbrica tessile di Iva, costretta a sospendere attività e a perdere vari guadagni mentre il numero delle vittime comincia ad aumentare. Purtroppo anche tra parenti ed amici.

La rabbia, la paura e l’impotenza dell’intera comunità esplodono e prendono come bersaglio Iva ritenuta responsabile della catastrofe medica. Ne fa le spese anche il figlio della donna che vorrebbe lasciare il paese e andare in Germania in cerca di nuova vita e nuova fortuna.

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Tra isolamenti, boicottaggi, perdite di lavoro e quarantene, Iva si ritrova a vivere in una gabbia dentro una gabbia dove regnano rancore cieco ed ingiustizie palesi, in cui i veri responsabili, se mai si possono individuare, sono altri.

Made in EU – Recensione

Komandarev in barricata: intreccia denuncia di sfruttamento del lavoro in un paese della civilissima Europa con il tema dello sragionamento collettivo dovuto al panico nei giorni cruciali del covid. Da una parte operaie bulgare sottopagate, stipate in stanzoni senza nessuna distanza di sicurezza, senza luce sufficiente, schiave di stipendi ricattatori, senza tutele, cuciono cappotti su cui la Comunità Europea orgogliosamente metterà il proprio simbolo (Made in EU da cui il titolo) a garanzia della (inesistente) diversità con i prodotti concorrenti cinesi.

Dall’altra il nodo cruciale della psicopatia pandemica, la caccia all’untore, la necessità del capro espiatorio, per difendersi da un dolore non controllabile. Made in EU è un racconto che interconnette bugie e paure, politica del sospetto e malessere economico, in un mondo di guerra tra poveri dove ogni soluzione sembra uno sfogo temporaneo contro un problema che risiede altrove ed è più grande.

Made in EU

Guerra tra poveri tra politica del sospetto e malessere economico

Corruzione tra polizia ed imprenditori sfruttanti, aziende sanitarie al collasso, omertà, approssimazione, paraocchi, il medico anziano che mette sotto la lente d’ingrandimento l’impossibilità della donna di essere il paziente zero, non essendosi mai mossa dalla cittadina, una perdita di prospettive nella gioventù locale che sogna condizioni migliori altrove per mancanze di sbocchi laddove è nato.

Komandarev tira a segno su bersagli sensibili, che tutti sanno e pochi affrontano, parlando di assunzioni di responsabilità, di futuri impossibili, chiedendo risposte politiche ad istituzioni che fingono di non sentire e tirano avanti. La narrazione, meno stretta del solito, è ripartita in cinque momenti fondamentali in cui la vicenda si complica e precipita.

Nessun commento ai fatti, essenzialità nelle riprese, Made in EU utilizza spesso inquadrature fisse, che attendono e ascoltano da un esterno come se lo sguardo fosse quello di un osservatore attento, ma estraneo alla situazione. Esattamente come corpo estraneo diventa progressivamente Iva, martire designata di una paese già paralizzato prima della sciagura pandemica.

Made in EU

Made in EU ha un piglio dritto, diretto e addolorato, che ci trasporta dentro questo difficile slice of life, dimostrando come da radici compromesse si possa generare solo qualcosa di inquinato, marcio, mettendo bocca su una vicenda che appartiene alle nostre latitudini e al nostro recentissimo e critico passato.

La fotografia predilige il grigio, in interno e in esterno, per ambienti quasi congelati da un tempo fintamente moderno, ma che arranca su se stesso per essere quello che ancora non è in grado di essere. Made in EU mantiene la sua epica drammaticità nella compostezza del dolore della protagonsita, che diventa un’Ifigenia crocifissa già prima del ciclone Covid.

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Made in EU

Made in EU – Cast

La Pletnyova è dolce e fragile, consapevole di una croce ingiusta, non abdica alla propria spina dorsale così come alla sua grazia.

Komandarev ancora una volta dipinge un mondo che ha del male al suo interno prima ancora che il male accidentale lo colpisca e ne faccia scempio: a ricordarci che la natura umana ha questa deviazione in sé, e ne fa sfoggio, spesso, nel modo più stupido e più autolesionista che si possa immaginare.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Ima operai sfruttata in una piccola industria tessile di una cittadina di montagna si ammala. La comunità crede sia Covid e la ritiene la paziente zero. A seguito dell'inevitabile contagio la donna si ritrova sola, emarginata, senza amici e con difficoltà al lavoro. Ritratto della psicosi pandemica in un piccolo centro già inquinato da modelli produttivi disumani e oppressivi: da radici malate vengono figli malati. La difficoltà di mantenere la schiena dritta e la paura ed il bisogno come mezzi di s-ragionamento degli uomini.
Pyndaro
Pyndaro
Cosa so fare: osservare, immaginare, collegare, girare l’angolo  Cosa non so fare: smettere di scrivere  Cosa mangio: interpunzioni e tutta l’arte in genere  Cosa amo: i quadri che non cerchiano, e viceversa.  Cosa penso: il cinema gioca con le immagini; io con le parole. Dovevamo incontrarci prima o poi.

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