Madame Bovary – La recensione del film tratto dal classico di Flaubert

Nel 2014 viene realizzato un adattamento cinematografico di Madame Bovary, il celeberrimo romanzo scritto da Gustave Flaubert nel 1856 e passato alla storia come uno dei più grandi classici della letteratura mondiale. Si tratta della nona (e, allo stato attuale delle cose, ultima) trasposizione sul grande schermo della vicenda della protagonista eponima; una pellicola che si muove sulle tracce dei precedenti illustri, realizzati da nomi del calibro di Jean Renoir (che realizzò un’operazione speculare nel 1933) e Claude Chabrol (1991) passando per l’hollywoodiano Vincente Minnelli (1949). Il film in questione è diretto da Sophie Barthes, al suo secondo lungometraggio dopo Cold souls (2009). La stessa regista ha curato la sceneggiatura assieme al produttore Felipe Marino. Il film (della durata di 118 minuti, attualmente disponibile su Amazon Prime Video), rispecchia i toni del romanzo inserendosi nel registro del genere drammatico.

Madame Bovary

La trama del film

Trattandosi di una fedelissima trasposizione del romanzo di Flaubert, il lungometraggio ne recupera pedissequamente la trama portando sulla scena la vicenda della protagonista eponima, la Madame Bovary – Emma – del titolo. La ragazza, dopo la morte della madre, su volere del padre ha completato la propria educazione in un contesto religioso. Ormai divenuta una donna, Emma (Mia Wasikowska) convola a nozze con un giovane e promettente medico, Charles Bovary (Henry Lloyd-Hughes). Data la stabilità insita nella figura del promesso sposo, il padre non esita a dare la propria approvazione per il matrimonio, e la stessa Emma dopo anni di repressione religiosa pare gradire l’idea della promettente unione con Charles. A nozze avvenute, Emma si trasferisce nella casa dell’uomo, situata a Yonville, un piccolo paesino della campagna francese.

Mentre inizia ad apprezzare la genuinità della modesta vita di paese, la ragazza fa la conoscenza di svariati abitanti del luogo: il subdolo e manipolatorio commerciante Monsieur Lheureux (Rhys Ifans), il gioviale infermiere Monsieur Homais (Paul Giamatti) e il giovane studente Leon Dupuis (Ezra Miller). Quest’ultimo, che sin da subito si dimostra meritevole dei favori di Emma, non nasconde sin dalle prime fasi della loro conoscenza un interesse per lei. Parallelamente Emma, subendo la quotidianità della vita di provincia, inizierà a viverla come tediosa e monotona, E, allo stesso modo, quello che in un primo momento si era rivelato un marito amorevole, attento e accondiscendente si trasformerà ai suoi occhi in un coniuge fastidioso e soffocante. Per distrarsi dall’ammorbante routine, Emma si rifugerà in relazioni extra-coniugali e lussi smodati, realizzando forse troppo tardi che proprio svaghi di questa natura rischiano di condurla all’autodistruzione.

Madame Bovary: una trasposizione non scorretta né valorizzante

Nell’operazione di adattamento di un grande classico (specialmente letterario, come in questo caso) dalla pagina al grande schermo, una produzione si trova di fronte ad un bivio. Può scegliere la via – certamente impervia ma, se riuscita, estremamente lodevole – della variazione, dell’arricchimento, dell’intesa giocosa con il medium filmico. Il primo esempio che si affaccia alla mente, in questo senso, forse anche per prossimità rispetto all’opera di Flaubert in quanto a matrice letteraria francese, è il caso costituito da Les Misérables: dopo svariati tentativi di trasposizione più o meno efficaci, nel 2012 con Tom Hooper l’opera di Victor Hugo viene affiancata al genere musical sfociando in un film tanto monumentale quanto lo era l’originale letterario. D’altro canto, una produzione può scegliere di indirizzarsi verso la via – forse più facile, a rischio di rivelarsi meno efficace e sorprendente – della fedeltà, dell’aderenza all’originale, come avviene in questo caso.

Il Madame Bovary di Barthes si colloca sulla scia del rispetto più assoluto nei confronti della base letteraria, dalla quale non si discosta minimamente (se non per alcune ellissi irrinunciabili considerata la natura del mezzo cinematografico). Da questo punto di vista, la fase di casting alla base del suo film si rivela particolarmente efficace e riuscita. Gli interpreti scelti, per quanto a tratti inevitabilmente moderni, sono credibili e appropriati. In questo senso si rivela soprattutto centrata, anche in ragione di una certa fisionomia che si presta molto bene alla resa dell’epoca trasposta, la scelta di Ezra Miller e Mia Wasikowska. Quest’ultima, protagonista assoluta, veste un ruolo che rientra perfettamente nel range delle sue interpretazioni. Si mostra elegante e delicata, ma nel suo essere contenuta lascia – giustamente – trasparire sin dai primi istanti un’emotività sotterranea turbolenta e inevitabilmente debordante, come dimostra di essere il personaggio del romanzo di Flaubert pagina dopo pagina.

La sceneggiatura di questa trasposizione del Madame Bovary al livello della trama (il confronto è sempre, imprescindibile, dalla base letteraria a cui la pellicola vuole rifarsi in modo pedissequo) tende inevitabilmente a bruciare un po’ le tappe rispetto al romanzo di Flaubert, per ovvie esigenze di minutaggio filmico. Ma si rivelano apprezzabili alcune scelte di scrittura – affiancate, in seguito, da altrettante scelte di regia – che rendono molto bene, lasciandolo trasparire con forza, il crescendo del fastidio che la protagonista nutre, in modo sempre più sentito e accorato, nei confronti del marito Charles e del contesto che la circonda. Fastidio che, a livello letterario, si ergeva a componente fondamentale e basale del romanzo, e che quindi necessitava strettamente di emergere anche in questo rinnovato contesto cinematografico.

La regia di Sophie Barthes si rivela molto neutra. In questo senso non pecca di drammatici errori, ma è – forse sin troppo – pulita. Purtroppo non tenta mai di stupire lo spettatore, finendo per rivelarsi a visione ultimata tutt’altro che accattivante. La scelta nell’uso dei campi e dei piani (e la conseguente iperbolica prevalenza di primi piani), per quanto forse ovvia si rivela se non altro intelligente: coerentemente con il romanzo, interamente incentrato sull’altalenare dei pensieri e dei sentimenti della protagonista, nulla più di un primo piano permette di sottolineare l’evoluzione emotiva dei vari personaggi in generale e di Emma in particolare.

Madame Bovary

Riassumendo, questa trasposizione di Madame Bovary non può dirsi eseguita maldestramente. Ma, per una serie di scelte produttive, autoriali e registiche, sfocia in una sorta di prevedibile piattezza che non stupisce mai lo spettatore né lo accattiva ma che, anzi, finisce per rendere il film nella sua interezza modesto quando non addirittura a tratti monotono. Il lungometraggio non aggiunge nulla al romanzo, non gioca con la fonte originale, si limita a riportarla didascalicamente sullo schermo. Ma, se non altro, alla pellicola va il merito di aver tentato di rilanciare l’opera letteraria rendendola accessibile e fruibile ad un pubblico nuovo e più giovane.

PANORAMICA RECENSIONE

regia
soggetto e sceneggiatura
interpretazioni
emozioni

SOMMARIO

Il Madame Bovary diretto da Barthes è una trasposizione fedelissima al romanzo, tanto da tendere alla piatta monotonia. Nessun errore imperdonabile, se non la mancata volontà di osare con il mezzo cinematografico, che rischia di compromettere il risultato nella sua interezza.
Eleonora Noto
Eleonora Noto
Laureata in DAMS, sono appassionata di tutte le arti ma del cinema in particolare. Mi piace giocare con le parole e studiare le sceneggiature, ogni tanto provo a scriverle. Impazzisco per le produzioni hollywoodiane di qualsiasi decennio, ma amo anche un buon thriller o il cinema d’autore.

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