A volte capita che una famiglia si faccia in tre: o meglio non bastano un uomo ed una donna per procreare, ma diventa necessaria una terza persona. Richard (Paul Giamatti) e Rachel (Kathryn Hann) hanno questo problema: sono alla ricerca da oltre un anno di un modo che funzioni per diventare genitori.

Abitano a New York, sono amanti della cultura, del teatro, del cinema, hanno due grossi cani ed un appartamento tappezzato di libri in un quartiere abbastanza vivace; lei scrittrice, lui ex-regista teatrale convertitosi visto lo scarso successo economico, in piccolo imprenditore per una ditta di trasporti, hanno quarant’anni, un’età che possiamo definire non comoda perché la riproduzione avvenga spontaneamente.

Private life

Decidono, dopo diversi tentativi non andati in porto, di provare contemporaneamente più strade: dalla lunga e complessa pratica dell’adozione, alla ricerca più o meno legale di uteri in affitto, al procedimento di fecondazione assistita, con tutta la lunga lista di medicine, test, iniezioni, ecografie, ormoni che ne conseguono.

Quest’ultima via sembra la più vicina ai desideri di Rachel: può trasmettere il suo patrimonio genetico e quello del marito al nascituro, oltreché partorire ed allattare, esperienze fondanti di una maternità naturale. Ma in ogni occasione accade che o gli ovuli di lei non ne vogliano sapere di restare fecondati o è lo sperma di lui a non volerne sapere di fecondare.

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Si prospetta la possibilità di ricorrere ad una donatrice esterna: ma la scelta è ardua. Meglio un’estranea o una persona di cui si ha personale conoscenza? E’ in questo frangente che piomba in casa loro Sadie (Kayli Carter), nipote acquisita del fratello di Richard, venticinquenne che vorrebbe fare la scrittrice ed ama vivere in città, artista in pectore, irruenta, confusa, generosa e un po’ sbandata, in fuga sia dal college di cui non riesce a rispettare disciplina e scadenze sia dalle aspettative giudicanti materne: chiede ospitalità per un po’ di tempo e diventa la candidata ideale per fornire i sospirati ovuli, poiché di fatto è giovane, in salute e legata alla coppia.

La ragazza accetta e inizia l’ennesima avventura di questa famiglia improvvisata, per costruire da zero un embrione in tre e coronare un sogno.

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Tamara Jenkins, voce femminile intelligente e personale nel panorama del cinema indipendente americano, torna a farsi sentire dopo cospicua assenza grazie alla distribuzione Netflix, e lo fa con un altro ritratto familiare (l’ultimo risaliva al 2007 con La famiglia Savage con cui ottenne una candidatura all’Oscar per la miglior sceneggiatura) che ha il pregio di essere intimo, dolceamaro ed attuale: presentato al Sundance e al New York Film Festival nel 2018, si snoda tra le vie, gli appartamenti ed i colori della New York alleniana, più grigia che soleggiata, apatica dimora di anime in disagio ed è accompagnato da sottofondi jazz che aumentano la malinconia un po’ seria ed un po’ sbarazzina che permea l’odissea di Richard e Rachel.

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Nel loro mondo non funziona nulla: ogni pratica scientifica è invasiva, più complessa di come descritta da medici che raramente entrano in empatia col paziente, più spesso lo trattano come carne da macello; ogni fallimento non rappresenta solo una speranza sfiorita, ma la caduta di ideali in cui si era creduto e su cui si erano costruite esistenze, materiali e non.

Essere indipendenti come artisti e non sempre riuscirci; conciliare carriera e maternità come tanto femminismo universitario ha a lungo rivendicato e come tanta quotidianità smentisce; essere giovani per sempre come impone una passione divenuta lavoro ed essere smentiti da analisi del sangue o dal ritratto imbarazzante e fuori-tempo-massimo che una venticinquenne istintivamente fa ai suoi “zii preferiti” di fronte ad un piatto di spaghetti.

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Ogni tematica o spunto di ragionamento cui offre adito la storia è affiancato e non preso di petto, con onestà critica e molto senso pratico, senza voler ferire e senza risparmiare amare delusioni, complice un’ironia nella scrittura, ben appuntita, sempre pronta dietro l’angolo a dissacrare lo sconforto in atto.

Dietro il fisico non più splendente di Richard-Giamatti ed il volto da rockstar un po’ stropicciata di Rachel-Hann, si nascondono moltissime coppie con analoghi problemi e stessi sogni nel cassetto: non ogni sforzo, o passo richiesto o prospettato è scontato; a volte sembra fantascienza, a volte approccio primitivo; quasi sempre è l’unica alternativa alla resa; eppure può assumere anche questi contorni tanta vita privata di molte persone chiuse in anonimi appartamenti, apparentemente sereni.

Sullo sfondo fanno capolino con distante, sorniona e scaltra inquietudine i problemi etici legati alle famiglie in vitro: figli con due madri, madri naturali, madri surrogate, uteri in affitto, genitorialità liquide per identità in divenire che devono supplire alle mancanze radicali di una generazione su cui c’è molto da analizzare.

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Rincorrere la genitorialità a tutti i costi, per non guardare il proprio limite personale e di coppia; oppure pretendere di divenire madre perchè oggi ci sono tutti i mezzi possibili e non si può accettare che nell’anno di grazia in cui si esiste, il supersviluppo scientifico non sappia o non possa esaudire un desiderio; forse ancora una volta una riflessione sulla cultura dell’io, sull’individuo anteposto alla felicità per il paradossale fine della felicità stessa, sulla corsa alla soddisfazione sfidando ritmi biologici invece di prendersi responsabilità, sulla non abilità a vivere il proprio tempo perché il proprio tempo non è più di moda.

La Jenkins racconta sommessamente, con tatto maturo, la disfunzionalità come ordinaria amministrazione, racchiusa in rapporti familiari saturi di tensione inespressa che pure si trascinano, complice una distanza sedimentata: si vorrebbero altre madri rispetto a quelle che si hanno (come lamenta Sadie nella sua incosciente leggerezza), si vorrebbero altri compagni rispetto a quelli che ci affiancano (come racconta la quotidianità viziata e univoca di Richard e Rachel), o figli quando non si possono avere.

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Lo stesso matrimonio dei protagonisti diventa una tabella clinica di marcia e perde progressivamente calore umano pur essendo animato da aspirazioni che quel calore umano colmerebbero al massimo grado con un figlio; ed anche la protesta di per sè legittima assume contorni umoristici e rassegnati quando Richard insulta un medico per aver trattato come un animale da fattoria Sadie, o quando Rachel e il marito si confrontano sulla mancanza di sesso e sul riavere le proprie vite indietro dopo l’ultima terapia non andata a buon fine.

Gli alti ed i bassi della vita e le brusche sferzate sono ammortizzati dalla narrazione morbida che vira spesso su una comicità accennata a volte con garbo a volte con l’impertinenza di un’adolescenza antica che si confronta con una gioventù contemporanea, inaspettatamente generosa.

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Orchestrazione attoriale affiatata, in cui troviamo una direzione che sposa l’attenzione per l’autenticità di un maestro come Mike Leigh e l’energia intima di coppia stile American Life di Sam Mendes. La Jenkins sfrutta il proprio occhio femminile e gioca tutto su verosimiglianza e complicità tra primari e comprimari, con nuove scoperte e vecchie conferme; prevalgono i sorrisi commossi, stupiti e comprensivi tra i due coniugi e resta un plauso alla loro capacità di resistere, disordinata, maldestra, toccante ed in buona fede.

Scorrono i titoli di coda su un’attesa, di nuova felicità o di nuova disillusione, l’ennesima attesa di ogni cosa che capita, anche quando ce la si fa capitare, di un sì, di un no, di un “comunque ne è valsa la pena”; quel tipo di attesa che scandisce, sottopelle, ogni scelta delle nostre private life.

Voto Autore: 3.3 out of 5 stars

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