Il nuovo film di Roman Polanski, L’ufficiale e la spia, tratto dall’omonimo best seller di Robert Harris, è stato presentato alla scorsa Mostra Internazionale d’Arte cinematografica di Venezia, risultando uno dei titoli più apprezzati e vincendo persino il Leone d’argento-Gran premio della giuria. Affronta uno degli episodi più scandalosi della storia francese, ovvero il cosiddetto Affaire Dreyfus, che dal 1894 al 1906, troneggiò senza rivali sulle prime pagine dei quotidiani francesi e non solo, diventando ben presto anche una delle prime vicende di antisemitismo marcato da parte di un governo europeo, che si diffonderanno, purtroppo, a macchia d’olio in tutto il continente, nel corso del XX secolo.

L’ufficiale e la spia

La storia vede protagonista suo malgrado il giovane capitano dell’esercito Alfred Dreyfus, che, seppur innocente, fu condannato all’esilio su un’isola deserta per alto tradimento nei confronti della Repubblica, essendo stato accusato di collaborare con gli odiati tedeschi, a pochi anni di distanza da quella guerra franco-prussiana che aveva visto i francesi sconfitti e l’Alsazia e la Lorena finire nelle mani di Berlino. In realtà però il militare rappresentava semplicemente il perfetto colpevole, anche in virtù della sua origine ebraica, in una società dove l’antisemitismo era la norma, e il processo a suo carico fu una specie di farsa telecomandata dai vertici del governo. Quando il tenente colonnello Picquart scoprì l’errore giudiziario, però, fece di tutto perché il presunto colpevole venisse liberato, e fossero presi i dovuti provvedimenti contro il vero traditore, il colonnello Esterhazy. Cominciò così un travagliato caso giudiziario di quasi dieci anni, che vide coinvolte anche alcune delle figure più importanti della cultura francese dell’epoca, come, su tutte, Emile Zola, autore dell’editoriale J’accuse, da cui deriva il titolo originale del film di Polanski.

L’ufficiale e la spia

La pellicola è stata accolta in laguna in maniera molto discordante. Le vicende giudiziarie e private del regista di Rosemary’s Baby, si sono fatte sentire non poco, specialmente presso il pubblico, che in parte ha anche deciso di boicottare la sua visione. Dopodiché, anche la presidentessa della giuria di quest’anno, l’argentina Lucrecia Martel, ha rilasciato dichiarazioni tutt’altro che lusinghiere verso la scelta del direttore Barbera di portare a Venezia l’ultimo lavoro del regista forse più discusso dei tempi recenti. La regista ha affermato di essere in difficoltà di fronte a Polanski, ritenendo che in qualche modo il suo crimine fosse stato “digerito” e basta dall’opinione pubblica, e ha annunciato che non avrebbe applaudito l’opera del Premio Oscar per solidarizzare con tutte le donne vittime di violenza, non riuscendo a distinguere l’opera dal suo autore. A difendere la scelta della Mostra ci ha pensato lo stesso Barbera, dichiarando che invece è necessario, soprattutto per chi giudica i film, slegare l’oggetto di discussione dal soggetto creatore, e affermando che lui, in qualità di selezionatore, valuta esclusivamente la competitività che l’opera può avere all’interno della kermesse. E da questo punto di vista L’ufficiale e la spia gli è sembrato, a ragion veduta, un ottimo film.

L’ufficiale e la spia

Insomma, fin da subito si è fatto un gran parlare dell’ultimo lavoro di Polanski. Non si può infatti dire che, dal punto di vista del regista, la scelta di portare sullo schermo il caso Dreyfus sia stata casuale. E’ vero, lo stesso cineasta ha dichiarato di pensare a quel film da più di dieci anni, e i più maliziosi ritengono addirittura che Robert Harris, già suo collaboratore nel thriller L’uomo nell’ombra, del 2010, abbia scritto il romanzo su Dreyfus, nel 2013, proprio in virtù di una probabile futura sua trasposizione cinematografica. Tuttavia l’affaire Dreyfus rappresenta forse l’errore giudiziario che più ha messo in imbarazzo la Repubblica francese, ma incarna anche uno dei primi “passi indietro” da parte di un governo europeo, avendo l’esecutivo dell’epoca riconosciuto l’errore e riportato l’ex capitano in tribunale. Il messaggio che ne deriva si adatta alla perfezione al caso del regista polacco, o meglio alla sua speranza, essendosi da sempre dichiaratosi innocente di fronte alle accuse che gli venivano mosse, imputando la colpa principale ad una società e un’opinione pubblica ormai eccessivamente giustizialiste, disposte solo a condannare senza approfondire. Alfred Dreyfus, sembra dirci Polanski, non è altri se non una vittima della giustizia, esattamente come l’autore de Il Pianista, solo molti anni precedente nel tempo. Non si può dire, dunque che L’ufficiale e la spia sia un film privo di un qualsiasi legame con la realtà in cui, da anni, convive il suo regista. E’ anzi una pellicola estremamente polemica, che esprime con forza, al di là delle posizioni ideologiche che ognuno può avere in proposito, il punto di vista dello stesso Polanski.

L’ufficiale e la spia

L’impressione generale, guardando il film, è che questo grande parlare più del contorno che del contenuto della pellicola, sia abbastanza giustificato. L’ufficiale e la spia si connota come un buonissimo film storico-giudiziario old style. E’ una lezione di storia che dura due ore, senza grossi sconvolgimenti per lo spettatore se non quelli (spesso clamorosi) che hanno caratterizzato la stessa vicenda Dreyfus. Un film del genere, al giorno d’oggi, possono permettersi di realizzarlo solo i grandi maestri, gli autori universalmente riconosciuti, di cui Polanski rappresenta un’autorità indiscutibile. Anche dal punto di vista strettamente tecnico il film si configura come piuttosto standard, con la sola eccezione della straordinaria ripresa grandangolare, con tanto di panoramica, che apre la pellicola. Fin da subito Polanski vuole mettere le cose in chiaro: lo spettatore, come dice il termine stesso, deve approcciarsi alle opere, ma anche ai fatti privati, dalla distanza, senza pretendere di entrarci dentro a gamba tesa. Il fatto che la scena iniziale, che rappresenta la privazione dei gradi per il capitano Dreyfus, una delle immagini tradizionalmente più note della vicenda, almeno in Francia, ci faccia vedere l’episodio da una certa distanza, è una scelta estremamente funzionale al messaggio.

Tra i pro che sicuramente colpiscono lo spettatore, c’è indubbiamente un uso sapiente dei modelli tensionali del film giudiziario. L’ufficiale e la spia, più che come la storia di Dreyfus, può essere definito come un affresco della giustizia e della società francese fin de siècle, dove il famoso Affaire funge solo da pretesto per parlare di problemi più profondi, più specifici di quella società e di quell’apparato giudiziario. La molla che crea la tensione nel film, non è il tradimento, che non è mai davvero indagato, ma il processo fiume che la vittima ha dovuto subire per anni. Inoltre fa centro anche tutto l’apparato tecnico-scenografico, che raggiunge il suo picco massimo nei costumi e nelle scenografie, veramente tra le più accurate dell’anno, e che hanno molto a che vedere con la Londra vittoriana del film Oliver Twist. La fotografia, a cura del solito grande Pawel Edelman, storico collaboratore di Polanski, è quasi sempre efficace, lasciando forse intravedere qualche lacuna solo nelle poche scene notturne, con l’illuminazione contrastata delle candele un po’ troppo artificiosa.

Il film però, presenta anche alcuni difetti piuttosto evidenti. Tralasciando le musiche del di per sé ottimo Alexandre Desplat, di fatto assenti o comunque per nulla memorabili, quello che colpisce di più in L’ufficiale e la spia è la completa sottomissione dei personaggi alla storia. Non c’è, nei protagonisti, un’evoluzione nel prosieguo della vicenda, ma essi rimangono statici e immutabili. Il colonnello Picquart, ad esempio, fin dall’inizio si dichiara contro gli ebrei, e questo aspetto, se fosse stato sviluppato a dovere per tutto il corso del film, avrebbe generato un interessantissimo travaglio interiore nell’uomo stesso, diviso tra il suo marcato antisemitismo e il suo ancor più forte senso di giustizia. Invece sembra quasi che Polanski si dimentichi di questa faccia del carattere del tenente colonnello, rendendolo un personaggio piuttosto piatto, o meglio, complesso solo in virtù del proprio agire, e non, come sarebbe stato possibile e degno di lode, in virtù del proprio essere. In più la stessa sceneggiatura presenta alcuni buchi abbastanza  clamorosi. Il più evidente lo si riscontra nel modo in cui viene presentata la figura di Emile Zola. Dapprima gli viene addossata una responsabilità enorme, rendendolo la principale speranza per il trionfo della giustizia, come, tra l’altro, effettivamente fu. Ma poi, dopo il processo a suo carico, di fatto lo si abbandona come l’ultimo dei comprimari, creando un cortocircuito nello spettatore davvero fastidioso.

In ultimo, degne di un plauso sono certamente le interpretazioni di Louis Garrel, nel ruolo di Dreyfus, e di Jean Dujardin, in quello di Picquart. In particolar modo il secondo si è calato perfettamente in un ruolo inedito risultando il perfetto portavoce del forte messaggio addossato all’opera dal suo regista. Si rende persino protagonista di un chiaro omaggio al film più blasonato e premiato di Polanski, ovvero Il Pianista. Esattamente come faceva lo Szpilman del film Palma d’oro nel 2002, anche il colonnello Picquart, nel momento forse di massima difficoltà, quello in cui di fatto capisce che ben presto sarà arrestato, si mette a suonare il pianoforte.

Insomma, la mano precisa ed esperta di uno dei più grandi maestri di cinema viventi, rende L’ufficiale e la spia un film non perfetto ma dall’alto valore artistico e simbolico. Visto l’alone di discorsi fatti sulla pellicola già da prima che essa venisse effettivamente presentata a Venezia, era comunque lecito attendersi qualcosina di più.

Voto Autore: 3.5 out of 5 stars