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Lasciarsi un giorno a Roma: accettare la fine di un amore

Lasciarsi un giorno a Roma: la struttura del film

Lasciarsi un giorno a Roma, il quinto lungometraggio da regista di Edoardo Leo comincia con un’evocativa inquadratura dall’alto. È notte, Tommaso (Edoardo Leo), uno scrittore di poco successo che per arrotondare lavora sotto pseudonimo – Márquez – per una posta del cuore e Zoe (Marta Nieto), leader di una azienda nel settore dei videogames, si incontrano forse per l’ultima volta su Ponte Sisto. Per un attimo si osservano malinconicamente per poi darsi un ultimo bacio privo di passionalità ma colmo di significati cui segue un lungo abbraccio che nemmeno un violento temporale riesce a sciogliere. In sottofondo una melodia al piano. Sono sempre le stesse note che si rincorrono su toni differenti e introducono lo spettatore ai sentimenti più profondi vissuti dai due personaggi meglio di qualsiasi altra battuta di dialogo o flashback o voice over.

Così comincia Lasciarsi un giorno a Roma, un film decisamente interessante il cui pregio è concentrarsi su due momenti specifici delle nostre vite: la presa di coscienza rispetto alla fine di una relazione importante e la sua conseguente e dolorosa accettazione, specie se quella persona la si è amata realmente.

Il film è diviso in sei capitoli: Abbraccio, Fine, Piano, Sogno, Accetta e Lasciare e nell’introdurre ciascun capitolo riflette sul dualismo delle parole, in termini di significato. Da un lato quello più scontato e generico, dall’altro quello secondario e in qualche modo scomodo.

Lasciarsi un giorno a Roma, di Edoardo Leo gioca sull'equivoco riflettendo sulle conseguenze della fine di un importante legame sentimentale.

Abbraccio e Fine

Nel corso del primo capitolo, Edoardo Leo che ha lavorato anche alla sceneggiatura – in compagnia di Marco Bonini, Damiano Bruè e Lisa Riccardi – presenta alcuni momenti della vita di coppia di Tommaso e Zoe rendendo più che evidenti quelle che in seguito saranno le motivazioni della fine del loro rapporto. Alcune questioni di carattere lavorativo e caratteriale (Tommaso è svogliato e privo di grandi aspirazioni, mentre Zoe all’opposto vive per il lavoro, sperando di proseguire la sua scalata della piramide aziendale e sociale nel più breve tempo possibile) e altre di natura fisica e sentimentale (la distanza tra i corpi e i fastidi di lei).

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Se inizialmente il film di Leo potrebbe apparire come una delle frequenti e banali commedie agrodolci sulla coppia che lentamente si sfalda e poi si riunisce senza nemmeno compiere lo sforzo di conoscere le ragioni e cause più sincere e reali di quell’evidente distanza, diviene presto chiaro quanto in realtà il film sia interessato a ben altra traccia e natura narrativa, ossia la fine di quell’unione indagata lentamente tra toni leggeri e poi sorprendentemente profondi e drammatici nei suoi aspetti più intimi, veritieri e umani.

Ed è proprio nel corso del secondo capitolo, Fine che Lasciarsi un giorno a Roma – il cui titolo proviene dal celebre e omonimo brano di Niccolò Fabi – entra nel vivo del discorso introducendo il primo momento fondamentale (precedentemente scritto) e cioè la presa di coscienza rispetto alla fine di una relazione importante.

Quest’ultima viene giocata attraverso l’espediente dell’equivoco. Tommaso infatti lavorando come sempre alla sua posta del cuore incappa nella lettera di una donna che ha ormai deciso di lasciare l’uomo con il quale ha convissuto fino a quel momento e nel leggerla Tommaso capisce quasi immediatamente che quelle parole non possono che appartenere a Zoe e che tra loro è finita.

Il dualismo delle parole, il dualismo dei personaggi

Il film molto intelligentemente riflette sul peso delle parole, tanto su quelle interattive che scorrono impetuose tra gli schermi dei rispettivi cellulari e computer, quanto su quelle scritte a mano e dunque il ritorno alla lettera e alla messa nero su bianco – e su carta – dei propri sentimenti, pensieri e lacrime.

Tommaso e Zoe infatti prendono a scriversi incessantemente tra una stanza e l’altra dell’appartamento che condividono fin dall’inizio della loro conoscenza e nel farlo si rivelano scomode e drammatiche verità, perché Tommaso non è Tommaso, è piuttosto Márquez e Zoe non è Zoe, poiché celata anch’essa da pseudonimo. Si raccontano della distanza tra loro rispetto alla vita di tutti i giorni, dalle delusioni di carattere sessuale a quelle di ordine generico e di pura convivenza, ad esempio i peli della barba lasciati sul lavello e così via.

Ciò che è interessante notare è come Edoardo Leo lavori su un concetto di dualismo non soltanto rispetto alle parole che introducono e sottolineano il contenuto dei sei capitoli, ma anche e soprattutto su quello dei due personaggi principali (Tommaso e Zoe) che pur di proseguire questa loro conversazione segreta e in qualche modo confessionale divengono altro assumendo una differente entità, così come differenti sentimenti e logiche di pensiero.

Tommaso soffre nella vita reale ma è costretto ad essere forte e distaccato nei panni di Márquez, così come Zoe si nasconde e mente nella vita reale travestendosi da donna confusa e spesso in conflitto, divenendo invece sfrontata ed estroversa nei panni del suo alter ego virtuale.

Un lavoro e concetto questo che è stato raccontato e mostrato molto poco al cinema in questi anni e che perde un po’ del suo mordente nella presentazione della storia parallela a quella di Tommaso e Zoe. Cioè la ben più convenzionale ma a suo modo riuscita traccia narrativa di Umberto (Stefano Fresi), vicepreside e insegnante di liceo che da anni si prende cura di casa e famiglia ed Elena (Claudia Gerini) che è sua moglie ma ancor prima (almeno all’inizio del film) sindaco di Roma e perciò focalizzata unicamente sul lavoro a scapito della famiglia.

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Lasciarsi un giorno a Roma, di Edoardo Leo gioca sull'equivoco riflettendo sulle conseguenze della fine di un importante legame sentimentale.

Umberto insoddisfatto di questa deriva e stanco di non poter più vestire i panni del marito e “dell’uomo” decide infatti di chiedere il divorzio e nel farlo si sottopone ai consigli dell’amico Tommaso che soltanto lui sa essere anche il consigliere dell’amore tanto ricercato Márquez.

Seppur estremamente distanti l’una dall’altra come toni e registri, le due storie del film si incontrano su di un punto comune dalla portata simbolica non indifferente e cioè la predominanza della donna, quantomeno a livello economico e lavorativo rispetto a quella dell’uomo che viene presentato (forse per la prima volta) come subordinato. Una riflessione che ci spinge a considerare quanto in realtà non ci sia niente di strano, né in questo caso, né in quello opposto, poiché l’amore e l’unione vincono su tutto, perfino sul denaro e le logiche di ruolo imposte da una società che andrebbe necessariamente cambiata.

Ma se da una parte Leo racconta la messa in ordine dei problemi e delle incomprensioni, dall’altra senza sconti segue in tutto e per tutto la fine e l’addio. Che bello quel vaffanculo sussurrato da Tommaso in uno degli ultimi abbracci a Zoe. Una ribellione silenziosa che per la prima volta viene fuori e che trova il suo momento di liberazione quando ormai i sentimenti sono persi e non si può che accettare la loro scomparsa definitiva, quantomeno in termini di legame come coppia… sull’amicizia poi si vedrà.

Lasciarsi un giorno a Roma: il ricordo e l’accettazione

Il quinto film di Edoardo Leo convince, sorprende e commuove tanto per intuizioni e capacità registiche, quanto per qualità di scrittura che nonostante qualche rarissimo crollo conducono la narrazione dritta al vissuto di ciascuno di noi ponendoci non soltanto come semplici spettatori ma anche e soprattutto come pazienti di una seduta di terapia durante la quale diviene necessario venire a patti con le proprie delusioni, così come con i propri rimpianti, ricordi e fragilità, fino all’accettazione del dolore che è destinato a mutare nel tempo, prima in forza e successivamente in crescita.

C’è inoltre da dire che il sentimentalismo chiaramente presente all’interno del film è gestito con grande maturità e sincerità poiché veicolato in chiave di distruzione e annullamento. La dolcezza del film è infatti necessaria alla presentazione di un dramma sui sentimenti, all’interno del quale la figura maschile, ossia quella che sempre e comunque prova ad andare oltre, migliorandosi pur di non lasciar andare l’amore, assume di sé una carica per certi versi infantile, ironicamente romantica e terrorizzata all’idea di restare sola in seguito alla fine di quel rapporto così duraturo e importante capace di fissare routine e amabili quotidianità impossibili da cancellare. La si potrebbe leggere come una parziale se non definitiva decostruzione delle convinzioni machiste sulla certezza della coppia e del sentimento che una volta nato non può più trovare fine.

Un film che riflette dunque sulle conseguenze della rottura, dell’andare oltre cambiando pelle e migliorandosi, poiché tutto è destinato a mutare, perfino l’amore che in qualche caso può farsi amicizia, anche se come lo stesso Tommaso sottolinea con una risata nervosa e finalmente libera nel corso di uno scambio di battute piuttosto importante, anche la volontà e la richiesta del mantenimento di un’amicizia non soltanto hanno a che fare con la presunzione di una persona, ma anche e soprattutto con la sua arroganza e banalità:

Zoe – Io non so cosa mi sta succedendo. Ti assicuro che io ci sarò sempre per te, lo sai

Tommaso – (ride) Ci sarò sempre per te lo sai… Madonna mia quanto sei banale!

Una battuta chiave che torna ribaltata sul finale e che si lega indissolubilmente al brano che forse meglio di qualsiasi altro è in grado di raccontare questo sentimento che nonostante la rottura, il conflitto e il tempo sopravvive nei ricordi di Tommaso e Zoe, così come in quelli di tutti di noi, ossia Sempre e per Sempre di Francesco De Gregori.

Lasciarsi un giorno a Roma, di Edoardo Leo gioca sull'equivoco riflettendo sulle conseguenze della fine di un importante legame sentimentale.

Le interpretazioni di Edoardo Leo e Claudia Gerini svettano sul resto del cast che comprende in ogni caso due prove di alto livello, quelle di Marta Nieto e Stefano Frasi in un film che per la prima volta riflette con grande maturità e sincerità su tematiche abusate e trattate quasi sempre attraverso la spinta fiabesca, innocente e perciò fasulla del buon finale, in cui tutto si ricompone e niente è realmente accaduto.

Il film vuole perciò scontrarsi con questa falsa narrazione del sentimento dicendo ad ognuno di noi: accade che si incontri l’amore così come accade che lo si debba lasciare andare. Ci vorrà del tempo, ma è la vita, è Lasciarsi un giorno a Roma.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Lasciarsi un giorno a Roma, di Edoardo Leo gioca sull'equivoco riflettendo sulle conseguenze della fine di un importante legame sentimentale e divenendo presto un racconto malinconico e sincero su ciò che non ha funzionato nella coppia e dunque sul tentativo di provarci ancora, per poi lasciarsi andare prima di farsi troppo male.
Roby Antonacci
Roby Antonacci
Giornalista per Vanity Fair, collaboratrice per Moviemag, scrivo da sempre di cinema con un occhio attento a quello d'autore, una forte passione per l'horror e il noir, senza disdegnare i blockbuster che meritano attenzione.

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