lunedì, 29 Novembre, 2021

L’Arminuta – la recensione del film di Giuseppe Bonito

Giuseppe Bonito esplora la difformità tra le classi sociali italiane negli anni ‘70 proponendo un cinema elegante, riflessivo, di una schiettezza narrativa tangibile, schivando abilmente l’artificio registico e la verbosità emotiva. Distribuito da Lucky Red, su sceneggiatura di Monica Zapelli (“I cento passi”) e della stessa autrice del libro, Donatella di Pietrantonio, nelle sale italiane dal 21 ottobre 2021.

Presentato alla Festa del Cinema di Roma, tratto dal bestseller vincitore del Premio Campiello 2017 di Donatella Di Pietrantonio, L’Arminuta è il terzo film di Giuseppe Bonito, che dopo “Figli” (2020) torna a raccontare i significati di famiglia. Un’opera riuscita, guidata da un cast perfetto e da una storia che, nel pieno rispetto del bellissimo romanzo dal quale è ispirata, bussa all’anima senza divagazioni.

Nel cuore della campagna abruzzese del 1975 ci siamo ancora noi. Storditi da un mondo che avanza velocemente. Impietriti dalla paura di essere abbandonati. L’Arminuta si concentra sui temi della maternità e dell’adolescenza, rintracciando nel senso di appartenenza l’angolazione più adeguata per inquadrare la famiglia patriarcale dell’Italia degli anni ‘70. Quale madre essere dipendeva da quanto in profondità si era disposte a congelare il proprio dolore. Quale donna diventare da quanto gli uomini accanto avessero intenzione di esercitare il proprio presunto diritto di proprietà.

La “ritornata” che non ha nome

La “Ritornata” – così la chiamano. Riapparsa in una terra in cui ignora di essere nata, rientrata in una casa che non ha mai abitato prima. Eppure quella è davvero la sua famiglia di origine. E’ quella madre dai profondissimi occhi scuri infossati nella malinconia ad averla messa al mondo. L’Arminuta (ritornata in abruzzese) ha 13 anni, lunghi capelli rossi, lentiggini ribelli e un abito azzurro che ricorda il mare. Ed è proprio lì che lei vorrebbe ancora essere, coccolata dall’odore ospitale della crema solare e dal ricordo dei pranzi di famiglia a base di pesce e gelato. 

Il mondo in cui è stata rispedita lei non l’ha mai visto: è violento, primitivo, cupo. L’Arminuta (Sofia Fiore) viene restituita alla famiglia biologica senza spiegazioni. Come fosse un oggetto ingombrante di cui urge sbarazzarsi, lasciata sull’uscio di una cascina di campagna davanti agli occhi rassegnati di chi non l’aspettava, di chi non sa come sfamare un altro figlio. 

Ad accoglierla ci sono i silenziosi genitori naturali: la madre (Vanessa Scalera), con il suo sguardo stanco e spento, ed il padre (Fabrizio Ferracane), uomo dal volto crudo e severo. Ad osservarla con curiosità e sospetto ci sono anche gli occhi accesi dei quattro fratelli. Con il maggiore, Vincenzo (Andrea Fuorto), inizierà un rapporto d’ambigua amicizia romantica, mentre con la sorella minore Adriana (Carlotta de Leonardis) instaurerà un autentico legame di sorellanza, complicità e protezione. 

In campagna, nella nuova casa, sarà costretta a scambiare la comoda vita da figlia unica con una quotidianità in cui persino il letto deve essere condiviso. Non le servirà a nulla tentare di fare ritorno tra le braccia raffinate e confortanti della madre adottiva (Elena Lietti– vista in “Tre piani“), moglie del cugino del padre. La donna che non riusciva ad avere figli e desiderava una bambina tutta sua, ora non riesce più a comunicarle il suo affetto. Non giustifica il suo abbandono. Si nega. Spedisce solo qualche lettera di un amore troppo vago per essere di reale conforto. La storia si dipanerà poco a poco, facendo chiarezza sulle motivazioni che hanno spinto la madre biologica prima, e quella adottiva poi, a disfarsi della bambina. 

L'Arminuta

L’Arminuta: una storia trainata dall’amore delle donne

Le due madri, così diverse in tutto, sono ugualmente incapaci di comunicare, zittite dall’impossibilità di dare voce alla loro vulnerabilità, schiacciate da destini e uomini che hanno deciso per loro. Una storia al femminile, magistralmente interpretata da attrici perfette, che sanno regalare spessore ai loro perduti personaggi con sguardi carichi di rassegnata infelicità. Gli uomini rappresentano una pura funzione: lavorano, mantengono la famiglia, distribuiscono botte e cinghiate quando con le parole non sanno parlare, impongono baci e languide carezze quando non sanno amare, rivendicano la proprietà sui loro figli quando non sanno educare. 

Attorno alle madri, biologiche e non, la narrazione rastrella il calore di cui questa storia urla il disperato bisogno. In un’altalena di separazioni e rinunce che si rincorrono senza trovare le parole per essere raccontate sono i personaggi femminili a trainare emotivamente il film fino alla fine. Ed è in quel silenzio emotivo che l’arminuta, l’aliena, irrompe, provocando un ultimo riflesso vitale, un rigurgito ribelle di sopravvissuto sentimento, una inattesa speranza che qualcosa possa ancora cambiare in meglio. Lei che vuole tornare a fare cose belle, che sa intravedere l’umanità oltre le differenze, che sceglie di non appartenere alla propria paura, saprà intraprendere un’intima rivoluzione. 

L'Arminuta

Bonito regala corpo e volti alle pagine dell’amatissimo romanzo di Donatella Di Pietrantonio

L’Arminuta costruisce il contrasto tra l’umile entroterra abruzzese e la comoda vita che scorre placida sulla costa mediante l’utilizzo di colori opposti. La fotografia di Alfredo Betrò è spenta, grigia, smorzata per gli interni dell’inospitale casa d’origine. I colori sgargianti sono unicamente quelli degli abiti della “ritornata”, che significativamente invocano il loro rientro ad un ambiente più consono. Gli abiti celesti e i cappottini luminosi sono circondati di abiti scuri, di stracci ingialliti, che rivelano la rigidità e l’indecenza di chi li indossa. L’impianto simbolico costituito dalle separazioni contenutistiche  e dai differenti stacchi cromatici è realizzato con compostezza e semplicità, offrendo chiavi di lettura comprensibili e coerenti. 

La regia di Giuseppe Bonito è efficace, abile nello scandire l’immobilità del dolore e i sofferenti silenzi con  movimenti di camera lenti e angolazioni mai banali. L’intimità si annulla tra letti vicinissimi e un bagno troppo piccolo, mentre i personaggi, tutti azzeccati con una recitazione al ribasso ma potentissima, disarmano il colpo di scena. Anche quando si avverte l’avvicinarsi del dramma, la scena madre viene domata, preferendo un gioco di correlazione malinconico, silenzioso, che lascia esplodere una commozione sincera.

L’ Arminuta si affida prevalentemente alla fluidità della materia narrativa e al volto ribelle e determinato della protagonista sorprendentemente interpretata da Sofia Fiore.

Bonito sa dare corpo alle pagine di un romanzo coinvolgente: lo spettatore percepisce l’odore del materasso sporco, il ruvido spessore della spugna strofinata con furia sulle pareti del bagno sporco, il peso della gallina da spennare offerta con piglio alla giovane protagonista. Il film curandosi moltissimo di guadagnare in precisione descrittiva perde l’occasione di cogliere di sorpresa, offrendo troppo spesso allo spettatore la possibilità di immaginare lo svolgersi degli eventi. Nonostante il presumibile svolgimento L’Arminuta è un film realizzato con invisibile intraprendenza.

L’Arminuta è un film che spalanca le porte alla nostra intima paura di non appartenere. Quella paura che ci spinge a continuare a navigare in destini senza uscita e fuggire dalle infinite e incerte possibilità del mare aperto. Un film che indaga la famiglia e i suoi tentacolari poteri di condizionare per sempre il nostro modo di guardare il mondo.

PANORAMICA RECENSIONE

regia
soggetto e sceneggiatura
interpretazioni
emozioni

SINOSSI

L'Arminuta è un’opera riuscita, guidata da un cast perfetto e da una storia che, nel pieno rispetto del bellissimo romanzo dal quale è ispirata, bussa all’anima senza divagazioni. Giuseppe Bonito sa dare corpo alle pagine dell'amatissimo romanzo di Donatella Di Pietrantonio con una regia abile nel trasferire su pellicola silenzi e rassegnazione.
Silvia Strada
Ama alla follia il cinema coreano: occhi a mandorla e inquadrature perfette, ma anche violenza, carne, sangue, martelli, e polipi mangiati vivi. Ma non è cattiva. Anzi, è sorprendentemente sentimentale, attenta alle dinamiche psicologiche di film noiosissimi, e capace di innamorarsi di un vecchio Tarkovskij d’annata. Ha studiato criminologia, e viene dalla Romagna: terra di registi visionari e sanguigni poeti. Ama la sregolatezza e le caotiche emozioni in cui la fa precipitare, ogni domenica, la sua Inter.

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