Spencer – la recensione del film con Kristen Stewart

Nel giugno del 2020 il regista cileno Pablo Larraín (Il club, Jackie) annuncia la sua ambiziosa intenzione di realizzare un ritratto filmico dell’iconica Lady Diana, moglie del principe Carlo, figlio di Elisabetta II e dunque erede al trono inglese. Pochi mesi dopo, alcune foto circolano in rete sconvolgendo la popolazione mondiale. Le immagini raffigurano Kristen Stewart, l’attrice protagonista, in abiti di scena nei panni di Diana. La somiglianza è tanto lampante quanto impressionante, e grazie ad essa aumenta esponenzialmente l’attesa nei confronti della pellicola. Spencer (questo il titolo del lungometraggio, in riferimento al cognome della protagonista) è stato presentato in anteprima in concorso alla 78a Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Al netto dei suoi 111 minuti di durata, il film è stato definito dalla critica come “historical fiction”, vicinissimo alla sfera del biopic ma con spunti di finzione.

Spencer

La trama del film

In prossimità del Natale, nel dicembre del 1991 i membri della famiglia reale inglese si ritrovano alla Sandringham House. Tra gli invitati alle celebrazioni natalizie si annovera anche Diana (Kristen Stewart), principessa del Galles, moglie del principe Carlo (Jack Farthing). La donna, giunta in ritardo alla tenuta, si dimostra particolarmente ansiosa all’idea dei giorni successivi. La sua angoscia pare però placarsi parzialmente alla vista dei figli William e Harry (rispettivamente Jack Nielen e Freddie Spry). Molteplici sono le origini del turbamento di Diana, al di là dell’indole già tormentata della stessa: i disordini alimentari, la scoperta del tradimento subíto da parte di Carlo, la considerazione che la famiglia ha di lei e la soffocante rigidità dell’etichetta di corte. Diana però pare godere del benvolere e della simpatia di gran parte dello staff che lavora per la Corona.

Dalla sua parte si schiera, tra gli altri, il capocuoco Darren (Sean Harris), che però non manca di dimostrare preoccupazione per la condizione in cui versa la donna. La vera spalla su cui Diana Spencer sa di poter contare, però, è Maggie (Sally Hawkings), sua intima amica e addetta alla cura del suo vestiario. Una nuova figura, tuttavia, pare turbare particolarmente Diana: quella del meticoloso maggiore Alistair Gregory (Timothy Spall), addetto a seguire il corretto svolgimento delle celebrazioni natalizie. Nel corso delle tre giornate in cui si sviluppa la pellicola (la vigilia di Natale, il Natale e il “boxing day”) il malessere della principessa si farà tormentoso, angosciante e totalizzante, trascinandola in una spirale di allucinazioni e ricordi che la porteranno a prendere una drastica decisione.

Spencer

La regia e la sceneggiatura di Spencer

La regia di Larraín in Spencer segue un andamento molto lineare, quasi classico, per (presumibilmente) permettere allo spettatore di focalizzare la propria attenzione sul personaggio, effettivo cardine della pellicola. In questo senso si delinea uno stile deliberatamente privo di virtuosismi e composto invece da stilemi puliti e chiari. Via libera dunque al classico découpage, all’uso del lineare raccordo sull’asse, al canonico campo/controcampo e ad una generale staticità della macchina da presa. La pressoché totalità degli elementi scelti dal regista concorre a creare uno stile visivo canonico, ma non necessariamente sinonimo di banalità. Ciononostante, il regista si concede un leggero margine di libertà, e dunque di apprezzabile sperimentalismo, in una sequenza di rottura che apre all’ultima parte del film.

Le scene che compongono tale sequenza, volutamente in bilico tra realismo e onirismo (per non dire allucinazione) lasciano più spazio al virtuosismo, che assume soprattutto la forma della mobilità della macchina da presa. Questi minuti, oltre a testimoniare lo spessore del visionario Larraín, dimostrano anche lo studio aprioristico nell’uso dei due diversi stili registici. Così Pablo Larraín mostra di non attenersi ad uno stile classico per mancanza di fantasia, né tanto meno di tecnica, ma di aver scelto di utilizzarlo per comunicare un messaggio preciso al proprio pubblico. Non rendendo il proprio lavoro dietro alla macchina da presa iper-presente, il regista lascia agli eventi e soprattutto al personaggio protagonista la centralità che meritano e di cui hanno bisogno per non rendere il film eccessivamente saturo.

La sceneggiatura, dal canto suo, concorre al raggiungimento dei medesimi obiettivi. Firmata dalla capacissima penna di Steven Knight (Locke, Serenity – L’isola dell’inganno, Peaky blinders), offre uno spaccato convincente e carico di pathos. Il testo asseconda e segue la linea suggerita dalla regia nell’assenza di virtuosismi e colpi di scena, in favore della più pulita linearità. Nonostante questo, Spencer non risulta mai noioso, ma anzi si dimostra capace di tenere lo spettatore con il fiato sospeso pur trattandosi, paradossalmente, di una vicenda di cui conosce bene sviluppi ed esito. Il ritratto che offre la penna di Knight è ampiamente convincente nella sua apparente semplicità (che anche in questo caso, come per la regia, è necessaria a lasciare spazio all’interpretazione di Stewart). La sceneggiatura riesce ad essere fortemente introspettiva, penetrando a fondo nel turbolento substrato emotivo della protagonista ma senza essere prevaricato da esso, risultando a conti fatti ampiamente credibile.

Spencer

La performance di Kristen Stewart nei panni di Diana Spencer

Il focus principale in Spencer è posto (sin dal titolo) nel personaggio di Diana, colta nella sua intraprendenza, indipendenza e nella sua fortissima spinta identitaria. Qualsiasi elemento nel film gravita attorno alla figura della principessa, un’icona della storia recente. Il lavoro congiunto del regista e dello sceneggiatore concorre ad offrire una panoramica parzialmente inedita, impresa non facile a proposito di un personaggio tanto noto e discusso nel corso degli ultimi trent’anni. In effetti, il film non procede unicamente nella direzione di una beatificazione dell’icona Diana ma, al contrario, ne mette a nudo fragilità e turbamenti. Regia e sceneggiatura, d’altro canto, bilanciano perfettamente il tono del ritratto che forniscono. In questo modo, la pellicola non rischia mai di diventare la rappresentazione di una folle ma al contrario (facendo leva sull’empatia del pubblico) quello di un’oppressa.

A Kristen Stewart (Panic room, Personal shopper) il gravoso compito di prestare i connotati ad una figura senza pari in quanto a notorietà. È indubbiamente complesso vestire i panni di una personalità pubblica trasversalmente tanto conosciuta e tanto cara a tutta la popolazione mondiale, ma l’attrice riesce nell’incarico a lei affidato in modo brillante. La pellicola poggia quasi interamente sulle spalle della giovane e capace attrice, che restituisce al pubblico una performance entusiasmante e – sorprendentemente – credibile. Non mancano certi manierismi tipici dell’interprete (su tutti, lo sguardo sempre mobile e i perenni occhi al cielo), ma ciononostante la sua performance non rischia mai di risultare artefatta né di cadere in un eccessivo patetismo. La talentuosa promessa attoriale, in Spencer, delinea mirabilmente il ritratto di un personaggio contrito e stratificato. La Lady D di Stewart è caustica, irriverente, turbata, indipendente e complessa: in una parola, convincente.

Spencer non sembra dunque deludere le aspettative che aveva creato nei suoi spettatori nel corso dei mesi precedenti. Nonostante la linearità della scrittura e soprattutto della regia, il film risulta ben strutturato. La pellicola si erge ad omaggiare un personaggio amatissimo dal pubblico senza tesserne unicamente le lodi, ma al contrario abbozzando il ritratto di una figura estremamente complessa. L’interpretazione di Kristen Stewart risulta decisiva nell’esito positivo del lungometraggio (il nono del regista), e non sorprenderebbe affatto una nomination ai prossimi Oscar per la sua performance in questo film.

PANORAMICA RECENSIONE

regia
soggetto e sceneggiatura
interpretazioni
emozioni

SINOSSI

Spencer è un biopic contaminato da elementi finzionali, che si basa sull’esperienza di Lady Diana, la compianta principessa d’Inghilterra. Il film, diretto da Pablo Larraín per la sceneggiatura del sempre brillante Steven Knight, segue un andamento e una tecnica lineari, non banali ma esenti da sperimentalismi. Lo spessore del film si misura quasi interamente sulla performance della protagonista, una sorprendente ed estremamente convincente Kristen Stewart, che si redime di alcune sue interpretazioni passate delineando brillantemente il ritratto di un personaggio tanto complesso quanto noto.
Eleonora Noto
Eleonora Noto
Laureata in DAMS, sono appassionata di tutte le arti ma del cinema in particolare. Mi piace giocare con le parole e studiare le sceneggiature, ogni tanto provo a scriverle. Impazzisco per le produzioni hollywoodiane di qualsiasi decennio, ma amo anche un buon thriller o il cinema d’autore.

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