Lamb – La recensione del film di Valdimar Jóhannsson presentato ad Alice nella Città

L’approccio editoriale e stilistico della A24

Nell’estate del 2021, Lamb dell’islandese Valdimar Jóhannsson viene presentato nella sezione Un Certain Regard al 74° Festival di Cannes.

A detta di molta critica appare come un lungometraggio davvero singolare e curioso, non a caso prodotto e distribuito dalla newyorkese A24. Un vero e proprio marchio di un cinema d’autore indipendente e intellettuale, molto spesso dalle parti dell’horror, del grottesco o più in generale del bizzarro. Fatta eccezione per alcune recenti incursioni nel cinema drammatico e nella commedia (C’mon C’mon).

Poco più tardi ottiene parallelamente la distribuzione nelle sale cinematografiche statunitensi e la presentazione in anteprima ad Alice nella Città 2021, festival parallelo alla Festa del Cinema di Roma.

Lamb

La A24 come già detto è marchio noto e guida autori spesso esordienti o talvolta celebri alla ricerca di un lavoro più autoriale e meno commerciale nei meandri di un cinema d’immagine, fortemente atmosferico, di stile e quasi sempre ricco di silenzi. A partire da titoli quali A Ghost Story di David Lowery, It Comes At Night di Trey Edward Shults, Midsommar di Ari Aster e Lamb di Valdimar Jóhannsson.

Gli intenti di Jóhannsson sono chiarissimi, a partire dalla sequenza d’apertura. Una bufera di neve si abbatte sulla remota fattoria islandese di Maria (Noomi Rapace) e Ingvar (Hilmir Snær Guðnason), le pecore rimaste all’esterno appaiono terrorizzate e perseguitate, non tanto dalla tempesta, quanto da una presenza orrorifica che veste i panni in questo momento della macchina da presa.

Le premesse sono quelle del cinema sovrannaturale che si fa immediatamente citazionista del Carpenter de La Cosa, la paura e il terrore vero che vive e muove la sua ombra attraverso l’animale. Nel caso di Carpenter un husky, nel caso di Lamb, come lo stesso titolo elementarmente suggerisce, un agnello.

Se però la scena d’apertura sembra suggerire un clima di tensione e paura crescente, sarà proprio nello svelamento dell’elemento bizzarro tipico degli horror (categoria a cui comunque Lamb non è ascrivibile) A24 che il film deraglia, prendendo tutt’altra direzione, ossia quel dramma famigliare e del grottesco ai limiti del parodico.

L’Islanda di Valdimar Jóhannsson

Ancora una volta un film di grandi atmosfere e scenari. Non c’è più la realtà urbana ed extraurbana di Lowery e Aster, piuttosto un contesto rurale assolutamente isolato e sospeso come poteva esserlo quello del già citato It Comes At Night.

L’esordiente islandese Valdimar Jóhannsson colloca infatti la narrazione del suo film nel luogo che non solo conosce meglio, ma che può modellare interamente tra riferimenti letterari, fiabeschi e mitologici senza scadere nella farsa e risultando dall’inizio alla fine potente, simbolico e incisivo.

María e Ingvar, interpretati rispettivamente da Noomi Rapace (che una volta tanto non si dà a qualcosa di estremo) e Hilmir Snær Guðnason (piuttosto fiacco, ma in ogni caso funzionale nella parte), vestono i panni di due coniugi islandesi che vivono un’esistenza modesta e silenziosa in compagnia del loro curatissimo gregge di pecore in una fattoria tanto bella, quanto remota.

Il suggerimento della scena d’apertura notturna con la bufera e l’ombra di una presenza orrorifica avrebbe potuto condurre verso un home invasion movie, anche se non con i classici ladri o comunque criminali, bensì con una figura sovrannaturale, ad esempio l’alieno de La Cosa di Carpenter più volte citato.

Tutto ciò però non si palesa e l’elemento bizzarro e sovrannaturale che “scatena” dinamiche e logiche umane (in questo caso drammatiche) è la scoperta di un agnello messo al mondo in modo piuttosto anomalo: testa da agnello e corpo da umano.

Quando Maria e Ingvar scoprono il misterioso neonato decidono chiaramente – e paradossalmente – di tenerlo e allevarlo come fosse figlio loro e non della pecora che quotidianamente andrà a reclamarlo belando incessantemente davanti casa.

Questa prospettiva inaspettata di una nuova famiglia fuori da qualsiasi logica e concezione naturale porta loro (inaspettatamente) molta gioia, fino al ritorno improvviso alla fattoria di Pétur (Björn Hlynur Haraldsson), il fratello musicista, squattrinato e delinquente di Ingvar destinato a condurre sempre più verso il caos quel nucleo familiare così anomalo eppure unito, formato da Maria, Ingvar e Ada (il particolare nascituro).

Una confezione interessante dal contenuto deludente

L’esordio di Valdimar Jóhannsson si rivela interessante perlopiù nella costruzione di una scrittura fortemente evocativa, metaforica e feroce che sembra uscita da una fiaba nordica alla The Witch (altro titolo A24) di Robert Eggers, o ancora da titoli allegorici e orrorifici soltanto nel loro sottotesto come The Wicker Man di Robin Hardy o Il sacrificio del cervo sacro di Yorgos Lanthimos.

Ciò che non funziona invece sono le interpretazioni dei due personaggi principali, Maria e Ingvar. Entrambi nonostante un tentativo di costruzione d’arco narrativo tragico e fortemente drammatico, suggerito dall’ombra di un passato tormentato e sepolto nei terreni della fattoria appena accennato (elaborazione del lutto), non subiscono alcuna variazione di intensità, registro o schema interpretativo e narrativo.

Lamb

La Rapace in una prova sorprendentemente silenziosa e serena (seppur non totalmente convincente) s’impegna nella messa in scena di un personaggio femminile probabilmente fin troppo complesso che vive in una condizione di falsa solidità, nonostante celi evidentemente un dramma interiore enorme, tale da mettere a tacere un passato di amore e passioni.

Il suo è un personaggio classico da cinema western, in cui la distruzione camuffata da gioia e rassegnazione è destinata presto o tardi a sfogarsi nella vendetta più violenta e definitiva. Tutto ciò che giustamente ci si sarebbe potuti aspettare da Lamb restando invece delusi.

Come spesso capita nella filmografia distributiva e produttiva A24, la confezione (dunque atmosfere e basi narrative) risulta convincente, elegante e interessante, seppur priva di quegli elementi necessari alla solidità totale del prodotto cinematografico, quali: la funzionalità della scrittura, la costruzione degli archi narrativi dei personaggi, la gestione dei toni e degli stili.

Lamb è un film anomalo e particolare che nel suo farsi estremamente e inutilmente grottesco, risulta in definitiva parodico, a tal punto da cancellare perfino le sotto tracce drammatiche inizialmente credibili, emozionali e partecipative.

Un’occasione sprecata.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SINOSSI

Lamb di Valdimar Jóhannsson è un film curioso e sicuramente interessante come gran parte delle produzioni A24, dall'estetica fortissima ma che rischia di perdersi negli elementi fondamentali alla base del prodotto, a partire dalle interpretazioni e dalla cura per la sceneggiatura.

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