La specialista – recensione del debutto horror di Mariama Diallo su Amazon Prime

La specialista è un soft-horror che cuce sul tema della discriminazione razziale una metafora non focalizzata a pieno, parzialmente distratta, preferendo virare nel solco ingombro ed affaticato di una tradizione di genere onnivora ed addomesticata.

Tra accenni di intolleranza, streghe maledette, diversità sfiorate, indifferenziate, mai veramente digerite, donne in affanno nella propria realizzazione e destini incrociati fatalmente, Mariama Diallo dirige una storia al tempo stesso ligia ai ranghi e disperante, sulla difficoltà per donne nere di trovare e mantenere un proprio dignitoso posto nel mondo dentro un’ America che cammina scalza sui vetri rotti della sua storia, facendo finta di nulla.

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La specialista – Trama

Alla New England, università dal celebre pedigree, arriva Jasmine Moore (Zoe Renee) matricola nera, accolta in modo insolito dai suoi nuovi compagni, praticamente tutti bianchi, abbastanza indifferenti, capaci di humor freddo, saccente e macabro. Si scontra con la professoressa nera Liv Beckam (Amber Gray), da cui riceve un voto più basso delle aspettative e verso la quale fa reclamo attivando l’attenzione mai sopita del corpo docenti da sempre sospettoso che l’insegnante non abbia titoli parimenti degni rispetto a quelli dei colleghi per il posto che ricopre.

Si incontra, invece, con la nuova direttrice del dormitorio universitario, Gail Bishop (Regina Hall) prima donna nera a ricoprire questo ruolo, condizione che non manca mai di essere sottolineata in sua presenza e che le regala un crescente nervosismo. La situazione si complica fino a precipitare da quando Jasmine inizia ad avere incubi spaventosi, mossi forse dal presunto spirito di una studentessa nera suicidatasi proprio nella sua stanza.

Stesse visioni cadono negli occhi di Gail e rivelano una concatenazione predestinata che esige la rottura o la resa per essere interrotta.

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La specialista – Recensione

Serio e senza redenzione, La specialista, debuttato al Sundance 2022, ora disponibile su Prime Video, conta più sull’atmosfera tematica che sulla resa spettacolare: l’orrorifico è minimale e di già note vedute, imperniato sul classico della presenza notturna stregata, con tanto di mantelli, cappucci neri e cappi, con quadri decomposti, apparizioni di larve, croci bruciate, cicatrici che appaiono e scompaiono, luci al neon ballerine e persino mormoni ottocenteschi in processioni funeree, tutto a comporre una classica drammatizzazione onirica del sè, brandelli di un’allegoria del disagio da mancata integrazione per le protagoniste di queste visioni.

Le tre uniche donne nere de La specialista non riescono a star bene dove stanno ed ognuna reagisce alla propria insofferenza in modo diverso: Gail appiana a prosegue, cercando di razionalizzare e tirando avanti, Liv si inventa e racconta una vita migliore di quella che ha avuto, Jasmine decide di togliere se stessa da quel gioco definitivamente.

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Che l’ambiente studentesco americano sia focolaio di intolleranza razziale è cosa quasi naturale per almeno due motivi fondamentali. Il primo intrinsecamente legato ad un meccanismo atavico di privilegi e baronìe che da oceano ad oceano in ogni epoca ha fertilizzato in modo insano le dinamiche interne ai passaggi di cattedra e ai rapporti studenti-insegnanti, quegli stessi rapporti che per i neri si sono concretizzati con doloso disumano ritardo proprio negli Stati Uniti, vista la condizione di schiavitù da cui provenivano.

Il secondo legato al periodo stesso del college, esperienza formativa per eccellenza nella gioventù americana, in cui la persona matura, uscendo dalla sfera familiare ed affacciandosi in quella adulta: la stessa direttrice dice ai ragazzi nel suo discorso introduttivo che non faranno più ritorno a casa e non saranno più gli stessi di prima, poichè quel tempo, ossia l’infanzia spensierata e maggiormente protetta, è finito.

L’ urlo primordiale, rito propiziatorio di inizio corso, in cui dalle finestre tutti i ragazzi lanciano grida liberatorie la prima notte passata in dormitorio, sembra un peana a metà tra aggressione e difesa, gettato in faccia al futuro che li attende non bendisposto.

Il titolo (la cui versione italiana frastorna la curiosità, è inutile nonchè totalmente fuorviante) è in originale Master, ed ha una sua valenza storico-tematica molto precisa. Master significa padrone, ossia proprietario, di cose ed in questo caso di persone, colui che possiede il dormitorio, il luogo dove venivano consegnati corpi ed anime dei giovani, per studiare, o, in altra epoca, per lavorare, probabilmente nei campi. Dunque la figura più vicina al signore bianco da apporre come garanzia di proprietà vicino alla comunità nera.

Master è un retaggio di un tempo e una cultura schiavista, una parola non casuale che si è impressa nella mente della Diallo portandola ad elaborare una riflessione sul razzismo endemico, inconscio, mal-deteriorato dell’intera società americana, in debito e al contempo oppressa da una tradizione che ha su di lei lo stesso peso e le medesime implicazioni che, possiamo dire, ha avuto ed ha il nazismo di Hitler sulla Germania contemporanea.

Si vedano le battute-confessioni di Gail, emblematiche e rivelatrici del cuore del film:“E’ l’America”, oppure “sono venuta a farvi da serva”.

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La specialista non ha la forza impressiva e radicale di Jordan Peel ( Scappa-Get out),  e dei suoi immaginari (anche Us ne sa qualcosa), resta incorniciato in una disciplina troppo canonica per svettare e mescola inferiorità della donna al dramma del colore della pelle.

Quest’ultimo cross-topic invece di rafforzare e far esplodere il plot, lo rende meno determinato, smorzandone la gittata e la significatività concreta, con l’unico risultato di sfidare il dilemma ponendolo ad un bivio per cui non sappiamo fino in fondo se il problema in certi casi sia l’essere donna o l’essere nera.

Il culto della strega poi aumenta questa indecisione, perché streghe bruciate furono bianche e nere, ma sempre e solo donne, eretiche per nascita ed oscura materia interiore, non per inaccettabile pigmentazione epidermica.

Questa è una debolezza non da poco, maggiore rispetto alla mancata pirotecnicità del versante terrorifico: un horror socialmente schierato ha il dovere di restare forte il doppio di altre storie parzialmente simili, è come se la sua preparazione di base, le sue proprie fondamenta avessero la necessità di essere più cristalline di altri esperimenti, a giustificare la metamorfosi terribile che l’immaginifico del genere ne opera.

Dunque, con tutte le attenuanti di un debutto registico come questo, il bersaglio di La specialista non è pienamente al centro del mirino o, meglio, le pallottole utilizzate sono capaci di elidersi a vicenda.

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La specialista – Cast

A dispetto di ciò il cast ha un amalgama proprio e la complicità richiesta dalla situazione.

La Hall ha una presenza scenica che si sposa perfettamente con il ruolo oltre ad uno sguardo vivo, magnetico, sempre intimo ed intelligente al contempo. Eterea la Gray, volto e corpo che sembrano attraversare dimensioni ed età indefinibili e non omogenee. Dolce, fiera, grezza ma luminosa, la Renee, in una prova dai nervi saldi, forse poco espressiva, in linea con lo stile complessivo del film.

La specialista riporta a galla un difetto primogenito americano, un pre-destino di tutte, un sacrificio condiviso, una sorellanza/fratellanza che non riesce ad imporsi in modo sano o a risolvere la questione che l’ha generata: il problema razziale che sussiste inconsapevole nelle braci di una storia che ancora non insegna a distaccarsi da sé, semmai ad emulare, creando, consapevolmente ed inconsapevolmente, recidiva.

Trailer

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

In una celebre università arriva una matricola nera: verrà perseguitata dal fantasma di una studentessa nera lì sucidatasi. Accanto alla ragazza la nuova direttrice del dormitorio, nera anche lei. Soft-horror sulla discriminazione razziale con protagoniste donne nere e sfondo di caccia alle streghe ricordato in modo non del tutto pertinente. Poco spaventoso e più d'atmosfera, esordio registico composto che pecca di messa a fuoco del tema, di coraggio e di sviluppo tematico.
Pyndaro
Pyndaro
Cosa so fare: osservare, immaginare, collegare, girare l’angolo  Cosa non so fare: smettere di scrivere  Cosa mangio: interpunzioni e tutta l’arte in genere  Cosa amo: i quadri che non cerchiano, e viceversa.  Cosa penso: il cinema gioca con le immagini; io con le parole. Dovevamo incontrarci prima o poi.

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