Tra i titoli dello studio Ghibli che Netflix ha inserito nel suo palinsesto a febbraio, si trova anche questo piccolo strano film del 2002. Sull’onda del successo internazionale del precedente La città incantata, solo dell’anno prima, La ricompensa del gatto sbancò i botteghini in patria, arrivando primo per le produzioni giapponesi e settimo considerando quelle anche internazionali. Il film non è diretto da Hayao Miyazaki, bensì da Hiroyuki Morita, animatore con esperienza decennale all’interno di progetti del calibro di Akira, Kiki–consegne a domicilio, I miei vicini Yamada (tutti e tre disponibili su Netflix).

La protagonista Haru

Il film ha una storia singolare. L’adolescente Haru sente di essere sempre un passo indietro alla sua vita: non sente la sveglia, si perde le buonissime colazioni che le prepara la mamma, le piace un ragazzo che è già fidanzato e le capitano piccole grandi sventure ogni giorno. Una mattina però, arriva nel momento giusto quando salva provvidenzialmente un elegante gatto da un camion che lo sta investendo. Quella notte, una parata di nobili gatti arriva a casa sua offrendole ricche ricompense per aver salvato il Principe dei Gatti. Dopo alcune lusinghe, Haru accetta l’invito di andare nel Paese dei Gatti a visitare il Principe che ha salvato, ma scoprirà che non è tutto oro quel che luccica.

Quella che apparentemente comincia come una favola tenera e innocua si trasforma in una storia ricca di spunti e chiavi di lettura, con delle tinture anche inquietanti. Infatti, il Paese dei Gatti è una dittatura presieduta dal sadico Re dei Gatti, e la protagonista subisce appena arrivata una trasformazione, che, per quanto non sia mostruosa, è inquietante nelle sue implicazioni. Questi elementi ovviamente richiamano una tradizione di favole nella concezione europea e li ritroviamo anche in altre opere dello stesso studio Ghibli. Infatti, Hayao Myiazaki è un estimatore dell’estetica europea, come si può vedere nelle ambientazioni dei suoi film, e senza guardare troppo lontano, La città incantata ha una costruzione simile alla Ricompensa del gatto. Anche lì infatti troviamo un mondo alternativo a quello reale, fantastico e crudele, e una trasformazione mostruosa, anche se non della protagonista. I punti di contatto però finiscono qui.

La ricompensa del gatto è un film infatti più asciutto, a tratti disarmante per l’assenza di coinvolgimento emotivo o di stretta coerenza logica, ma per questo motivo risulta molto fresco e godibile, sia per un pubblico adulto che per un pubblico bambino. Inoltre, ha delle implicazioni poco scontate e tante idee. In primis l’idea quasi animista degli oggetti che prendono vita perché gli umani che li hanno creati hanno un’anima. Questi oggetti sono una statuetta di un gatto dagli occhi di smeraldo, Baron, e una statua ornamentale di un corvo.

La ricompensa del gatto

È proprio Baron che pronuncia la frase ricorrente del film, che invita la giovane Haru a rimanere nel suo tempo. Questa frase ha due significati. Il primo è sicuramente di tipo storico, in quanto il Paese dei Gatti è retrogrado e dittatoriale. Il secondo però sembra essere un consiglio sullo sfruttare il tempo che si ha. Nelle immagini finali infatti vediamo Haru che non perde tempo. Si alza presto, fa lei la colazione per la madre, legge il giornale (quindi sta nel suo tempo), non corre per andare a scuola. Un insegnamento pedagogico che raramente si trova ma che è sicuramente interessante.

Adatto a queste giornate di angoscia per staccare la mente e godersi i sempre impeccabili disegni dello Studio giapponese. Il titolo originale è Neko no ongaeshi, che si traduce quindi con La ricompensa del gatto, mentre il titolo internazionale è The cat returns.

Voto Autore: 3 out of 5 stars