Recensioni FilmLa mia vita da Zucchina - L'umano attraverso l'animazione

La mia vita da Zucchina – L’umano attraverso l’animazione

La mia vita da Zucchina (Ma vie de Courgette), è il primo lungometraggio d’animazione di Claude Barras, tratto dal libro Autobiografia di una zucchina di Gilles Paris. Presentato per la prima volta al Festival di Cannes nel 2016, è stato candidato l’anno successivo ai Premi Oscar come miglior film d’animazione. La pellicola è realizzata con la tecnica del passo uno, con nove animatori che hanno lavorato simultaneamente su quindici set differenti. Attualmente è disponibile su Prime Video.

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La mia vita da zucchina

La mia vita da Zucchina – Trama

Zucchina, il cui vero nome è Icare, ha nove anni e vive con la madre, spesso manesca, la quale si è data all’alcool da quando il marito li ha abbandonati. Un giorno il bambino la disturba facendo cadere una pila di lattine di birra. La mamma cerca di salire nella soffitta dove si trova il figlio, per picchiarlo, ma Zucchina provoca accidentalmente la sua morte, facendola cadere dalle scale.

Viene così portato in un orfanotrofio da Raymond, un poliziotto che si rivelerà poi essere una figura speciale per il bambino. Quì conosce altri bambini e bambine che, ognuno con la propria storia, si sono ritrovati a vivere un destino comune. Tra queste c’è Camille, con la quale Zucchina legherà particolarmente.

La mia vita da zucchina

La mia vita da Zucchina – Recensione

La mia vita da Zucchina è un film d’animazione. Partendo da questa asserzione si potrebbe pensare di doversi aspettare qualcosa di leggero essendo, nell’immaginario comune, un prodotto dedicato ai bambini e alla loro visione. Ma da tempo ormai case di produzione come la Pixar o Disney ci hanno insegnato che non è più così, o comunque non solo. È un film sui bambini, per i bambini e (forse soprattutto) per gli adulti. All’osservazione che il film sembra rivolgersi più a un pubblico adulto che in tenera età il regista risponde:

Sì, effettivamente l’idea era quella di rivolgerci agli adulti ma scrivendo la sceneggiatura abbiamo allargato i limiti della storia, tenendo in considerazione anche i più piccoli”.

Nella sua composizione l’immagine può apparire “semplice”, nella figura stessa dei personaggi. Dietro però c’è un grande lavoro manuale e di precisione, fotogramma per fotogramma, (passo uno), adottato anche in film storici come Cabiria di Gabriele D’Annunzio.

La mia vita da Zucchina è un film profondamente complesso per la tematica di cui tratta, ovvero quella di un’infanzia violata, dove gli occhi dei bambini sono la lente d’ingrandimento. La figura genitoriale è assente per diverse ragioni e crea un vuoto che difficilmente è colmabile, se non con l’aiuto e la presenza di persone generose e pazienti.

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Assenze che possono essere legate alla droga, come nel caso dei genitori di Simon, o per espulsione dal paese, come per la madre di Béatrice. Fino ai casi estremi e peggiori a cui si potrebbe arrivare, come capiamo essere accaduto alla piccola Alice. Una perdita che, allo stesso modo, può essere vissuta non da un figlio o da una figlia, ma bensì dai genitori. Raymond infatti confessa a Camille e a Zucchina di essere rimasto solo nel momento in cui il figlio ha deciso di andare via di casa.

L’anima del film

Nella tristezza di questa vicenda però, brilla uno spiraglio di speranza. L’anima del film ha un sapore agrodolce, probabilmente per il fatto che la storia è raccontata attraverso una precisa scelta stilistica: quella dell’animazione. Non solo. Altro elemento fondamentale è, come detto sopra, la lente d’ingrandimento, cioè gli occhi dei bambini. Essi tendono o a sdrammatizzare o a giustificare taluni comportamenti e assenze.

Ciò rende possibile una sdrammatizzazione dichiaratamente voluta dal regista Claude Barras che, riguardo al non accentuare il lato melodrammatico, afferma:

“Credo che questo si debba al ritmo della sceneggiatura dolceamara di Celine. Abbiamo sdrammatizzato il contesto con l’ironia ma credo che abbiamo aiutato anche le scelte di illustrazione e l’aspetto dei personaggi con queste grandi facce e grandi occhi. Sono orgoglioso di aver lavorato con un team di così grande talento, lo stesso di cui si sta servendo Wes Anderson per il suo nuovo film, per intenderci”.

In conclusione

La mia vita da Zucchina è portatore di un messaggio ben chiaro nella mente del suo regista: la solidarietà è la miglior arma nei momenti di difficoltà, anche contro la violenza. Senza fare moralismi di sorta, non è una strada facile da intraprendere. Ma anche quando la vita prende una svolta totalmente diversa da quella programmata, anche in tenera età, avere accanto qualcuno ci prende sotto braccio e ne condivide le buche lungo il passaggio, ci consente di arginarle o, per lo meno, di rialzarci.

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PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

La mia vita da Zucchina è un film che lascia un retrogusto agrodolce nel cuore di chi lo guarda. Malinconico e speranzoso allo stesso tempo.
Chiara Romagnoli
Chiara Romagnoli
Attrice diplomata, laureata in cinema e arti performative. Credo nei film, nel teatro e in tutto ciò che permette all'essere umano di esprimersi nei modi più diversi, attraverso i mondi più distanti.

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