Arriva per lo streaming su Amazon Prime Video Io e il Secco, il primo lungometraggio di Gianluca Santoni. Il regista, dopo varie esperienze di cortometraggio e di episodi televisivi, nel 2023 approda al grande schermo con una coproduzione che coinvolge anche Rai Cinema. La matrice di riferimento è quella di un promettente soggetto scritto a quattro mani con Michela Straniero, testo già vincitore del Premio Franco Solinas nel 2017. Il film, con le musiche di Dade, è stato presentato al Festival del Cinema di Roma nella sezione Alice nella città. Giunge poi in sala nel maggio 2024, tra successo di pubblico e di critica.

Io e il Secco: la trama
Dell’innocenza di cui i bambini dovrebbero godere, il piccolo Denni “con la i” (Francesco Lombardo) sta facendo ben poca esperienza. La sua infanzia è parzialmente persa, nonostante gli sforzi della tenera madre (Barbara Ronchi). Questo perché, pur nei suoi pochi anni, il bimbo è stato costretto a fare i conti con la violenza del padre (Andrea Sartoretti) sulla moglie. Una violenza di cui la donna, più spesso che non, porta i segni sulla pelle. E di cui anche il piccolo, inevitabilmente, tiene traccia nella mente. Le loro giornate sono un susseguirsi di pressioni da parte dell’uomo, che quando non ignora la famiglia la maltratta con astio.
Un giorno, per caso, un’amica parla a Denni di un proprio cugino criminale che risponde al nomignolo di “Secco”. Stanco di subire le prevaricazioni del padre, e di vedere la madre sofferente, il piccolo sceglie di prendere la situazione in mano. Si rivolge così proprio a quel sedicente criminale di cui ha sentito parlare, il Secco (Andrea Lattanzi). Un “super killer”, per dirla nei termini del bambino, che ben presto però si rivela di fatto un giovane sbandato. Assunto per uccidere il padre violento, il ragazzo continua a gravitare intorno al bambino nella speranza di mettere a segno un furterello. Ma, come è inevitabile, l’affezione è dietro l’angolo – anche se le conseguenze rischiano di essere più nefaste del previsto.

Io e il Secco: la recensione
Il cielo plumbeo di un’anonima città viene perfettamente incasellato nella fotografia di Damjan Radovanovic. Questa fa da squisita cornice e contraltare visivo ad un racconto inspiegabilmente al contempo malinconico e carico di speranza. Di Io e il Secco, tecnicismi momentaneamente a parte, resta addosso dalla visione una vena di apprezzabile autenticità. Che passa, per l’appunto, dagli alti e dai bassi dei suoi protagonisti e delle situazioni che mette in campo. Come è inevitabile, considerata la radice tematica, il tono del film scivola talvolta in un approccio fin troppo marcatamente sentimentale. Sia la trama che l’atteggiamento con cui essa si dispiega, infatti, fanno spesso leva su un certo senso di pietismo. Date le coordinate, la tenerezza nel pubblico – e quindi l’empatia agevolata – tende a scattare in automatico.
Viene dettata, evidentemente, dalla premessa di un protagonista bambino, che riesce a far vincere le sue amabili ingenuità contro il mondo tirannico che lo circonda. La controparte di questo approccio così potenzialmente “facile”, però, è un tentativo di resa particolarmente onesta del contesto che chiama in causa. Quello al centro di Io e il Secco è un quadro familiare sconfortante. Inserito in un contesto socio-geografico, peraltro, di dubbio gusto. Una cornice in cui a nessun personaggio viene garantita la spensieratezza. Ed è proprio la dolcezza che soggiace a queste asperità che detta la fortuna del film. Nonostante il quadro in cui si inserisce il racconto, i personaggi trovano i margini per donarsi l’un l’altro. Per afferrare, con disperato slancio, quel barlume di tenerezza che viene catapultata causalmente nelle loro vite.

Io e il Secco: la fortuna di un incontro
L’entrare in contatto del giovane protagonista con il Secco del titolo risponde al cosiddetto “want” del personaggio. È ciò che Denni crede di volere: l’annullamento dell’atroce padre. Ma ad emergere, nel corso dei quasi cento minuti di durata, è il “need” del bambino, il suo bisogno profondo e soggiacente. Quello di cui necessita, infatti, è una figura di conforto, di comprensione. La trova in un deliquentello sgangherato, di quartiere: un modello così sbagliato da finire per rivelarsi giusto. Allo stesso modo è necessario, per il personaggio del Secco, l’incontro con il bambino che muove l’azione. Poiché questi gli permette di riscoprire valori di fondo, di rimettere in prospettiva il suo presente. Rivelandosi, con somma sorpresa dello stesso, una figura quasi adulta – pur nel suo fare scherzoso e poco serio.
La genuinità dell’incontro tra i due è agevolata, in termini di credibilità, dalle performance di due attori esordienti o semisconosciuti, Cui si affiancano volti ben più noti, come quelli di Ronchi e Sartoretti, che si mantengono però rispettosamente di cornice. Non rubano loro la scena, ma anzi agevolano la loro centralità permettendo di sviluppare una dinamica che diventi perno della trama. Su questi binari, Io e il Secco riesce nella missione di raccontare un tema “adulto” e complesso come è la violenza domestica. Scegliendo di posizionare la macchina da presa ad altezza di bambino. E lasciando che sia uno sguardo tanto innocente quanto consapevole a tenere le redini della narrazione.

