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Il tempo che ci vuole, un film tra ricordi e amore per il cinema

Il tempo che ci vuole è un film intriso di memoria e delicatezza, un ritratto sincero di un rapporto padre/figlia intimo e autentico. Francesca Comencini a distanza di quaranta anni dal suo primo film, Pianoforte – anche quello un film autobiografico come questo sugli anni più bui della sua vita -, ripercorre la storia personale con il padre Luigi Comencini, uno dei più grandi registi italiani. Il regista di Pane, amore e fantasia, Tutti a casa, Lo scopone scientifico. E, soprattutto, il regista dei bambini con Incompreso, Marcellino pane e vino, e Le avventure di Pinocchio.

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Ed è proprio nella ricostruzione del set de Le avventure di Pinocchio, film per la televisione del 1972, che Francesca Comencini ritrae forse l’aspetto più nobile e galantuomo del padre. In una scena del film si vede Luigi Comencini rimproverare il suo assistente alla regia per essersi rivolto maleducatamente agli abitanti del paese in cui stanno girando. Utilizzando un espressione illuminante e che riassume anche la chiave di tutto il film: “Prima la vita, poi il cinema! E se non lo capisci è inutile che lo fai il cinema. Cazzabubbola!”.

Basterebbe questa frase per riassumere la grandezza di Comencini, del suo amore e dedizione per un “cinema popolare”, che si rivolga alla gente, la comprenda, la appassioni e l’avvicini ancora di più ad un mondo di fantasia e immaginazione.

In occasione della serata di premiazione dei David 2025 prevista per il 7 maggio, ricordiamo che Il tempo che ci vuole ha ottenuto 6 candidature, tra cui miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura originale, miglior attrice protagonista, miglior attore protagonista e il David giovani.

Il tempo che ci vuole – La trama

Il tempo che ci vuole

Questo film è il racconto molto personale di momenti vissuti dalla regista con il padre. Un racconto personale che però trova la giusta distanza nel fatto che tra il padre e la figlia c’è sempre il cinema come passione, scelta di vita, modo di stare al mondo. Il cinema come una rete che sottende il racconto dei loro scambi, crea lo spazio dell’immaginazione. “Con il cinema” dice, il padre “si può scappare.

Con l’immaginazione”. Le immagini partono dai ricordi e come i ricordi amplificano alcuni segni salienti e ne cancellano altri. Immagini scarne, in cui non c’è quasi niente tranne loro due, e in cui il segno che è presente ha sempre qualcosa di esagerato: se qualcosa è grande è molto grande, se è lontano è molto lontano, se c’è un raggio di luce è molto luminoso, se qualcosa è vicino è molto vicino.

Per quel che riguarda i set, invece, molta pienezza, confusione, fretta, molta gente, molto chiasso e anche qui tutto amplificato, in questa eccitazione della vita collettiva che sono i set: qui quelli di Pinocchio, sempre creati in mezzo al nulla, in terreni brulli di campagna.

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C’è lo spazio per osservare un padre che lavora duramente ai suoi film, e ad una figlia che cresce respirando l’aria cinematografica dei set, perdendosi in quei mondi chiassosi e immaginari dei film. In tutto questo, Comencini padre non perde mai occasioni per ascoltare la figlia e osservarla rispettando i suoi spazi.

Poi la bambina cresce, diventa adulta sullo sfondo degli anni di piombo. La caduta nell’eroina e la frattura tra i due, che non è un addio, anzi, un’occasione per riavvicinarsi e uscire insieme, padre e figlia, dal tunnel della droga.

Il tempo che ci vuole – La recensione

Il tempo che ci vuole

Francesca Comencini dirige forse il suo film più necessario di essere raccontato, uno scavo personale tra i suoi ricordi d’infanzia, memorie di giovinezza, angoli del passato, ma anche traumi, cadute e poi percorsi di crescita e maturazione. Nel Tempo che ci vuole esistono solo un padre e una figlia, un uomo e una donna in divenire, un artista affermato e un’altra che sta per nascere. C’è un italiano figlio degli anni Trenta, e una ragazza che vive gli anni dell’adolescenza tra rapimenti delle Br, attentati, scandali e l’uccisione dell’On. Aldo Moro.

Coadiuvata da due attori giganteschi, Fabrizio Gifuni, eccellente, nei panni di Luigi Comencini; e la figlia, interpretata dalla bravissima ed espressiva Romana Maggiora Vergano. Entrambi portano sullo schermo un’urgenza intima di raccontare il proprio vissuto, le proprie emozioni e fallimenti. Il tempo che ci vuole ci ha regalato forse una delle scene più intense del cinema italiano degli ultimi tempi: quella in cui Gifuni spalanca le porte del bagno e trova la Vergano intenta a iniettarsi una dose di eroina. Profonda, struggente e malinconica.

Qui, si incrociano le paure, le incertezze e i fallimenti di una ragazza con un padre che pur di dimostrarsi vicino e comprensivo alla figlia racconta le sue insicurezze artistiche e lavorative. “Tentare. Fallire. Tentare di nuovo!”, dice Comencini, e avere il coraggio e la pazienza di concedersi tutto il tempo che ci vuole per evolversi, emanciparsi e crescere.

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Prima il cinema, poi la vita

Nella pellicola della Comencini c’è spazio anche per altro cinema. Infatti il film è anche un atto d’amore verso la settima arte e la sua potenza evocativa. Tra i film citati e amati da Luigi Comencini figura L’Atlantide di Pabst, e Paisà di Rossellini, in una scena in cui Gifuni lascia andare le lacrime per la bellezza suggestiva del film.

Dunque, tra il surrealismo dei film muti al neorealismo italiano, Il tempo che ci vuole omaggia il cinema a 360 gradi. Non solo mostrandoci scene che ricostruiscono l’atto stesso del girare un film, ma anche numerosi rimandi e richiami ai cineasti che hanno influenzato la vita dello stesso Luigi Comencini.

E così la pellicola della Comencini ci racconta l’essenza profonda del cinema, l’amore e la voglia di raccontare qualcosa di diverso e, soprattutto, di personale. Pescato nel proprio vissuto, nelle proprie esperienze e sentimenti. Perché prima di tutto c’è la vita. E poi, il cinema.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Il tempo che ci vuole è un film emozionante, sincero e profondo. Una parabola intima che scava nel vissuto personale della regista Francesca Comencini e del rapporto con il padre Luigi.
Redazione
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