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Il male non esiste: l’ultimo film di Ryusuke Hamaguchi

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Vincitore del Leone d’Argento Gran Premio delle Giuria alla Mostra del Cinema di Venezia, “Il male non esiste” è un film di Ryusuke Hamaguchi. Dopo il Premio Oscar per il Miglior Film Internazionale conquistato con il pluripremiato “Drive my car“, tratto da “Uomini senza donne” di Haruki Murakami, stavolta il regista si concentra con una storia totalmente diversa.

Anche una piuma riesce a trasmettere il senso di pace nella natura di questo lavoro di Hamaguchi, dopo l’incursione in Murakami con la sua precedente pellicola. Era proprio la teatralità dello Zio Vanja a lasciare spazio alla lotta fra i demoni interiori. La posizione della fossa settica in quell’eden terrestre di “Il male non esiste”, diventa un motivo di dibattito per la sua popolazione. Essa infatti mal sopporta questo tentativo di profitto facile e veloce. Il consenso della comunità diventa una ragione essenziale per questa multinazionale.

Il male non esiste: il cast

Scritto e diretto da Ryusuke Hamaguchi, “Il male non esiste” è interpretato da Hitoshi Omika (Takumi), Ryō Nishikawa (Hana), Ryūji Kosaka (Takahashi), Ayaka Shibutani (Mayuzumi).

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Hitoshi Omika

Il male non esiste: trama e recensione

Tokyo, in una località boschiva non lontano dalla metropoli, un uomo, il tuttofare Takumi e sua figlia Hana, 8 anni, vivono in armonia con la natura e con gli abitanti locali. L’attenzione verso quel luogo paradisiaco viene catturata da parte di un’impresa dello spettacolo. L’obiettivo è quello di aprire un glamping, ovvero un camping lussuoso quasi come un qualsiasi resort.

Su quella zona però ci sono i cervi che cercano di abbeverarsi nelle acque delle sorgenti. Ma non solo, anche gli abitanti bevono quell’acqua e temono che la presenza dell’azienda possa creare seri danni. Due impiegati dell’azienda intervengono e cercano l’aiuto in Takumi affinchè possa intercedere con la popolazione.

Il Gran Premio della Giuria a Venezia 80′ è un nuovo progetto di successo per Ryusuke Hamaguchi, dopo “Il gioco del destino e della fantasia”. Ma soprattutto con il suo lavoro più premiato, “Drive my car”. “Il male non esiste” racconta della rottura di un equilibrio consolidato e prestabilito in un luogo dove la resistenza della popolazione è viva e persistente.

Il male non esiste

La carrellata visiva di Ryusuke Hamaguchi nella sua incredibile bellezza

Una lunghissima carrellata iniziale tra gli alberi di pino, che finisce sino a questo strambo neologismo definito “glamping”, ovvero quella forma di campeggio definita in un certo senso lussuosa e confortevole. E’ proprio questa lunga carrellata tra i boschi una sintesi di straordinaria bellezza, e soprattutto di potente evocazione in quello che rappresenta il settimo lungometraggio di Hamaguchi.

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Ce ne sono stati tanti esempi a livello cinematografico di lotta ad un certo tipo di capitalismo selvaggio, ma soprattutto di difesa di una certa salvaguardia ecologista. L’avvento di un potenziale resort per astruse logiche di mercato, va a contrastare i reali interessi degli autoctoni locali. Essi infatti preferiscono vivere in pace nella loro dimensione, spirituale e metafisica. E chi potrebbe biasimarli per questo.

Perchè lo scenario paradisiaco è una negazione simbolica anche dal titolo, e ci chiediamo se proprio questo stesso abbia un reale significato. Dei giapponesi di campagna o di natura, lo scorrere del tempo cammina come il letto di un fiume pacifico che scorre lentamente e inesorabilmente. La lentezza narrativa può apparire insopportabile per alcuni spettatori, così come l’atmosfera perennemente invernale.

Il male non esiste 1

La forza della natura in “Il male non esiste”

Dove la solitudine e la monotonia rappresentano la pesantezza del vivere dei personaggi, la presenza della natura è una costante in questo film che ha rappresentato un’anomalia nel finale. Il confronto fra gli abitanti e questi funzionari incaricati dell’azienda sono rappresentati in maniera alquanto posata, nonostante il palese disaccordo. C’è qualcosa di non detto a proposito del protagonista, soprattutto in merito alla scomparsa di sua moglie, e al suo ruolo al centro della vicenda.

L’atmosfera lenta e riflessiva paradossalmente porta una certa tensione, in quello che succede dove viene mostrato un contrasto fra la comunità e i giovani funzionari che espongono le ragioni dell’azienda. Hamaguchi aveva girato una serie di videoclip sulla natura, quasi documentaristici che poi ha scelto di rielaborare in forma filmica, appunto per “Il male non esiste”.

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Il male non esiste 2

Conclusioni

La spiegazione del glamping, cioè l’associazione della parola glamour unita al camping, fa capire che i due emissari dell’azienda non sono in realtà i veri cattivi. Ma proprio attraverso le sfumature si colgono altre cose. L’inquietudine costante viene scandita dai rumori della natura con la sua colonna sonora trascinante. Il pregiudizio non è sui cattivi che vengono presentati come gli invasori. Formalmente questa pellicola rappresenta lunghe sequenze non solo sulla natura, ma anche su alcuni gesti apparentemente banali, tipo una scena in cui viene spaccata la legna.

Tutto è essenziale anche nei tempi di montaggio, lunghi e orchestrati perfettamente con la colonna sonora, che determina tutto il senso ecologista di una natura che non potrà essere contaminata per sempre. Ma che necessita comunque di una certa cura e di un rispetto da parte di ogni essere umano.

Perchè la domanda al quale Hamaguchi vuole rispondere, spesso rimane senza risposta, ovvero il male può esistere? E fino a che punto? Se questi quesiti possono creare il dibattito attorno a questo enigma, è vero anche che per comprendere una pellicola come “Il male non esiste”, ci vuole predisposizione e apertura mentale per comprendere al meglio determinate situazioni.

Il trailer

PANORAMICA

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

"Il male non esiste" è l'ultimo film dell'autore dello splendido "Drive my car", Ryusuke Hamaguchi. Ed è un elogio silenzioso ed ecologista sulla natura e sull'ambiguità del male. Gran Premio della Giuria a Venezia 80'
Francesco Maggiore
Francesco Maggiore
Cinefilo, sognatore e al tempo stesso pragmatico, ironico e poliedrico verso la settima arte, ma non debordante. Insofferente, ma comunque attento e resistente alla serialità imperante, e avulso dai filtri dall'allineamento critico generale. Il cinema arthouse è la mia religione, ma non la mia prigione.

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