La rivista Movie Mag ha avuto il piacere di parlare del cinema insieme a Steve Della Casa, noto critico cinematografico, conduttore radiofonico e storico direttore artistico. È una delle voci storiche del programma cult di Rai Radio3 Hollywood Party e ricopre l’incarico di Conservatore della Cineteca Nazionale della Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia.
Ecco di cosa abbiamo parlato.
Lei è stato uno dei primi in Italia a sdoganare e nobilitare il cinema “popolare” e di genere (polizieschi, western, horror italiani) che la critica snobbava. Pensa che oggi ci sia ancora qualche “sacca” di cinema contemporaneo ingiustamente considerata “di serie B” o il pregiudizio è del tutto superato?
Ma in realtà il pregiudizio c’è ancora. Comunque è considerata ancora un po’ una mania di alcuni pazzoidi e così via. Se dovessi dire un una cinematografia che è poco considerata e che invece è molto interessante è quella messicana. Lo scorso anno, o due anni fa, ho fatto una retrospettiva al Festival di Locarno e noi conosciamo solamente i film che ha fatto Buñuel da quelle parti e poco altro, ma in realtà c’è una cinematografia di genere in Messico, soprattutto di noir, che è molto più dura, forte e più interessante di quella hollywoodiana a cui essa stessa si ispira. Poi non dimentichiamoci che in Messico ci ha lavorato anche Orson Welles.

Oggi chiunque può recensire un film su Letterboxd, TikTok o Instagram in pochi secondi. In questo panorama così democratico ma frammentato, qual è il vero ruolo del critico cinematografico professionista? Ha ancora il potere di influenzare il pubblico?
Il punto è fondamentale e colpisce al cuore riguardo al ruolo del critico oggi. Condivido pienamente questa visione “militante” della critica. Il valore non sta nel fare sfoggio di teoria fine a se stessa, ma nel creare ponti e nel rendere accessibile l’opera. Rondolino, con la sua vicinanza all’esperienza dei cineclub degli anni ’70, aveva intuito che l’atto critico più puro è, prima di tutto, condivisione e programmazione. Oggi il problema è l’infobesità: c’è tutto e, proprio per questo motivo si rischia di non vedere nulla. Poi l’algoritmo spesso restringe il campo anziché ampliarlo, creando bolle di contenuti simili. In questo scenario, Ecco quali sono i suoi compiti principali. Creare un contesto, ovvero fornire le coordinate per comprendere il film, stimolando il dibattito subito dopo. Bisogna filtrare e aiutare lo spettatore a orientarsi nel caos delle piattaforme di streaming e segnalare dove e come vedere un’opera, spesso dimenticata.Il cinema è un’esperienza collettiva e la critica migliore è quella che nasce dal dialogo (con allievi, amici, appassionati), non quella scritta su una torre d’avorio. Mostrare l’opera, analizzarne un frammento insieme e far nascere il commento spontaneo è l’unico modo per tenere in vita la passione cinematografica.
Come storico e direttore di festival, ha vissuto l’evoluzione della fruizione filmica. Crede che la sala cinematografica stia diventando un luogo d’élite per cinefili, o c’è un modo in cui i cinema possono riconquistare il grande pubblico nell’era delle piattaforme streaming?
La visione di un film su grande schermo comunque, al di là di quello che la gente possa pensare, è diversa da quella sullo schermo del computer. Questo è un è un fatto ineliminabile. Il problema della è una questione legislativa. La Francia c’è una legge che proibisce la diffusione di un film sulle piattaforme non prima che sia passato, almeno, un anno e due mesi. Qui c’è una lobby invece, diciamo, televisivo-piattaformesca. Se in Italia si dovesse aspettare diciotto mesi per accedere a un prodotto in streaming il pubblico in sala aumenterebbe. Ovviamente non bisogna essere reazionari e dire che tutto quello che avviene fuori dalla sala sia brutto, sono semplicemente ambiti diversi e fruizioni diverse.
Spesso si sente dire, con una certa nostalgia, che il cinema italiano non ha più la forza trainante degli anni ’60 e ’70. C’è qualche regista o movimento attuale in Italia in cui ritrova lo stesso coraggio e la stessa urgenza narrativa di quella stagione d’oro?
Oggi il cinema italiano che viaggia e incassa all’estero è quasi esclusivamente quello seriale. Questa non è una formula nuova inventata da Netflix o da Prime: è esattamente lo stesso modello che ha reso grande il nostro cinema d’autore e di genere negli anni ’50 e ’60. Film come Il sorpasso erano profondamente italiani, ma presentavano coproduzioni e cast internazionali (come Jean-Louis Trintignant) che ne garantivano il successo all’estero, influenzando persino registi oltreoceano, basti pensare a Dennis Hopper per il suo Easy Rider. Oggi il cinema italiano soffre di due grandi mali che limitano la sua esportabilità: mancanza di ambizione internazionale; moltissime produzioni, soprattutto le commedie, vengono scritte, pensate e realizzate per il solo pubblico nazionale, risultando spesso incomprensibili o poco appetibili fuori dai nostri confini. E poi bisogna tenere in considerazione il sistema dei finanziamenti. Il meccanismo dei contributi pubblici e dei pre-acquisti fa sì che un produttore spesso riesca a coprire i costi e ad andare in attivo ancor prima che il film arrivi in sala. Questo purtroppo abbatte il “rischio d’impresa” e, di conseguenza, l’esigenza di creare un prodotto che debba per forza essere bello, competitivo e capace di viaggiare.
Spesso i grandi maestri lasciano una traccia solo nei libri. Gianni Rondolino, invece, sembra aver lasciato una vera e propria eredità viva, quasi “fisica”, nel panorama culturale italiano. Che tipo di impronta ha impresso e qual è il nucleo più profondo del suo insegnamento che resiste ancora oggi?
Il vero lascito di una figura come Rondolino si misura proprio non solo nei libri e nelle recensioni che ha scritto, ma nella “scuola” che ha creato, lasciando un’impronta fisica e umana nel panorama culturale. Il fatto che figure di primissimo piano nei vertici dell’università, della Cineteca Nazionale, delle direzioni artistiche e persino di programmi di culto come Fuori Orario siano stati suoi allievi dimostra che è stato un seminatore straordinario. Ha formato una classe dirigente della cultura cinematografica italiana. Il punto che tocchi sull’apertura mentale è forse il suo insegnamento più moderno e necessario, soprattutto oggi. Negli anni ’70, in un’epoca di fortissima polarizzazione ideologica e di “schieramenti” dove spesso il giudizio su un film era politico prima ancora che estetico. Rondolino rifiutava questo approccio dogmatico. Il suo approccio era intrinsecamente dialettico. Il film era un testo da esplorare e con cui dialogare, e la recensione era un invito a fare lo stesso. Questo tipo di umiltà intellettuale, unita a una competenza sconfinata, è probabilmente la lezione più preziosa che i suoi allievi hanno portato nelle loro carriere. Si possono avere posizioni personali anche molto radicali, ma la sua grandezza stava nella capacità di non farle mai diventare un muro.

Nella sua lunghissima carriera ha fatto il critico, il saggista, il conduttore radiofonico a Hollywood Party e il direttore di festival. C’è un film in particolare, visto nella sua giovinezza, che le ha fatto dire: “Voglio passare la mia vita a parlare di cinema”?
Il film che mi ha cambiato la vita è stato Sentieri Selvaggi. Era una pellicola che piaceva tantissimo a Jean-Luc Godard, ma io questo non lo sapevo. Però, quando ho visto quel quel film, ho capito che quello che era considerato un genere per ragazzi, ovvero il western, in realtà poteva essere molto più profondo e interessante. Ed ero abbastanza giovane quando ho fatto questa riflessione. Credo di aver avuto, quando la prima volta che l’ho visto, tipo 10-11 anni. Ho studiato Lettere Classiche ed ero un latinista anche abbastanza bravo, ma al secondo anno ho partecipato ad alcuni dibattiti di un cineforum e lì ho di nuovo capito che il cinema faceva di nuovo capolino nella mia vita, che forse dovevo seguirlo, e così è andata.

