Dalla vena cinematografica western e machista di Clint Eastwood nessuno si sarebbe aspettato opere di romantica e catalizzante sensibilità. Eppure nel 1995, a più di vent’anni dal suo esordio registico con Brivido nella notte (1971) – e dopo aver firmato capolavori del calibro de Gli spietati – giunge il sorprendente I ponti di Madison County. Il film, con protagonisti lo stesso Eastwood e una particolarmente ammirevole Meryl Streep, è un dramma romantico della durata di 134 minuti. La sceneggiatura, tratta dal romanzo omonimo di Waller, è scritta da Richard LaGravenese (Unbroken, Come l’acqua per gli elefanti, Freedom writers). Alla sua uscita in sala, il successo del lungometraggio fu immediato: tra fortuna al botteghino e esiti positivi in ambito di critica, Maryl Streep riuscì persino a guadagnarsi una (delle tante) nomination agli Oscar – senza però vincerla: la statuetta quell’anno andò alla collega Susan Sarandon per il suo lavoro in Dead man walking.

La trama del film
Alla morte della madre Francesca (Meryl Streep), i figli adulti Caroline e Michael leggono su sua richiesta i diari da lei scritti negli anni. I due hanno bisogno di comprendere le ragioni dell’apparentemente insensata richiesta di cremazione e dispersione delle ceneri dal ponte di Madison County. Leggendo i diari scoprono trascorsi della vita materna rispetto ai quali erano rimasti sempre all’oscuro, e che riconfigurano l’immagine che hanno di lei. La vitale Francesca, infatti, in giovinezza si è trasferita per amore dalla passionale Bari all’arida e anonima campagna dell’Iowa. Al fianco del suo Richard, ha sopportato la solitudine dei campi sconfinati, l’abbandono del lavoro da insegnante e il dedicarsi quotidiano ai suoi figli ormai adolescenti. Non è mai giunta ad odiare veramente l’uomo che ha sposato, e al quale è affezionata, ma detesta tacitamente la vita a cui si è rassegnata.
Per quattro giorni, Richard e i figli si allontanano dal paese per partecipare ad una fiera. È proprio quello il momento in cui bussa alla porta di Francesca, rimasta sola, il fotografo della National Geographic Robert Kincaid (Clint Eastwood). Fra coincidenze e richieste d’aiuto i due trascorrono insieme ore, che si trasformano presto in intere giornate, mentre la fascinazione reciproca cresce. Lui è ammaliato dalla sua presenza energica di lei, costretta nei confini di un’esistenza frustrata, e lei a sua volta è rapida dai racconti delle sue esperienze incredibili. Fra cene, racconti e confessioni, i due presto finiscono per innamorarsi e vivono l’intera parabola di una storia d’amore debordante e appassionata nell’arco di pochi giorni. A ridosso del ritorno a casa della famiglia però, Francesca è costretta a scegliere: troverà la forza di andarsene con Robert per scoprire una vita nuova o ritornerà all’equilibrio placido che abita da decenni?

I ponti di Madison County – La recensione del film
In un film che vede come protagonisti un’impareggiabile coppia composta da Clint Eastwood e Meryl Streep, è impossibile non supporre che le interpretazioni siano il punto di forza assoluto della pellicola. E, in effetti, il lavoro che effettuano sui loro personaggi si erge a colonna portante del film. In I ponti di Madison County arriviamo a scorgere, come mai prima di quest’occasione, un lato forse nuovo dello spettro performativo di Clint Eastwood. Rapito, sensibile, ammaliato: in definitiva, lo riscopriamo irrimediabilmente innamorato. La mascolinità “tutta d’un pezzo” cui ha sempre dato corpo con le sue performance si frammenta, e dagli spiragli che apre si intravede una nuova delicatezza, quasi una fragilità. Il suo Robert Kincaid non ha paura di mettersi a nudo, metaforicamente parlando, di fronte alla macchina da presa. È fascinoso e abile con le parole, ma nondimeno si prostra di fronte alla portata energica di un sentimento travolgente.
È difficile che ad un personaggio tanto complesso quanto inedito per i connotati che lo incorniciano venga rubata la scena. Ma, malgrado il lavoro che Eastwood svolge sul Robert che egli stesso si affida, le redini interpretative in I ponti di Madison County sono tutte in mano ad una celestiale Meryl Streep. La sua vena irrefrenabile e debordante ci appare compressa, addirittura schiacciata, in un contesto che non le appartiene. La campagna desolata dell’Iowa non è certo lo scenario giusto per il suo essere pieno colorato. Così, appena le si presenta l’occasione con la comparsa di Robert, trova una finestra attraverso cui lasciar sgattaiolare la sua vera natura. Passionale, travolgente, magnetica; la sua personalità trascina il co-protagonista così come cattura noi, che incameriamo devotamente ogni suo gesto e sospiro.

I ponti di Madison County: due protagonisti impareggiabili aiutati da una scrittura sofisticata
Dove risiede però altrettanta fortuna della fortuna di I ponti di Madison County, è nel fatto che gli eccellenti attori – così come una pulitissima e sincera regia – possano basare le proprie performance su una scrittura convincente. L’assetto di base è deliberatamente minimale – due personaggi, una storia d’amore – ma la costruzione del caratteri e l’elemento temporale elevano queste fondamenta lineari. La presenza di un time lock (di una “scadenza”, per così dire) dettata dal ritorno della famiglia della protagonista dopo quattro giorni determina un elemento di pressione, quasi di suspense. Il rapporto fra i due personaggi deve dunque scegliere se circoscriversi entro questa temporalità o se da essa debordare, con conseguenze però tutt’altro che da sottovalutare. Parallelamente, la caratterizzazione impeccabile nella scrittura dei personaggi rafforza la struttura narrativa, rendendo l’andamento credibile e sentito – e permettendoci di stabilire subito un legame di sintonia empatica sia con Robert che con Francesca.
Della prima percepiamo con forza lo struggimento, la frustrazione, il contenimento forzato dal contesto. Quando all’inizio di I ponti di Madison County conosce Robert abbandonandosi a pensieri non consoni non la giudichiamo, e esultiamo del suo abbandono al sentimento. Ma, allo stesso modo, quando più tardi esplode contro di lui indecisa sul da farsi, le sue parole non ci suonano fuori luogo perché percepiamo il conflitto interiore da cui sono dettate. E, ugualmente, non possiamo che comprendere il sentimento del povero Robert in ripartenza, che teme di vedere il suo sentimento e le sue azioni incomprese da parte dell’amata. La costruzione dei personaggi è densa, millimetrica e perfettamente centrata. Quando poi essi vengono abitati dai corpi di due interpreti del calibro di Streep e Eastwood il miracolo si compie, e persino un regista tanto “maschile” finisce per realizzare uno dei più grandi drammi romantici della storia del cinema.

