I morti non muoiono

Autore cinematografico è colui che fa ogni volta un film diverso pur riuscendo a rimanere sempre se stesso. Il che non significa che lui come artista non cambi, anzi, è piuttosto vero il contrario e così si spiega il paradosso: la filmografia di un regista muta, matura o ristagna, molto spesso contro la sua volontà, come lui muta, matura o ristagna in quanto essere umano. Ciò che deve però sicuramente risaltare e il suo rapporto col mondo in quello specifico momento della vita. I morti non muoiono, l’ultimo film di Jim Jarmusch, ha sorpreso un po’ tutti proprio perché sarebbe così pieno di lui da non essere un buon film di genere e, al tempo stesso, sembra allontanarsi talmente tanto dalle opere precedenti da non sembrare una sua pellicola. Ma vediamo se i due assunti sono veri.

 

I morti non muoiono

In primis, va detto che la distanza dai suoi lavori soggiace allo stesso principio con cui si allontana da qualsiasi altro film sugli zombie. È evidente, insomma, il tentativo di riflettere sulla tradizione di un filone ormai talmente decodificato e parodizzato da aver perso ogni pregnanza satirica ed essersi ridotto a mero esercizio autocompiaciuto di riscrittura (ogni riferimento a operazioni quali Pride and Prejudice and Zombies e Anna and the Apocalypse è puramente voluto). Ciò che George A. Romero voleva fare con i non-morti è ormai storia della metafora politica, e il fatto che Jarmusch abbia voluto tornare proprio alle origini con espliciti riferimenti a L’alba dei morti viventi (1968) e Zombi (1978) non può essere un caso, ma piuttosto vale a teorizzare la morte di un genere ormai del tutto assimilato.

I morti non muoiono

Perciò, quando ai giorni nostri scrive questo scheletro di uno zombie-movie con la cittadina di provincia, lo sceriffo, il distributore di benzina, lo zotico e i giovani forestieri che non sanno cosa li aspetta, il regista di Akron ci fa capire subito che non ha mai voluto fare l’ennesimo zombie-movie. Semmai sembra essere sua intenzione farci vedere che quel modello non può funzionare più; almeno non per spiegare il mondo come si faceva prima. Può invece essere proficuo riportare in vita un genere, i morti viventi, ormai morto per farlo arrancare verso la consapevole autodistruzione postuma.

I morti non muoiono

I protagonisti del film non sono che funzioni di tale rielaborazione, fisicamente impreparati ad affrontare ciò che si trovano davanti e psicologiamente inadatti a qualsiasi sviluppo realmente utile allo scopo. Così come tutti noi di fronte alla realtà dei fatti odierni. Questo presente è un sogno che non ci appartiene e noi non riusciamo nemmeno a rendercene conto. È in grado di farlo solo chi si isola dalla società per osservarla da lontano come l’eremita Bob, sul quale Jarmusch sembra aver instaurato l’identificazione del punto di vista, interpretato da Tom Waits che in quanto musicista ha almeno gli strumenti per provare a lirizzare l’apocalisse. Bill Murray e Adam Driver, invece, sono spettri dal passato cinematografico dell’autore e come tali si comportano tutto il tempo, sciorinando battute in effetti prive di originalità perché appartenenti a un tipo di film che, legato com’è alla riuscita delle trovate artigianali è di poche ma efficaci svolte narrative, ne ha sempre voluta il meno possibile.

Jarmusch conosce molto bene i generi classici e questo già lo sapevamo. Qui riprende i cliché di un filone ormai noto a tutti come quello dei morti viventi e, portandoli fino al loro eccesso, li neutralizza definitivamente, costituendo la base per un discorso molto più complesso sulla messa in scena.

I morti non muoiono

Persino la vice dello sceriffo impersonata da Chloë Sevigny, l’unica ad avere reazioni naturali di fronte al dramma, è per prima una funzione: rappresenta quella figura che nella classicità dell’horror vive maggiormente il trauma emotivo, magari poi sfogandolo istericamente subito prima del finale. E in questo gioco metacinematografico non si salva nemmeno il cinefilo, raffigurato dal nerd Bobby il quale vive la propria frustrazione sociale come un difetto e non come un valore e perciò finirà esattamente come i ragazzi di città con i quali avrebbe voluto instaurare dei rapporti.

Tutto sembra già scritto e a niente serviranno le notazioni ironiche dello sceriffo. Quei ragazzi, poi, giunti a Centerville per sbaglio proprio su un’auto del ’68 e sbranati in un motel “come quelli dei vecchi tempi”, risultano essere l’immagine più pura di un presente che guarda al passato senza senso storico e perciò incapace di pensare alcun futuro possibile.

Inoltre, in momenti molto diversi della pellicola, i personaggi ripetono qualcosa che è appena stato detto o fatto da un altro, dimostrando di essere già morti prima di morire e soprattutto che la ripetizione, l’imitazione, l’omologazione, dettate dall’ormai imperante sistema socio-economico capitalistico, hanno già posto le basi per un’implacabile autodistruzione dell’umanità. L’unica a potersi salvare è quindi l’entità aliena interpretata da Tilda Swinton, non umana, probabilmente immortale e non priva di un certo spietato senso di bellezza, esattamente come la sua vampira Eve di Solo gli amanti sopravvivono (2013). In conclusione, si tratta di un bel film di Jim Jarmusch perché registra la fine di ogni narrazione, ma anche di un grande film sui non-morti perché segna la fine della mitologia zombie.

Voto Autore: 3.5 out of 5 stars