domenica, 17 Ottobre, 2021

Honey Boy – Il film su e con Shia LeBeouf

Presentato al Sundance Festival nel 2019, dove gli viene anche riconosciuto lo Special Jury Award, Honey Boy è l’opera prima della regista Alma Har’el, sulla sceneggiatura di Shia LaBeouf. Una trascrizione e trasposizione cinematografica delle memorie della sua infanzia, quindi di tutte le problematiche rimaste irrisolte e sepolte all’interno, movente di numerose complicazioni durante la propria vita. Il film, diviene quindi un’operazione di elaborazione personale, di affronto verso la persona e gli ambienti, che hanno portato al bambino grandi difficoltà. Racconta il lato oscuro di Hollywood, del business dello spettacolo e di ciò che si riversa, in particolar modo nei giovanissimi attori portati all’interno dell’industria dai genitori.

Honey Boy

Il film si concentra quindi sulla storia personale di Otis, interpretato da Lucas Hedges, che in seguito a un percorso di vita difficoltoso, aggravato dall’atteggiamento del padre, nasconde i propri demoni nel proprio lavoro, finché non arriva a doversi necessariamente appoggiare a una terapia. In quest’occasione, emerge la vera natura di Honey Boy: un’opera scritta per rigurgitare le proprie paure del passato, al fine di superarle. La terapeuta chiede ad Otis di produrre uno scritto, al fine di superare le difficoltà personali causate in particolar modo dal padre, che il ragazzo non vuole e non riesce a riconoscere come causa delle proprie frustrazioni. James Lort, interpretato dallo stesso Shia LaBeouf, porta il bambino all’interno dell’industria dello spettacolo, già di per sé complicato, incrementando tutto con uno stile di vita difficile, dove l’alcool fa da padrone, ormai da generazioni.

Honey Boy
Shia LaBeouf in HONEY BOY Courtesy of Amazon Studios

Di grande valore l’interpretazione di Noah Jupe, nei ricordi di Otis da piccolo. Un racconto che fonde quindi l’elaborazione e la crescita, il superamento del dolore personale attraverso il ricordo, nel lungometraggio inevitabilmente romanzato. Importante anche il lavoro della regista, con dei buoni e piacevoli ritmi, che mantengono viva l’attenzione dell’osservatore. Fino al coinvolgimento emotivo ed empatico nel superamento e avvicinamento a quelle paure sepolte da tempo nell’interiorità del protagonista.

Honey Boy

Con un casting, che dimostra essere di grande livello, si rimarca anche la bravura di Shia LeBeouf, il quale rende estremamente forte tutta la narrazione, mettendosi nella posizione del padre. Otis, Shia, affronta quindi le problematiche nella convinzione di aver compreso appieno ciò che lo tormenta, riportato alla realtà dalle parole della terapeuta che lo aiuta a comprendere dove sbloccarsi per rivelarsi a sé stesso e andare oltre. Non accettare la verità di colpevolizzare quel padre, che per lui è solo il grande motivo per cui ora riesce a lavorare, non una causa di dolore.

Honey Boy

Honey Boy, quindi porta sullo schermo oltre che un racconto intimo e personale, una grande riflessione nella difficoltà che si può sviluppare nel rapporto tra padre e figlio, nella difficile comprensione da parte del padre di come dare il massimo per il proprio ragazzo e l’abbandono di quest’ultimo nei momenti di maggiore bisogno. Quello che emerge purtroppo, è anche la convinzione da parte del padre di non commettere errori con Otis. Un’importante componente che si srotola lungo tutto il percorso, verso cui rimaniamo degli osservatori esterni, emotivamente coinvolti, ma impossibilitati a fornire alcun supporto.

Non solo questo, ma anche tutte le dinamiche proprie del business dello spettacolo. Ripercussioni che si radicano nelle giovani personalità come LeBeouf e che difficilmente vengono dimenticate. Traumi più o meno grandi, che portano giovani prodigi in un complicato e tumultuoso rapporto con sé stessi. Quando non lavora, Otis vive la propria vita in un motel ai margini della città, se il padre c’è, trascorre del tempo con lui, oppure è solo.

LeBeouf stesso si è sentito in colpa, per la creazione della produzione, come elemento di elaborazione del proprio dolore. “è strano ossessionarsi al tuo dolore, ricavarne un prodotto e sentirsi in colpa per averlo fatto. Mi è sembrato molto egoista. Tutta questa faccenda è sembrata molto egoista. Non ho mai pensato ‘Oh, sto andando ad aiutare delle cazzo di persone’. Non era il mio obiettivo. Stavo cadendo a pezzi”. Comprendiamo ancor di più quindi, la natura intima e personale dell’opera. Concentrata fondamentalmente sulla propria persona, sulla necessità di liberarsi. Tutte le riflessioni viste, scaturiscono come contorno. Il vero punto focale è il ruolo di catarsi che ricopre il film per l’attore.

PANORAMICA RECENSIONE

regia
sceneggiatura
interpretazioni
emozioni

SINOSSI

Honey Boy è l’opera prima della regista Alma Har’el, sulla sceneggiatura di Shia LaBeouf. Una trascrizione e trasposizione cinematografica delle memorie della sua infanzia, quindi di tutte le problematiche rimaste irrisolte e sepolte all’interno, movente di numerose complicazioni durante la propria vita. Il film, diviene quindi un’operazione di elaborazione personale, di affronto verso la persona e gli ambienti, che hanno portato al bambino grandi difficoltà.
Davide Pirovano
Mi piacciono le arti visive contemporanee e mi piace pensarle in un’ottica unificatrice. Non so mai scegliere, ma prediligo le immagini e storie di Gaspar Noé, David Fincher, Yorgos Lanthimos e Xavier Dolan.

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