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Ho affittato un killer – Kaurismäki e il Regno Unito

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Nel 1990 il regista finlandese Aki Kaurismäki realizza il suo ottavo lungometraggio cinematografico, Ho affittato un killer. Un film che arriva dopo la “Trilogia dei perdenti” che comprendeva Ombre nel paradiso, Ariel e La Fiammiferaia. Si tratta del primo lavoro del regista con un attore protagonista non finlandese. Un attore che non poteva che essere il volto-icona della Nouvelle Vague. Il ruolo è, infatti, affidato a Jean-Pierre Léaud, l’Antoine Doinel di François Truffaut. Kaurismäki non ha mai fatto mistero della fascinazione esercitata su di lui dal cinema francese. La casa di produzione di cui è proprietario si chiama, tra l’altro, Ville Alpha. La presenza di quel particolare periodo è ben visibile nel suo cinema. Una presenza visibile in un certo modo anche in Ho affittato un killer.

Ho affittato un killer – la trama

Henri Boulanger (Léaud) è un immigrato francese nel Regno Unito negli anni ’80, che lavora per un’azienda idrica. La sua condizione di immigrato lo rende una delle prime vittime delle politiche di austerity promosse dal governo inglese in quegli anni. L’azienda, come riconoscimento del suo lavoro, gli rende un orologio d’oro non funzionante. Disoccupato e senza prospettive, Boulanger prova a suicidarsi. Ma i suoi tentativi finiscono sempre per fallire. Decide così di rivolgersi ad un’agenzia di sicari. Nell’attesa che il killer compia il suo lavoro Henri trascorre le serate nei pub e qui incontra Margaret. Innamoratosi della donna, tenta di cancellare il suo omicidio. Ma l’uomo che si deve occupare della sua morte, malato di cancro, vede nella sua professione il compimento del suo destino. Si scatena quindi da qui una rincorsa, spesso umoristica come conviene allo stile di Kaurismäki, tra i due.

Ho affittato un killer – la recensione

Kaurismäki con Ho affittato un killer amplia il suo sguardo sui marginalizzati. La storia di Henri Boulanger è la storia di un emigrato e di un uomo della working class. Nella sua storia si riassumono molti dei caratteri distorti di determinate scelte politiche. In questo senso, come per l’ambientazione nel Regno Unito, il regista finlandese si muove sulle orme di Ken Loach in questo film. Ho affittato un killer è attraversato da una sottile ironia, da un umorismo tutto finlandese a cui il cineasta ci ha abituati nel tempo. È un film che guarda ad una certa commedia inglese dei decenni precedenti, come alla filmografia francese tra gli anni ’60 e ’70. La black comedy inglese a cui Kaurismäki guarda è quella di registi come Michael Powell, al quale è contenuta una dedica a inizio film.

Altrettanto significativa è la presenza di Léaud. Il volto della Nouvelle Vague, forse più di tutti. Sicuramente il volto più importante del cinema di Truffaut, che si vede crescere da quel capolavoro infinito de I Quattrocento colpi. Come nei film che lo hanno reso celebre, Léaud è magnetico. Capace di camminare sulla corda dell’umorismo disperato dell’inizio del film. Allo stesso tempo capace di lottare e scappare, con un umorismo sempre sotteso nella seconda parte. La fotografia di Timo Salminen ancora una volta rappresenta un valore aggiunto. Ho affittato un killer sfrutta tutte le potenzialità della fotografia e del campo per rafforzare il proprio racconto. La vita di Henri riprende altrove, perché “la classe operaia non ha patria”.

Gli sconfitti. Il cinema umanista

Tutta la cinematografia di Kaurismäki è attraversata dal racconto dei marginalizzati. Il maestro del cinema europeo è un riferimento culturale importante nel panorama attuale. La capacità di creare una commistione umoristica e politica della società lo rende imprescindibile. Fin dall’inizio della sua carriera, con la sua versione di Delitto e castigo, il cineasta ha raccontato da vicino quei margini. I personaggi dei suoi film oscillano tra l’assenza della speranza e slanci di vita. Con la “Trilogia dei perdenti” ha realizzato negli anni ’80 uno spaccato interessante della società finlandese e forse della società in generale. Kaurismäki senza forzature riesce a mettere in scena le distorsioni della nostra società. È un cinema umanista perché si occupa principalmente di queste condizioni. Chiunque voglia confrontarsi con un determinato modo di fare cinema, deve confrontarsi con lui.

Ma Kaurismäki è anche un regista di incredibili slanci umoristici e ironici. Una risata che, anche se straniante, viene fuori da quasi tutti i suoi film. Una vena umoristica che traspare dai volti spesso impassibili dei suoi protagonisti. Di tutti gli interpreti maggiori del suo cinema, di cui vale la pena ricordare Kati Outinen e Matti Pellonpää. Pur avendo più volte annunciato il ritiro, alla fine Kaurismäki è sempre tornato sui suoi passi. Una scelta che ha compiuto anche in tempi recentissimi. Quest’ anno ha presentato a Cannes il suo ultimo film, che, come al solito, riscontra grande successo di critica, Fallen Leaves. Si tratta di un altro film che mette in scena un’umanità dissestata e che sembra destinata a soccombere. Ma è un’umanità che alla fine riscopre, in sé stessa, la vita.

PANORAMICA

Regia
Soggetto e sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Uno dei capolavori della filmografia di Kaurismäki. La prima collaborazione con l'icona della Nouvelle Vague, Jean-Pierre Léaud.

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