Green Inferno

Eli Roth, il regista amico e pupillo di Quentin Tarantino (che nel 2006 gli produce l’avvincente Hostel), come il suo maestro non ha mai nascosto una grande passione per il cinema di serie B, meglio se italiano.  Così, nel 2013, dopo diversi anni di assenza dal cinema torna a firmare una pellicola splatter: Green Inferno. Il film omaggia apertamente il genere cannibal ed in particolar modo il controverso Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato del 1980. All’epoca, quando uscì, per il realismo estremo delle scene, la pellicola subì quella che è stata probabilmente la più grande opera di censura della storia del cinema. Il film venne bandito in più di cinquanta Paesi. Cannibal Holocaust è diviso in due parti, la seconda con il titolo Green Inferno, appunto,  è una sorta di falso documentario che racconta, con una brutalità al limite del dicibile e del sopportabile, le violenze inflitte da quattro reporter nella foresta amazzonica, alle popolazioni indigene, in nome dello scoop e del giornalismo sensazionalistico. In seguito, i selvaggi cattureranno i cronisti e si vendicheranno divorandoli.

Green Inferno

Green Inferno di Eli Roth non è esattamente un remake dell’opera di Deodato ma una sorta di tributo. La storia pur avendo delle analogie, infatti, è alquanto diversa. La protagonista è Justine, una giovane ed ingenua studentessa universitaria che si unisce ad un gruppo di attivisti per un viaggio in Perù. Un progetto edilizio prevede che una parte della foresta amazzonica venga abbattuta e le tribù locali cacciate dai loro territori. I giovani ambientalisti con la volontà di impedire tutto ciò, giunti sul luogo, muniti di telefonino, minacciano di riprendere e trasmettere in diretta streaming lo scempio. Al termine della dimostrazione, il loro aereo precipita e gran parte degli attivisti sono catturati e fatti prigionieri da un gruppo di cannibali che vedendoli come nemici, li tortureranno smembrando i loro corpi e mangiandoli vivi.

Green Inferno

Green Inferno non è un buon film e questo lo si comprende dall’inizio. Sin dalla presentazione del gruppo degli ambientalisti tutti un po’ anonimi per la verità. La trovata ecologista, alquanto inflazionata ultimamente, sebbene interessante rimane sullo  sfondo così come il tema dei social, croce e delizia dei nostri tempi. Questi elementi non sembrano parte integrante del racconto ma un labile pretesto per mostrare immagini truculente, messe lì quasi per caso, senza che queste riescano in alcun modo a turbare o impressionare lo spettatore. Nei vecchi cannibal  movies la violenza cruda e fortemente disturbante di alcune scene non era gratuita. In Cannibal Holocaust di Deodato (al quale comunque rimane difficile perdonare le violenze reali perpetrate ai danni degli animali) le torture delle tribù indigene nei confronti dei giornalisti  rappresentavano la loro unica arma di difesa verso le barbarie commesse dai bianchi per la loro brama di notorietà. Deodato ci mostrava l’Amazzonia in tutta la sua arcaica ferocia mentre in Green Inferno la foresta peruviana sembra una meta turistica per escursionisti coraggiosi.

Molte pellicole  splatter contemporanee, inoltre, per alleggerire la violenza visiva contenuta si affidano ad una leggera comicità che stempera in questo modo i toni cruenti. Eli Roth invece, sembra prendersi sempre troppo sul serio, persevera nell’ austerità di alcune trovate narrative che in questo modo risultano sconcertanti. Si pensi ad esempio alla scena in cui la comitiva di prigionieri, con l’intento di fuggire, riempie  il corpo di uno di loro, ormai morto, con una grossa quantità di marijuana per stordire gli indigeni una volta che mangeranno il cadavere. Dopo lo sballo, in preda alla fame chimica, i cannibali divorano altri prigionieri. Si rimane alquanto sbigottiti davanti a questa bizzarra trovata. Se solo fosse state alleggerita da una certa ironia probabilmente non sarebbe apparsa così assurda per non dire ridicola. Se la storia di Green Inferno non convince affatto, da un punto di vista formale Eli Roth conferma le sue ormai assodate capacità di regia e di messinscena. Davvero notevoli le panoramiche aeree con le quali ci mostra la foresta amazzonica e belli anche gli accostamenti cromatici tra il verde della natura selvaggia e il rosso porpora  con il quale gli uomini della tribù dipingono i loro corpi per i riti cannibaleschi.

L’horror contemporaneo è inevitabilmente a corto di idee. Lo dimostra la pratica diffusa del remake che evidenzia, al di là di qualche rara eccezione, una profonda crisi del genere. All’inizio degli anni Duemila Eli Roth aveva contribuito a rinvigorirlo  con i suoi film d’esordio Cabin Fever e Hostel entrambi figli dell’horror anni Settanta e Ottanta (evidenti gli omaggi a Hooper, Craven, Landis e Raimi) ai quali il regista statunitense aveva aggiunto quel suo personale ed originale tocco malsano soprattutto nell’ostentata e sanguinaria devastazione di corpi e anime.  Green Inferno invece non aggiunge nulla all’horror di oggi se non un titolo in più alla lunga lista di rifacimenti cinematografici, più o meno fedeli, stanchi e impersonali. Ed  è un gran peccato perché si ha la sensazione che Roth abbia perso una gran bella occasione.

Voto Autore: 3 out of 5 stars