mercoledì, 21 Aprile, 2021
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Grazie a Dio

La carriera del regista François Ozon ha sempre preso direzioni molto diverse ed è impossibile ogni volta prevedere che tipo di film andremo a vedere. Apertamente gay, i suoi film sono spesso caratterizzati da persone e storie LGTB, oltre a un forte spirito satirico e un’ampia analisi della sessualità umana. Il suo film precedente “Doppio amore” era un thriller erotico, selvaggio e sopra le righe, per questo rimaniamo molto sorpresi per quanto sia secco, sobrio e senza fronzoli quest’ultimo, Grazie a Dio, che rappresenta la sua più grande sorpresa. Scritto e diretto proprio dal regista francese, il film è stato presentato in anteprima e in concorso al Festival di Berlino del 2019 e si basa sulla storia vera di un prete pedofilo avvenuta in Francia tra gli anni ottanta e novanta. Una storia dolorosa e cupa, proprio perché mette in primo piano le vittime di quegli abusi.

Grazie a Dio

Grazie a Dio è dunque un docudrama scottante su un argomento che si è fatto strada con particolare ferocia nei media francesi negli ultimi tempi, ed esplora gli scandali degli abusi sessuali nella Chiesa Cattolica, descrivendo nel dettaglio l’esposizione di padre Bernard Preynat che, tra gli anni ’80 e ’90, ha abusato della sua posizione all’interno del gruppo di scout che aveva fondato e guidato sin dalla sua creazione a Lione commettendo atti delittuosi di carattere sessuale su centinaia di ragazzi, di età inferiore a 16 anni. Una di queste vittime è Alexandre (Melvil Poupaud), un cattolico ancora devoto che sembra avere una vita perfetta: una bella moglie, cinque splendidi figli, un ottimo lavoro, eppure il suo trauma è profondo, nonostante siano passati trent’anni. Un trauma che viene risvegliato dalla notizia che padre Preynat continua ad avere contatti con altri bambini, ed è lì che inizia la sua battaglia. I ripetuti motivi di giustizia rivolti al cardinale superiore Barbarin sono al centro della prima mezz’ora del film. Raccontato attraverso la serie di corrispondenze scritte tra Alexandre e l’arcivescovo, diventa chiaro che l’unica cosa che vorrebbe fare la Chiesa è spazzare via il problema sotto il tappeto. Alexandre chiede persino un incontro con l’anziano Preynat che sembra sinceramente dispiaciuto e ossessionato dalle sue azioni passate che sorprendentemente non rinnega, ma non si scusa né chiede perdono, suggerendo invece di pregare insieme. La rabbia dovrebbe essere gorgogliante, ma tutto questo ci viene mostrato attraverso una serie di email fortemente scritte, ciascuna letta dalla voce fuori campo che non crea prettamente un avvincente dramma. Questa serie di corrispondenze risultano doverose e ripetitive, e Ozon non riesce a trovare un modo per ravvivarle visivamente.

Grazie a Dio

Un brusco cambio di direzione che infonde colore e vita necessaria al film si ha quando il testimone narrativo viene improvvisamente consegnato a François (Denis Ménochet), un’altra vittima di Preynat che vuole far crollare l’intera Chiesa in un blitz mediatico. Lo spirito schietto che François porta al film è corroborante dopo che abbiamo trascorso così tanto tempo con Alexandre, una persona più pacata e avveduta. François cerca altre vittime, una delle quali è Emmanuel (Swann Arlaud), la cui vita infelice e il corpo danneggiato è un’eredità troppo visibile dell’abuso di Preynat. L’esibizione crudele e malinconica di Arlaud porta molta pienezza. Mentre la trama è strutturata in modo procedurale, Grazie a Dio si concentra quindi su vittime e famiglie. I 137 minuti del film sono popolati da quello che potrebbe essere uno dei migliori ensemble di recitazione. Spesso girato in stretti primi piani, il susseguirsi di conversazioni piene di tensione (oltre a fugaci sguardi tra i personaggi) offrono scorci avvincenti ed esaminano la miriade di modi in cui gli abusi possono segnare la vita di una persona fino a distorcere le relazioni con la propria famiglia e con gli altri. Fede, famiglia e memoria si intrecciano e si scontrano. Ognuno di questi uomini ha affrontato il proprio abuso in modo diverso, ognuno di loro ha una propria relazione con Dio e ognuno di loro è alla ricerca di qualcosa di unico da questo processo.

Grazie a Dio

Di solito, Ozon è un narratore stravagante e fantasioso, ma in Grazie a Dio mostra i suoi doni spesso sottovalutati come drammaturgo sensibile e intelligente. In questo film reprime tutti i suoi classici impulsi alla regia – l’inganno strutturale, il genere eccitazione, l’umorismo furbo – per raccontare come un gruppo di uomini di Lione abbia fondato un gruppo di sostegno per aiutare le vittime a rompere il silenzio e a resistere all’omertà della Chiesa. Le somiglianze tematiche con “Il caso Spotlight”, film premio Oscar del 2016 di Tom McCarthy, che ha indagato su una storia simile all’interno dell’episcopato di Boston, sono evidenti e persino menzionate dai personaggi di Ozon. La differenza principale, tuttavia, è che Ozon segue direttamente le esperienze dei suoi protagonisti, il trauma e le ricadute durature in ciascuna delle loro vite, piuttosto che attraverso il prisma di un’indagine giornalistica. Nonostante non abbia la spinta narrativa investigativa de “Il caso Spotlight”, Grazie a Dio è un gradito atto di solidarietà e di giustizia. Ci sono flashback inquietanti e blocchi burocratici esasperanti, ma il regista non sembra essere interessato al sensazionalismo o alla suspense. Invece, rimane strettamente focalizzato sulla forza crescente degli esseri umani feriti al centro della storia, traditi e ignorati proprio da quell’istituzione che ha giurato di proteggere gli indifesi. Verso la fine arriva un momento in cui viene chiesto ad Alexandre se crede ancora in Dio. La scena si interrompe da una complessa reazione e la domanda rimane sospesa lì. La fede può essere ripristinata? Si possono recuperare delle vite così brutalmente ferite? Il film lascia malinconicamente e con intelligenza quelle domande elementari senza risposta. Tuttavia, un nuovo respiro di spirito è evidente nella solidarietà che queste vittime costruiscono insieme. L’unico potenziale antidoto al dolore e al silenzio individuale sembra essere proprio il sostegno comune.

Voto Autore: [usr 3,5]

Maria Rosaria Flotta
Laureata in Scienze della Comunicazione con una tesi sul cinema d'animazione. Curiosa, attenta e creativa. Appassionata di cinema, arte e scrittura.
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