Gold – Sopravvivere alla fine del mondo, quando tutto è finito, perfino la speranza

Desolazione e siccità – La regia di Anthony Hayes tra Mad Max e The Rover

Anthony Hayes, regista australiano classe 1977 giunto al quarto lungometraggio abbandona il dramma più classico di New Skin (2002) e Ten Empty (2008), due dei quattro film precedenti, per dedicarsi ad un progetto ben più estremo e anomalo, Gold, distribuito dalla Screen Media Films nelle sale cinematografiche statunitensi nell’estate del 2021.

Gold fondamentalmente fa parte del florido filone del cinema post apocalittico, quello dalle ambientazioni distopiche desolate e mortifere, in cui nulla più è rimasto, se non pochi e disperati sopravvissuti che si muovono solitari tra sconfinate terre di nessuno nella speranza di trovare qualcosa di meglio, per un futuro di salvezza o quantomeno di sollievo dalle tensioni e dal terrore delle aggressioni quotidiane e dunque della fine.

Non c’è né spazio, né tempo per conoscere i nomi dei pochi individui che il film mostra e racconta, una soluzione che ben si adatta alla regia scarna, spietata e assolutamente minimalista adottata da Hayes dalla prima all’ultima inquadratura del film, poiché di fatto non vi è motivo di conoscerli, ogni cosa, ogni uomo, così come ogni azione è destinata a svanire, nella polvere di un deserto crudele che tra cani randagi, fantasmi e tempeste di sabbia, non sembra intenzionata a lasciare scampo all’umanità.

Gold

Zac Efron muovendosi abilmente tra dolore fisico in costante aumento e sofferenza psicologica estremizzata e per certi versi da body horror Cronenberghiano, sembra citare tanto lo Hugh Glass (Leonardo di Caprio) di Revenant, quanto il Max Rockatansky (Mel Gibson) di Mad Max – Interceptor, cercando una dimensione da vero e proprio tour de force di ferite, grida e deliri che se non va a segno in termini di interpretazione credibile e godibile, quantomeno diverte per il suo gusto così sfacciatamente pop e citazionista di un intero universo che il pubblico ben conosce, anche se in chiave sostanzialmente differente.

La civiltà è crollata, tutto è crollato e l’anarchia sembra dilagare in ciò che resta del mondo. Un giovane uomo (Zac Efron) che dice di avere ancora del denaro chiede un passaggio ad un altro (Anthony Hayes), perché convinto (ingenuamente e per questa ragione immediatamente redarguito e poi deriso) di raggiungere un luogo in cui ancora è concesso lavorare legalmente, con tanto di retribuzione e tetto sopra la testa.

Il passaggio gli viene concesso ma qualcosa non va. L’auto è scassata e il denaro non è più sufficiente. Così i due arrestano la loro corsa per un guasto nel bel mezzo di un’area desertica totalmente esposta, poiché priva di alberi o qualsiasi altro genere di rifugio. Qualcosa accade e i due trovano dell’oro.

Da questo momento le logiche narrative prendono una direzione cinematografica differente, quella della costrizione fisica ad un’immobilità costante, pena la morte, in un determinato luogo che non sembra affatto voler lasciare scampo.

Appartengono a questo modello cinematografico titoli estremamente differenti tra loro come: Open Water, Frozen ed il nostrano Mine del duo Fabio Guaglione e Fabio Resinaro. Gold ha in comune lo stesso ragionamento principale ossia: che cosa accadrebbe se dovessi restare immobile in un punto chiaramente limitato e circoscritto, nonché esposto a qualsiasi pericolo senza poter fuggire o difenderti? Ci riusciresti appellandoti alla più profonda motivazione e sete di speranza o ti lasceresti morire?

Questi i quesiti che il giovane uomo interpretato efficacemente, ma senza alcuna sorpresa o guizzo, da Efron si pone per tutta la durata – o quasi – del film, coinvolgendo lo spettatore in una lunga e decisamente sentita ora e mezza di durata durante la quale tutto è dolore, sofferenza e rinuncia.

Sono molte le tematiche comuni a Mad Max, a partire dalla condizione drammatica della siccità che impedisce al protagonista di restare lucido, fino al contesto scenografico e al look degli individui che vi si muovono, ricoperti di polvere e vestiti di stracci.

Ma ancor più forte è il legame tra Gold e The Rover, altro titolo australiano piuttosto interessante e riuscito, facente parte del più moderno cinema post apocalittico. Il film di Hayes, così come quello di David Michôd ragiona ancor prima della traccia avventurosa e di sopravvivenza, su quella più politica e sociale riguardante il crollo della società, raccontata nel corso di un incipit scarno e dal dialogo pressoché inesistente, poiché ridotto all’osso, come qualcosa di assolutamente inevitabile, una conseguenza nient’affatto inaspettata dell’uso e abuso dell’uomo delle fonti primarie e in generale di tutto ciò che la terra e il mondo prima di allora avevano da offrire e che ora non esiste più.

L’unico legame tra ciò che era e ciò che è viene ridotto all’oro ritrovato dai due uomini, un materiale svanito e perciò prezioso, a tal punto da doverlo difendere con la vita, costi quel che costi.

Laddove The Rover di Michod si faceva malinconico, silenzioso e poetico, pur trattando tematiche assolutamente drammatiche, spietate e crude, Gold di Hayes opta per un registro probabilmente più sfrontato, avventuroso e per certi versi da torture porn, scagliandosi ferocemente sul corpo e il volto sempre più livido e martoriato di Zac Efron che tra grida, cicatrici, conseguenze della disidratazione e così via ce la mette tutta pur di sopravvivere, subendo a poco a poco le sevizie più estreme e incessanti da parte di una natura ostile che vuole sopravvivere agli uomini e non più farsi sfruttare.

Gold

È sempre cinema australiano, così com’è sempre distopia post apocalittica e drammatica, ciò che resta è la sofferenza, ciò che cambia è la lente e il registro narrativo.

Per Michôd è d’interesse poetico il lasciarsi morire silenziosamente tra le lacrime donandosi definitivamente alla terra, per Hayes è invece d’interesse il non lasciarsi morire, la ricerca della volontà, l’inseguimento della speranza in un mondo che non sembra prevederne più e dunque la ribellione definitiva, non tanto psicologica e dunque di pensiero, quanto carnale e dolorosa.

Gli uomini non sono buoni – Nick Cave riassume il concetto della fine

Una delle molte sorprese di Gold, a partire da una regia interessante poiché intelligentemente minimalista e cruda, fino alla fotografia livida e di grande atmosfera a cura di Ross Giardina, è l’assenza pressoché totale di colonna sonora. Gold infatti non si appoggia nei momenti cardine su quei classici brani di grande dialogo narrativo volti a mutare o all’opposto a veicolare emozionalmente una determinata sequenza, sceglie piuttosto di farne a meno.

Il sound design di Gold tra ululati del vento, latrati di cani randagi, grida e sussurri lontani, è così efficace, atmosferico e protagonista che riesce a non produrre mai nello spettatore una percezione di mancanza di suono, o necessità d’ascoltare un brano riempitivo. Il linguaggio scarno del film d’altronde dimostra dall’inizio alla fine quanto Gold non voglia affatto essere convenzionale e già visto, piuttosto un prodotto che servendosi di basi narrative conosciute, riesca a spingersi oltre, divenendo altro.

L’intelligenza narrativa di Hayes in qualità di regista e co-sceneggiatore insieme a Polly Smith trova un’ulteriore conferma nell’unica scelta musicale che si rivela decisamente ironica e scaltra, tanto come posizione nel minutaggio, quanto per elemento testuale (del brano in connessione con il film) che non solo strappa una risata, ma riesce a farsi riassuntiva di tutto ciò che il film fino a quel momento ha raccontato, ossia People Ain’t No Good di Nick Cave & The Bad Seeds.

Gold non è certamente un grande film, ma è un ottimo esempio di cinema indipendente, così come di titolo interessante facente parte della cinematografia australiana, cui appartengono titoli cult talvolta dimenticati poiché colmi di un certo gusto estremo e difficilmente accostabile a quello nordamericano come Wake in Fright del 1971, diretto da Ted Kotcheff e scritto da Evan Jones, recuperato e restaurato anni dopo da Martin Scorsese, un film al quale Gold deve molto.

Zac Efron nella sua prima prova estrema diverte come in pochissime altre occasioni cinematografiche e seriali del passato e questo è già un motivo sufficiente per recuperare il quarto lungometraggio di Anthony Hayes.

Questo è un film durante il quale è fortemente sconsigliato bere, poiché ci si potrebbe realmente sentire in colpa. Se non altro, gli haters di Efron lo faranno a volontà, facendosi beffe della sua sofferenza. Un buon modo in ogni caso per divertirsi con il cinema e con Gold.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Gold di Anthony Hayes è puro cinema post apocalittico sulla sofferenza solitaria ed estrema a metà strada tra torture porn, Mad Max eThe Rover. Zac Efron protagonista assoluto soffre, grida e delira abbandonato in un deserto solitario e temibile dinanzi ad una moltitudine di pericoli e alla perdita pressoché totale di qualsiasi speranza.

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