Si avvia come un mix di citazioni, Gli uomini d’oro di Vincenzo Alfieri, dai colori acidognoli che hanno caratterizzato la trilogia di Smetto quando voglio, alla scena in discoteca di Luigi Meroni (Giampaolo Morelli) in una versione più giovanile e meno modaiola del Jep Gambardella sorrentiniano in “La grande bellezza“. Ma per quanto possa sembrare un prodotto chiuso in uno schema ben definito, il lavoro di Alfieri prende una piega inaspettata infatti, nella distensione della sceneggiatura, Gli uomini d’oro si rivela essere più autoreferenziale di molti altri prodotti cinematografici definiti tali.

Gli uomini d'oro
Giampaolo Morelli e Fabio De Luigi

La trama prende spunto da fatti di cronaca italiana di fine secolo scorso, in una Torino irriconoscibile e messa appositamente da parte dal regista per soffermare l’attenzione sui soli protagonisti. La storia si dirama, inseguendo vari punti di vista, in tre capitoli (Il Playboy, Il Cacciatore, Il Lupo). E funziona perché ogni capitolo è autonomo, e quando ciò accade è difficile che il risultato finale sia godibile e lineare, ma Vincenzo Alfieri ci riesce. Il regista, sceneggiatore e montatore, per quanto giovane possa essere, firma un lungometraggio dal carattere retrò, con inquadrature sfalsate, oblique. Alfieri maneggia la macchina da presa come fosse un gioco, in una particolare scene effettua una rotazione completa offuscando il campo visivo come in un sogno hitchcockiano.

Gli uomini d'oro
Gli uomini d’oro

Sicuramente Gli uomini d’oro illude le aspettative del pubblico, che scommette sulla classica commedia italiana, a cui gli stessi protagonisti di questo film hanno preso parte in passato. Ci si immagina una rapina nello stile del recente Non ci resta che il crimine, dove anche qui Edoardo Leo veste i panni dell’antagonista, o nel già nominato Smetto quando voglio, scoprendo con grande sorpresa che quello che si sta vedendo è un ibrido tra il drammatico, thriller e noir. Ogni protagonista de Gli uomini d’oro sembra incarnare un genere, Fabio De Luigi assume connotati drammatici elogiando un personaggio tormentato, combattuto tra gli ideali e il denaro. Edoardo Leo, l’intimidatorio lupo, aggiunge un tocco di suspance alla narrazione e Giampaolo Morelli è l’unico a cui viene concessa una personalità sopra le righe.

Gli uomini d'oro
Fabio De Luigi in una scena del film

L’elemento noir invece è la costante, lo ritroviamo nel barlume degli interni, nelle luci della città notturna, nelle movenze affaticate dei protagonisti e nel finale amaro. La carta vincente di Alfieri è la sensazione di spaesamento inculcata nella mente dello spettatore, testimone di una storia tanto surreale da sembrare allucinogena.

 Giampaolo Morelli e Fabio De Luigi in una scena del film
Giampaolo Morelli e Fabio De Luigi in una scena del film

Per uomini d’oro si intende un insieme di persone che, pur essendo responsabili di un colpo grosso, non contano altri crimini o vittime sulla propria strada. Secondo questa logica, seppure Alfiere cerca di rianimare il genere noir italiano, il risultato finale è fin troppo povero d’azione. Inoltre i personaggi femminili vengono solamente mostrati, come se fossero corpi esanimi, senza una personalità degna di memoria, al contrario degli uomini che tentano di primeggiare in ogni situazione.  

Voto Autore: 2.5 out of 5 stars