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Fantozzi, un privilegiato dei tempi moderni

“Scusi, chi ha fatto palo?”. Basterebbe questa celebre frase del Rag. Ugo Fantozzi per raccontare un mito, una maschera della commedia dell’arte tra comico e grottesco. Stiamo parlando dell’impiegato più famoso d’Italia e forse, più umiliato, vessato e mortificato d’Italia. Paolo Villaggio con la sua creazione letteraria prima, cinematografica poi, ha saputo raccontare un paese che si raccontava immerso nel progresso, nell’emancipazione, in una nuova prosperità economica, sociale e politica. Sì, tutto bello. Ma non era proprio tutto così.

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Quando Villaggio realizza, con la regia del grande Luciano Salce, la prima saga cinematografica di Fantozzi, siamo nel 1975. Nel pieno degli anni di piombo. Con registi che hanno saputo raccontare quell’epoca con straordinaria lucidità, vedi Rosi o Petri. Anni non facili, in cui la violenza dilagava nelle strade, negli edifici pubblici, negli atenei; un vento progressista proveniente dai campus americani soffiava forte anche alle nostre latitudini. Sono gli anni degli arresti, attentati, rapimenti, per una parte del paese c’è poco da ridere. Viene spontaneo schierarsi, scegliere da che parte stare, c’è un intellettualismo impegnato che permea ogni strato culturale e sociale.

Eppure, in tutto questo, Villaggio sceglie di raccontare un antieroe per eccellenza, un ultimo destinato a rimanere tale. Un impiegato modesto da finire addirittura nel sottoscala. Fantozzi si pone a metà tra il tragico e il comico. Un velo di mestizia ammanta la vita di questo povero impiegato, la cui quotidianità è scandita inesorabile dall’orario di lavoro. E niente più.

La Megaditta di Fantozzi

Ugo Fantozzi è un minuscolo ingranaggio di una mega ditta romana, ragioniere assegnato all’ufficio sinistri di un’azienda che ha al suo interno una ferrea gerarchia. Non solo quella scandita dai superiori del ragionare, ma anche tra gli stessi impiegati, in cui prende vita un microcosmo sociale rappresentativo di una più ampia disuguaglianza sociale.

Al suo interno figurano diversi personaggi curiosi, dal rag. Filini (un grandissimo Gigi Reder) super organizzatore di feste e iniziative aziendali, forse l’unico vero amico di Fantozzi. Poi c’è il geometra Calboni (Giuseppe Anatrelli), istrionico e mattatore, simbolo del servilismo più bieco e spudorato; la Sig.na Silvani (Anna Mazzamauro) miss dell’ufficio e sogno proibito di Fantozzi.

Per non parlare dei vari personaggi della dirigenza, veri e propri deus ex machina che si sentono in dovere di qualsiasi cosa nei confronti dei sottoposti, anche violenze fisiche e verbali. Già dalle diciture delle loro figure si palesa una chiara distanza tra “loro” e tutti gli altri, con improbabili titoli quali Mega Direttore Naturale, Mega Direttore Clamoroso. Accompagnati da bizzarre cariche nobiliari e cavallerizze, che suggeriscono atteggiamenti poco onesti e ammirevoli, quali Gran. Mascalzon., Gran. Farabut., Figl. di Putt.

La megaditta romana è l’esempio dell’ordine sociale e burocratico che andava formandosi nell’Italia del boom edilizio di fine anni Cinquanta. C’è una qualifica, quella che pende sopra le teste di ogni impiegato e che in un certo senso certifica l’appartenenza ad una determinata classe sociale. Scatti di carriera previsti solo se accompagnati da pratiche di piaggeria sfrontata e adulazione sfrenata. Pena una condizione perenne di inferiorità.  

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Fantozzi, o si ama o si odia

Fantozzi

Niente mezze misure. Il personaggio di Ugo Fantozzi o lo si ama o lo si odia. Tertium non datur. È opinione diffusa che la maschera fantozziana sia talmente chiara e netta che produce sempre discorsi contrastanti. C’è chi si ritiene un fan sfegatato, un fantozziano puro, un genio di rara intelligenza e sensibilità. Specialmente se si tratta di discutere dei primi due film di Fantozzi. Quello del 1975, Fantozzi, appunto, e Il secondo tragico Fantozzidel 1976.

Nei primi due film è condensata tutta la poetica tragica di Fantozzi, con punte altissime di comicità e di gags memorabili e di abile scrittura cinematografica. Già proseguendo negli altri capitoli della saga ci si rende conto che la spinta propulsiva dei primi due film viene meno tragicamente. Non solo per una virata verso situazioni e sketch più di cattivo gusto, ma anche per un eccessivo prolungamento della storia. Quasi sfilacciata e portata avanti senza una vera direzione cui tendere.

Ecco perché molti non amano per niente Fantozzi, polarizzando il discorso verso una scelta di campo che non prevede punti di contatto. Semmai una totale indifferenza al personaggio. Il primo Fantozzi è universale non perché parla a tutti e basta, ma perché parla a tutti tramite il filtro del lavoro. Fantozzi non è un disperato perché un perdente qualunque, ma perché c’è un sistema dietro che ti vuole così.

Tant’è vero che in uno dei momenti più iconici del secondo film, Il secondo tragico Fantozzi, il ragionere, stanco ed esausto nel sorbirsi per l’ennesima volta la visione notturna della Corazzata Potëmkin (1925, diSergej Michajlovič Ėjzenštejn), impostagli dal megadirettore, si lascia andare ad uno sfogo iconico del cinema italiano: La Corazzata Potëmkin è una cagata pazzesca! Con tanto di standing ovation e 92 minuti di applausi.

E oggi

Fantozzi

E veniamo ai giorni nostri. Fantozzi all’epoca era considerato uno sfigato, un fallito, un perdente che non riesce a ribellarsi ai soprusi dei suoi superiori e colleghi. Eppure, facendo un salto ad oggi, la situazione di Fantozzi non sembra poi così tragica rispetto all’attuale mondo del lavoro. Fantozzi ha una casa, un lavoro a tempo indeterminato, tredicesima, buoni pasto e pure una famiglia. Indimenticabile la figura della moglie, la signora Pina, interpretata sia Liù Bosisio e da Milena Vukotic.

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Rapportata ai dati dell’impiego odierni, Fantozzi ha una posizione quasi da privilegiato dei tempi moderni. Del tutto invidiabile vista dalla prospettiva di un precario trentenne che lavora a 500 euro al mese. Viene spontaneo chiedersi: ma non è che forse gli sfigati siamo noi?

Redazione
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