Enzo è una pellicola del 2025 diretta da Robin Campillo. Egli, dirige questo film per conto di Lauren Cantet, regista venuto a mancare nel 2024 dopo una lunga malattia.
Enzo è stato il film d’apertura al 78º Festival di Cannes. Dal 18 giugno è stato distribuito nelle sale cinematografiche francesi, per poi arrivare in quelle italiane dal 28 agosto.
Campillo porta sullo schermo un film che non fa rumore, ma che rischia di sembrare più un esercizio di stile che un’opera capace di imporsi con voce propria.

Enzo – La trama
Enzo (Eloy Pohu) è un giovane adolescente di 15 anni che vive con i genitori nel quartiere de La Ciotat. La sua è la classica famiglia borghese, madre ingegnere (Élodie Bouchez) e padre professore universitario. Ma Enzo, invece, si sente distante da alcune radicalizzazioni della propria famiglia. Non sa quale sia la sua passione, cosa gli piace fare. Sviluppa una certa affinità con il disegno, ma anche questo sembra non convincerlo.
Non sa quale sia il suo scopo.
Però sa che studiare non è esattamente ciò che vuole fare. Enzo, infatti, lascia gli studi e inizia a lavorare come muratore. Scelta che agli occhi dei genitori non è ben vista, soprattutto agli occhi del padre (Pierfrancesco Favino) che risulta essere quello più preoccupato per il futuro del figlio. Enzo va contro, dunque, le aspettative dei suoi genitori e continua la sua vita lavorativa all’interno del cantiere. Durante il suo turno di lavoro, c’è anche Vlad (Maksym Slivins’kyj). Un ragazzo ucraino, rifugiato in Francia dalla guerra. Enzo è attratto da lui e Vlad diventa quasi un oggetto del desiderio.

Enzo – La recensione
Un film che si muove con naturalezza sui suoi temi centrali: il riscatto, la solitudine, la famiglia, le relazioni sociali, le scelte personali e la scoperta di sé. Con le sue inquadrature ampie e statiche, Campillo immerge lo spettatore nel quartiere francese in cui si svolge la storia, esaltandone luci, colori e atmosfere quotidiane.
Non ci sono scene madri o sequenze spettacolari che puntano a lasciare col fiato sospeso: la trama procede invece con un ritmo lento, lineare, quasi contemplativo. È proprio in questa sobrietà che il film cerca la sua forza, preferendo osservare i dettagli e i gesti minimi piuttosto che forzare la narrazione con colpi di scena.
Pur nella sua compostezza formale e nella delicatezza con cui tratteggia i rapporti umani, Enzo lascia spesso la sensazione di muoversi su un terreno già battuto. E si ha la sensazione di essere di fronte a qualcosa di già visto.
Niente da dire invece sulle interpretazioni: in particolare Pierfrancesco Favino (che abbiamo visto protagonista al Festival del cinema di Venezia con Il Maestro) si conferma per l’ennesima volta un attore monumentale, credibile e potente, capace di dominare la scena e di destreggiarsi con naturalezza anche nella lingua francese.

Enzo – La copia di…
La regia di Campillo predilige i silenzi e gli sguardi, costruendo un’atmosfera sospesa che avvolge lo spettatore, ma al tempo stesso manca di un vero scarto narrativo.
Se nella prima parte il film prova a tenere stretta la sua forza, puntando sul ragazzino che va contro le imposizioni dei genitori e cerca di vivere la sua vita secondo le sue ideologie, ecco che questa forza viene meno nella seconda parte. Ovvero, quando Enzo si infatua di Vlad.
L’impressione è che Enzo funzioni bene sul piano estetico e recitativo, ma fatichi a trovare una propria voce autonoma. Questa percezione diventa ancora più evidente se si pensa al paragone inevitabile con Chiamami col tuo nome. L’impronta di Luca Guadagnino è difficile non notarla. Infatti Enzo, ne condivide temi, toni e persino scelte stilistiche.
L’emozione c’è, ma sembra filtrata attraverso modelli che conosciamo bene. Come la calda estate, la villa, il ragazzo che si innamora di uomo, un padre intellettuale e molto attento al figlio. Persino, una delle scene finali più importanti di Chiamami col tuo nome viene richiamata in Enzo. Tutto questo, dunque, finisce per ridurre l’impatto complessivo.
Campillo sembra inseguire quell’atmosfera di contemplazione e di desiderio trattenuto, ma senza riuscire a trovare una vera cifra personale. L’impressione è che Enzo resti una sorta di “copia gentile”: elegante nella forma, ma poco incisivo nel proporre uno sguardo nuovo. Dove Guadagnino riusciva a mescolare sensualità e malinconia in modo quasi ipnotico, qui il racconto appare più prevedibile, con meno coraggio nel rischiare e nel sorprendere lo spettatore.

Conclusioni
Enzo resta dunque un film elegante e a tratti toccante, ma incapace di liberarsi dall’ombra dei modelli che lo hanno preceduto. Campillo porta avanti il progetto con rispetto e sensibilità, ma non trova mai quello scarto che avrebbe potuto trasformarlo in un’opera memorabile. Alla fine rimane un film ben costruito, arricchito da interpretazioni solide e da una fotografia suggestiva, ma che scivola troppo facilmente nel “già visto”.
Per chi cerca emozione autentica e originalità, il rischio è quello di uscire dalla sala con la sensazione che il film, pur con tutta la sua grazia, non abbia lasciato un segno duraturo.

