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Eighth Grade – Terza media: adolescenza, fragilità e ricerca di sé

Eighth Grade è un film del 2018 che segna il debutto alla regia di Bo Burnham. La pellicola è un coming of age che racconta le esperienze di Kayla, un’adolescente alle prese con la fine della terza media e l’inizio di un nuovo percorso. La regia e, in particolare, la sceneggiatura danno vita a una storia autentica e credibile, capace di restituire con profondità le difficoltà della crescita. Vengono affrontate numerose tematiche, tra cui il rapporto tra l’immagine di sé e quella percepita dagli altri, la costruzione dell’identità personale, il legame con il passato e il tema della solitudine. Burnham non si limita a dirigere il classico film sui problemi adolescenziali, ma riesce a dipinge con grande sensibilità il mondo di quegli adolescenti che devono lottare per ciò che molti danno per scontato.

Elsie Fisher

Eighth grade – Terza media: Trama

Il film racconta la storia di Kayla (Elsie Fisher), un’adolescente di terza media solitaria e insicura, che inizia a fare il bilancio della propria crescita in vista del suo ingresso al liceo. Dopo aver ricevuto la “capsula del tempo” (una scatola riempita di ricordi il primo giorno di prima media), Kayla si rende conto che la sua vita è rimasta sostanzialmente invariata. Decide allora di porsi dei piccoli obiettivi per migliorare la sua situazione e cercare di diventare la persona che vorrebbe essere. Affronterà così situazioni imbarazzanti e scomode, momenti che la faranno sentire a suo agio e momenti in cui vorrebbe soltanto chiudersi in camera; tuttavia, queste esperienze contribuiranno alla sua crescita e alla sua maturazione.

Eighth Grade

Eighth grade – Terza media: Recensione

Bo Burnham in Eighth Grade realizza qualcosa di straordinario. Dirige e scrive un film che rappresenta perfettamente cosa vuol dire la solitudine in epoca adolescenziale. Il film non ha bisogno di ricorrere a escamotage e cliché per tenere incollato lo spettatore. Non ci sono grandi feste, fiumi di birra, la protagonista ubriaca, una migliore amica che ti aiuta nei momenti di difficoltà né un finale alla cenerentola in cui la ragazza evitata da tutta la scuola, diventa magicamente popolare, trova grandi amici e scopre che il ragazzo palestrato della squadra di rugby era innamorato di lei fin dall’inizio.

Tutto ciò non accade perché anche se questo ci fa sognare, la vita è molto diversa. La realtà è molto più complicata, e diciamocelo: qualcuno alla fine ci ha mai veramente creduto?

Burnham del superficiale se ne frega. La pellicola non ci invita a pensare: “Ah, come vorrei essere il più amato della scuola”, ma piuttosto a riflettere sul fatto che non siamo soli nelle emozioni che proviamo e nelle esperienze che affrontiamo. Non stiamo sbagliando nulla, ma avvolte la vita ci mette di fronte a circostanze diverse; questo, però, non significa che non si possa lottare per costruire qualcosa di migliore. E “costruire” è ciò che fa la nostra protagonista.

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Identità e comunicazione

Kayla è una ragazza che con la solitudine ci convive. Non ha amici, non è brava nelle convenzioni sociali, e non parla tanto. Ma non è solo questo. Kayla ci tiene a specificarlo introducendo inconsciamente la teoria del sé situazionale, secondo cui: “Il comportamento di una persona cambia a seconda delle circostanze e delle persone con cui interagisce”. La scuola è un ambiente di giudizi e di competitività, per questo Kayla riesce a mostrare solo il suo lato più riservato. Tuttavia, non si arrende e cerca un luogo in cui poter essere sé stessa, e questo ambiente lo trova online. Attraverso dei video, che non ricevono visualizzazioni, come lei non riceve attenzione nella vita reale, Kayla da voce a un’altra versione di sé che desidera mostrare al mondo.

L’uso che la protagonista fa del mezzo video serve a ridefinire e raccontare la propria identità, e Burnham sceglie di utilizzare una comunicazione fragile e autentica indirizzata al bisogno di ascolto e di comprensione di Kayla.

Eighth Grade

La forza dell’autenticità

Bo Burnham svolge un grande lavoro nello scrivere una sceneggiatura che enfatizza l’insicurezza di Kayla, grazie anche alle ripetizioni di frasi e concetti che rendono i monologhi e i dialoghi autentici. La scelta del cast è a dir poco perfetta. La protagonista, interpretata da Elsie Fisher (L’estate nei tuoi occhi), non è la solita ragazza dai lineamenti perfetti che “recita” la parte della solitaria, ma una ragazza estremamente normale, che non porta vestiti alla moda e per cui i social sono un modo per confrontarsi e passare il tempo. Elsie non ha un fisico perfetto e le impurità della pelle, caratteristiche della sua età, non sono nascoste. Questo la rende profondamente umana e vicina al pubblico. La sua silenziosa interpretazione è la ciliegina di questo racconto che descrive con sensibilità la vita di molti adolescenti.

Kayla passa quasi inosservata a scuola, e proprio per questo nel film non compaiono i classici bulli o le solite scene di umiliazione. Tutto è raccontato in modo più semplice e realistico: abbiamo Kayla, il suo sguardo e il suo mondo interiore. Il rapporto con il padre (Josh Hamilton), che cerca di superare il muro di musica, cuffiette e social media che la figlia gli erge davanti, è un rapporto affettuoso ma complicato. Non viene rappresentato il solito padre “psicologo” che conosce perfettamente la mente dei suoi figli, ma un padre che tenta e ritenta, cercando numerose vie per entrare in un mondo adolescenziale in cui un “no” è un sì e dove un “sto bene” può essere una richiesta d’aiuto.

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Eighth Grade

Conclusione

Eighth Grade è un film intimo e realistico che esplora la vita di una ragazza di tredici anni, costretta a confrontarsi con una realtà lontana dalle favole Disney. Invece di abbattersi e chiudersi nel proprio mondo, cerca di dimostrare a sé stessa che può decidere della propria identità e che tutto può essere appreso, dal coraggio all’autostima.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e sceneggiatura
Emozioni
Interpretazioni

SOMMARIO

Un film intimo con una sceneggiatura sensibile e realistica.
Cristian Bucolo
Cristian Bucolo
Adoro il cinema e la scrittura. Ho sempre sognato di innamorarmi ballando il tip-tap, fare viaggi interstellari, cercare tesori dell’Antico Egitto o viaggiare nel tempo. Ho pensato che non avrei mai provato l’emozione di queste esperienze, ma poi ho scoperto la settima arte e la recitazione. Adoro i film di Damien Chazelle, la comicità nelle sceneggiature di Billy Wilder e mi affascinano le pellicole di John Huston. Credo che il cinema possa farti guardare il mondo da un’altra prospettiva e scrivendo vorrei poter contribuire a diffondere questa visione.

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