Settimo capitolo del longevo franchise di Predator, Predator: Badlands riporta gli Yautja sul grande schermo dopo sette lunghi anni. Il 2018 fu un anno poco fortunato per la serie, ed il capitolo firmato Shane Black non si avvicinò neanche ai 200 milioni di dollari d’incasso. Da quel momento, l’idea che forse era meglio spostarsi sullo streaming, con prodotti come il riuscito Prey (2022) e l’altrettanto positivo film collettivo animato Predator: Killer of Killers (2025). Dei veri e propri successi nel panorama dello streaming che hanno dietro la firma del regista Dan Trachtenberg. Una firma che ha saputo, prendendosi molti rischi, reinvitare una saga che ormai viveva solo di fasti passati e che meritava un opportunità per approdare nelle sale.
Predator: Badlands è ora nelle sale italiane grazie a 20th Century Studios ed è prodotto da John Davis, Dan Trachtenberg, Marc Toberoff, Ben Rosenblatt e Brent O’Connor.
Predator: Badlands – trama
Nelle remote lande di Genna, un pianeta lontano e pieno di creature mortali, il giovane Yautja di nome Dek (Dimitrius Koloamatangi), cacciato dal suo clan con l’accusa di essere debole, si ritrova a vagare per le foreste di questo inospitale mondo insieme all’androide Thia (Elle Fanning), unico sopravvissuto di una spedizione scientifica per la ricerca biologica finita nel sangue. Dek non si trova però su Genna casualmente, ma è li per sconfiggere una creatura che miete terrore nel popolo degli Yautja, riprendersi l’onore perduto e fare ritorno al suo clan.

Predator: Badlands – recensione, la razza aliena più violenta dell’universo dimostra compassione e amore verso chi è diverso
Dopo aver visto la razza degli Yautja compiere crudeltà su crudeltà, il regista Dan Trachtenberg ci racconta tutta un altra storia. Attraverso le gesta del protagonista Dek, un giovane “Predator” che dopo aver intrapreso la strada della violenza decide di redimersi e abbandonarla per farsi largo verso una via che in molti definirebbero umana. Un illuminazione lungo il suo cammino che non è frutto di un contatto con un essere umano, ma che trova le sue origini in Thia, un androide a cui pian piano il protagonista si lega sempre di più. Lo Yautja Dek forse non è poi un vero Yautja, o forse tutta la violenza e crudeltà di quella specie non sono altro che il risultato di una società corrotta moralmente e priva di ogni qualsiasi forma di amore verso il prossimo.
Dan Trachtenberg chiarisce bene questo punto e lancia il messaggio forte e chiaro: la società plasma l’individuo, usi, costumi e retaggi culturali sono le basi su cui poggia la costruzione di un soggetto. Starà poi al singolo decidere però quale strada imboccare. Dek ha scelto la sua, andando contro al suo popolo e alle sue origini.

Una scelta narrativa che ha snaturato l’intero franchise?
Inizialmente la risposta a questa domanda, dopo aver concluso la visione del film, non può che essere sì. In Predator: Badlands la minaccia non è certo la razza aliena vista nei precedenti film. Qui lo Yautja protagonista si leva la maschera, in tutti i sensi, del cacciatore infallibile e spietato. E’ però anche vero che quegli elementi che hanno sempre affascinato i fan del franchise vi sono tutti. La violenza non manca, così come la bellezza di quelle armi tanto fantascientifiche quanto mortali e un azione costantemente dinamica e coinvolgente. Predator: Badlands non snatura il franchise di Predator, semmai snatura la figura dello Yautja, o meglio da una visione alternativa di come questo può evolvere il proprio essere se tolto dal contesto di violenza a cui è sottoposto fin dalla nascita.
Una scelta molto coraggiosa che indubbiamente non potrà piacere a tutti ma che quantomeno merita attenzione. Per saghe così longeve ed iconiche come quella di Predator, fare anche solo una piccola deviazione dal percorso canonico è già un passo da giganti. Dan Trachtenberg però ha deciso di voler cambiare radicalmente il volto di questa serie, prima con un film più “classico” che lasciava già spazio a qualche sprazzo di novità, poi con un film animato riuscitissimo ed infine con la scommessa Predator: Badlands. Ora sta al pubblico dare il suo responso. Una risposta al botteghino che deciderà le sorti di Predator, e che segnerà il proseguimento di questa nuova via o il ritorno sui vecchi tracciati.

In conclusione
Predator: Badlands non è un film eccezionale, vi sono dei chiari problemi di sceneggiatura, con una narrazione a tratti lenta e poco coinvolgente, ed una regia poco brillante. L’idea di base però è davvero notevole. La voglia di sperimentare da parte di Dan Trachtenberg merita una piena approvazione. Il voler proporre al pubblico una nuova portata invece che la solita minestra riscaldata è un passo che molte case di produzione dovrebbero considerare, invece di continuare a proporre i soliti sequel/prequel privi di una qualsiasi anima e che altro non sono che una copia ravvivata di un visto e rivisto.

