Il film cult “Donne sull’orlo di una crisi di nervi” di Pedro Almódovar è uscito nelle sale nel 1988 ed è stato presentato in concorso al festival di Cannes. Vincitore di 5 premi Goya, il più alto riconoscimento cinematografico spagnolo, l’equivalente dei nostri David di Donatello. È stato candidato inoltre al miglior film straniero sia ai premi Oscar che al Golden Globe. Gli attori principali sono Carmen Maura, Julieta Serrano, María Barranco, Rossy de Palma e un giovanissimo Antonio Banderas. Tutti stretti collaboratori del regista, con il quale hanno collaborato in più di un occasione.

Donne sull’orlo di una crisi di nervi, trama
Una doppiatrice cinematografica di nome Pepa ha una relazione da tempo con un collega più anziano di lei chiamato Iván. Un giorno la protagonista viene lasciata attraverso la segreteria telefonica, decide perciò di fare di tutto per rintracciarlo e comunicargli che è incinta. Nel mentre viene a scoprire che l’ormai ex compagno ha avuto un figlio dalla precedente moglie, del quale non era mai stata avvisata.

Donne sull’orlo di una crisi di nervi, recensione
Pedro Almódovar inserisce all’interno del suo settimo film tutti gli elementi chiave del suo stile, confezionando il suo manifesto artistico riguardo all’intera filmografia e sicuramente tra i più apprezzati lavori della sua carriera quarantennale.
Almódovar rappresenta, attraverso il suo cinema, l’essenza della Spagna post franchista, il regime totalitario che ha governato il paese dal 1939 al 1975. La spagna raccontata dal suo autore più importante di questo secolo, è una nazione profondamente in stato di trasformazione, verso nuovi orizzonti e soprattutto verso un nuovo concetto di libertà.
A livello cinematografico, il regista spagnolo è stata la figura chiave che ha saputo cogliere quelle sfumature particolari che andranno poi a tessere e creare una differente società spagnola, quella di cui oggi siamo a conoscenza. I suoi film ritraggono quindi degli scenari precisi e dettagliati che racchiudono, come in una cartolina, le mutazioni di un paese intero.

Il realismo nelle sue opere fa quindi da padrone, così come nel suddetto caso, i cui temi quali la condizione femminile della donna o i problemi della politica interna riguardo fatti di carattere internazionale, come il terrorismo, sono perfettamente tracciati in questo suo lungometraggio.
Il regista è solito affrontare sempre tematiche politiche di spessore e tranquillamente ad esprimere il suo giudizio a riguardo, senza freni o peli sulla lingua ma sempre in maniera diretta. La tematica più importante a cui si assiste durante la visione dell’opera, è la ricerca di un’emancipazione femminile da parte di una donna che vive sotto una Spagna che si dirige verso un processo di globalizzazione.
Oltre alla protagonista, anche tutte le altre donne del racconto, sono per un certo verso vittime di un modello comportamentale maschile, che supera i limiti di pazienza, per una donna che è succube di questa condizione. Il film invita le donne a prendere coraggio, facendo squadra tra loro, e ad emanciparsi da una visione maschile che tende il più delle volte a marginalizzarle.

Il lavoro di Almódovar tende a criticare le conseguenze di una visione fascista che si è mantenuta per tutto il periodo dittatoriale, ovvero di una donna casalinga al pieno servizio del marito. La Spagna che descrive, vive ancora, durante il periodo del film, di quei rimasugli rimasti attivi. Il regista tende a conferire il potere a tutte quelle donne, rimaste per troppo tempo schiave dei sentimenti dell’uomo moderno.
Il film è dichiaratamente femminista e appare come un elogio all’intera classe femminile, che fa parte di un paese, che sta cercando di costruirsi una nuova immagine nel panorama politico mondiale. Il regista sembra esprimere un grazie doveroso a tutte le donne spagnole appartenenti allo Stato. La capacità con cui le descrive e le inquadra all’interno dell’opera, è frutto di una maturazione di racconto impressionante.

Per raccontare tutto questo, il regista si avvale di uno stile visivo immediatamente riconoscile, tratto fondamentale della sua poetica. I colori e la scenografia sono surreali, al limite di una certa corrispondenza con il cinema onirico felliniano. Egli riesce a rimanere ancorato ad una realtà dura e cruda ma allo stesso tempo a delinearla attraverso tratti visionari e assurdi nel suo svolgimento.
Il film si avvale di un tipo di narrazione per certi tratti classica, in cui le correlazioni fra personaggi, all’interno dell’appartamento della protagonista, rimandano alla testa le immagini di vecchi film anni 50, per come viene costruita l’azione a livello di forma.

Il linguaggio adottato per raccontare questa storia è inoltre comico e divertente, nonostante gli argomenti trattati, la scelta di rimanere all’interno dei margini della commedia, sottolinea a maggior ragione, la surrealtà su cui viene costruita la vicenda.
Le interpretazioni sono memorabili e ogni personaggio mostra tutta la bravura che serve per caratterizzare personaggi al limite del grottesco. Ogni ruolo infatti non può essere scordato con troppa facilità e anzi ognuno degli attori contribuisce a circoscrivere la commedia all’epiteto di cult movie.
La regia e la fotografia sono gli altri due tratti essenziali che perfezionano una storia scritta con classe, a dimostrazione dell’apice di creatività che Almódovar godeva in quel periodo.
