District 9

Accade che i film, quelli di genere, al di là di una certa frivolezza che li caratterizza, possiedano importanti messaggi ideologici, ben nascosti tra le pieghe di una vicenda apparentemente leggera. Le pellicole di fantascienza ad esempio hanno il merito di aver trattato, anche con una certa audacia, delicate questioni sociali e politiche. Chi non ricorda i film americani in bianco e nero che durante gli anni della Guerra Fredda narravano le storie di piccoli borghesi alle prese con minacciosi alieni? Queste pellicole in realtà celavano il timore di un’altra invasione ben meno remota, quella del comunismo. Non bisogna neanche  andare così lontano per trovare film di fantascienza che dietro i consueti cliché contengono scottanti messaggi politici.

E’ il caso di District 9, il film del 2009 del regista Neill Blomkamp. Solo a citare il titolo viene subito in mente uno dei fatti più ignobili della storia del Novecento: l’Apartheid, l’abominevole sistema di governo che portò alla segregazione di coloro che non appartenevano alla cosiddetta razza bianca in Sudafrica.  Nel Distretto 6, uno dei quartieri di Città del Capo, avvennero i fatti più drammatici e si assistette all’esilio di migliaia di persone. Blomkamp, che è di origini sudafricane, per il film s’ispira a questi fatti e District 9 altro non è che il nome di una putrida baraccopoli dove vivono ammassati, in condizioni disumane, migliaia di creature aliene giunte sulla terra per puro errore.

E’ il 1982 e nel cielo di Johannesburg appare  una gigantesca astronave.  Rimane là, immobile per mesi, senza che gli alieni diano segni di vita. Il governo sudafricano manda una squadra ad esplorare la navicella.  Vengono trovate migliaia di creature malconce, sporche, denutrite e terribilmente spaventate. Sono condotte in un centro di accoglienza: il District 9, situato alla periferia della città e destinato a diventare un misero e lurido ghetto dove la criminalità avrà presto la meglio e dove gli alieni saranno sottoposti a umilianti vessazioni. I“gamberoni” chiamati così per il loro aspetto riprovevole, tentano di fuggire ma le incursioni in città provocano irritazione e sdegno nella popolazione che non è pronta ad accoglierli. Occorre condurli il più lontano possibile. Ad occuparsi dello spostamento è Wikus Van De Merwe (Sharlto Copley) un giovanotto timido e inetto, un impiegato dell’MNU, la multinazionale che gestisce l’organizzazione degli extraterrestri.  Durante lo sgombero l’uomo viene accidentalmente in contatto con un liquido alieno che muta progressivamente il suo dna fino a trasformarlo in un gamberone. Che ne sarà di lui ora che è “passato dall’altra parte”? Ora che un gruppo di scienziati ottusi, che avevano “sacrificato” gli alieni per studiarne la tecnologia avanzata,  lo cercano per sottoporlo a crudeli esperimenti?

District 9 contiene tutti gli stereotipi dei classici film di fantascienza: c’è l’astronave che all’improvviso arriva, c’è il timore dell’invasione. C’è l’extraterrestre insettiforme con le grosse chele che non è poi così diverso da come siamo abituati a immaginarcelo e da come il cinema spesso ce l’ha mostrato. Cos’è allora che rende così interessante un film come District 9?  E’ il fatto che questi cliché hanno un ruolo ben preciso. Sono, infatti, funzionali  alla vicenda politica che tanto sta a cuore a Blomkamp e che intende raccontare. I profughi interstellari sono simili ai profughi odierni, a quelli che fuggono dalla miseria e dai conflitti delle loro terre d’origine, a quelli che giunti da noi conoscono la discriminazione e l’isolamento.

District 9

Gli abitanti di Johannesburg detestano gli alieni, disprezzano il loro aspetto, li considerano una sciagura, attribuiscono a loro la colpa di una difficile situazione economica che stanno vivendo. Pare non abbiano tratto nessun insegnamento dall’esperienza drammatica dell’Apartheid. Sono spietati, ottusi, in balia di un’informazione mediatica corrotta, deviante che è solo a caccia di scoop. La mostruosità, la miseria che agli occhi degli umani appartiene ai “diversi” è invece inesorabilmente dentro di noi, è nell’inettitudine, nella mediocrità, in quella specie di cecità che non ci permette di superare il confine dell’apparenza. Wikus Van De Merwe è un incapace, uno che ha fatto carriera nell’MNU solo perché ha sposato la figlia del capo. Non è empatico verso gli alieni e minaccia di punirli ad ogni piccola forma di ribellione.  Con la mutazione del suo corpo, avviene in lui una sorta di ribaltamento che lo conduce verso una nuova umanizzazione. Wikus Van De Merwe si scoprirà umano dopo essersi trasformato in un alieno.

District 9

Vista la vicenda narrata, il rischio di una pellicola come District 9 era quello di cadere nel tipico racconto dell’alieno buono alle prese con l’uomo cattivo. Questo non accade grazie ad una solida e rigorosa sceneggiatura che non lascia il posto alla retorica.  Anche il linguaggio cinematografico che Neill Blomkamp sceglie di utilizzare, contribuisce a fare di District 9 un film che intende far riflettere più che commuovere. District 9 è girato come se fosse un reportage televisivo con tanto di interviste, riprese tv e inquadrature traballanti. Si tratta di un classico mockumentary che all’inizio degli anni 2000, soprattutto nel cinema horror era tanto in voga e che oggi appare un po’ obsoleto. All’epoca Il mockumentary ha decretato il successo di pellicole come The Blair Witch Project , Rec, Paranormal Activity  fino allo sci-fi Cloverfield  nel quale un gruppo di giovani fuggiva da un gigantesco mostro alieno e tutto era ripreso da una videocamera amatoriale. Nulla a che fare però con District 9 che ancor prima di essere un buon film di fantascienza è una crudele e disperata parabola morale.

Voto Autore: [usr 4]

Mariana De Angelis
Laureata in storia e critica del cinema con una tesi sul cinema classico hollywoodiano. Amante del cinema di genere con un'insana passione per l'horror, soprattutto quello americano di serie b.

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