Recensioni FilmDigger: recensione del nuovo film della coppia Iñárritu - Cruise

Digger: recensione del nuovo film della coppia Iñárritu – Cruise

Ci sono registi che costruiscono film e registi che, ogni volta che tornano dietro la macchina da presa, sembrano voler mettere in discussione il cinema stesso. Alejandro González Iñárritu appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Dopo aver attraversato il dolore di Amores perros, la frammentazione esistenziale di 21 grammi, il mosaico umano di Babel, la disperazione di Biutiful, l’ossessione artistica di Birdman e la sopravvivenza primordiale di Revenant – Redivivo, il regista messicano torna con Digger, un’opera che sembra inizialmente appartenere a un altro autore.

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E invece no. Perché sotto la commedia nera, sotto l’assurdità, sotto la satira politica e sotto l’apparente follia narrativa, Digger è profondamente, inequivocabilmente un film di Iñárritu.

Solo che questa volta il regista decide di ridere dell’umanità prima di mostrarne le ferite. E per farlo sceglie l’uomo che più di ogni altro rappresenta il cinema americano contemporaneo: Tom Cruise.

Il risultato è un film gigantesco, grottesco, ambizioso e volutamente scomodo, capace di passare dalla farsa alla tragedia, dalla satira ambientalista alla riflessione sul potere, dalla commedia al dramma esistenziale. Un’opera che non vuole necessariamente piacere a tutti, ma che ha il coraggio di chiedere allo spettatore di lasciarsi trascinare dentro una visione del mondo tanto assurda quanto, inquietantemente, riconoscibile.

Digger

Digger: la trama

Al centro della storia c’è Digger Rockwell, interpretato da un irriconoscibile Tom Cruise: un magnate del petrolio, ricchissimo, potentissimo e completamente convinto di essere indispensabile al destino dell’umanità.

Digger appartiene a quella particolare categoria di uomini che non concepiscono il concetto di limite. Per lui il denaro è una soluzione, il potere è una responsabilità che spetta esclusivamente a chi è abbastanza forte per esercitarlo e ogni problema, per quanto gigantesco, può essere risolto con la quantità sufficiente di risorse.

Il problema è che questa convinzione lo porta direttamente al disastro.

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L’attività della sua compagnia contribuisce infatti a provocare una catastrofe ambientale dalle conseguenze planetarie. E quando il mondo rischia di precipitare verso il collasso, Digger si ritrova davanti alla situazione più paradossale possibile: deve salvare l’umanità da una catastrofe che lui stesso ha contribuito a creare. 

Su richiesta del Presidente degli Stati Uniti, interpretato da John Goodman, il magnate intraprende così una corsa contro il tempo per dimostrare di essere proprio ciò che ha sempre creduto di essere: il salvatore del mondo.

Attorno a lui si muove un ensemble di personaggi che comprende Riz Ahmed, Sandra Hüller, Jesse Plemons, Michael Stuhlbarg, Sophie Wilde ed Emma D’Arcy, in una galleria umana che amplia progressivamente la riflessione del film sul potere, sulla responsabilità, sull’immagine pubblica e sulla capacità dell’essere umano di raccontare la realtà secondo la versione che gli conviene. 

Ed è proprio qui che Digger comincia a diventare qualcosa di molto più interessante di una semplice commedia apocalittica.

Digger: la recensione

La cosa più affascinante di Digger è che Iñárritu non si limita a parlare di crisi climatica. La crisi ambientale è soltanto la superficie.

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Sotto ci sono potere, capitalismo, responsabilità individuale, narcisismo, manipolazione dell’informazione, culto della celebrità, politica, ricchezza, immagine pubblica e soprattutto la capacità dell’uomo di trasformare persino la propria colpa in una narrazione eroica.

Digger non vuole essere semplicemente un uomo che ha causato un disastro. Vuole essere l’uomo che lo risolve. Ed è una differenza enorme.

Perché il film pone una domanda molto più inquietante: quanto facilmente una persona può trasformarsi da responsabile di un problema a protagonista della sua stessa storia di redenzione?

Digger

È qui che la satira di Iñárritu diventa particolarmente feroce.

Digger non sembra interessato alla verità quanto alla versione della verità che gli permette di continuare a essere Digger Rockwell.

E in questo senso il film parla anche della nostra epoca: un mondo nel quale la percezione può diventare più importante dei fatti, nel quale il potere non consiste soltanto nel decidere cosa fare, ma anche nel decidere come quella decisione verrà raccontata.

Iñárritu: dal dolore all’assurdo

La regia è probabilmente l’aspetto più interessante dell’intero film. Iñárritu porta in Digger qualcosa che appartiene a tutta la sua filmografia: il caos controllato.

In Amores perros costruiva un universo nel quale le vite dei personaggi si incastravano attraverso il caso e la violenza. In 21 grammi e Babel aveva trasformato la struttura narrativa in un mosaico, mostrando come esistenze apparentemente lontanissime potessero essere unite da un unico filo invisibile.

Con Birdman, invece, aveva portato il suo cinema verso una dimensione più teatrale, surreale e metacinematografica, utilizzando il celebre falso piano-sequenza per trasformare il film stesso in una sorta di palcoscenico mentale.

Digger sembra raccogliere tutte queste esperienze e fonderle. Il caos non è più soltanto quello delle vite umane.

È il caos del mondo contemporaneo. La macchina da presa di Iñárritu osserva Digger come se stesse studiando un animale fuori dal proprio habitat: lo segue, lo circonda, lo mette in relazione con gli spazi giganteschi che pretende di dominare. E proprio questa sproporzione visiva diventa fondamentale.

Da una parte c’è l’uomo convinto di poter controllare tutto. Dall’altra c’è un mondo infinitamente più grande di lui.

La fotografia di Emmanuel Lubezki, storico collaboratore di Iñárritu già dai tempi di The Revenant, amplifica questa sensazione attraverso un’immagine monumentale e immersiva. Il film è stato girato interamente in VistaVision, una scelta che conferisce alle immagini una scala spettacolare senza trasformarle semplicemente in cartoline da blockbuster. 

La regia, inoltre, non cerca quasi mai la compostezza. Iñárritu preferisce l’eccesso. Movimenti di macchina elaborati, composizioni affollate, cambi di tono improvvisi, montaggio nervoso e una messa in scena che spesso sembra sul punto di perdere il controllo per poi dimostrare che quel controllo era presente fin dall’inizio.

È un cinema che pretende attenzione. E soprattutto è un cinema che pretende di essere vissuto fisicamente.

Digger: il gioco metacinematografico

Uno degli aspetti più brillanti di Digger è il suo sofisticato gioco metacinematografico, costruito proprio attraverso Tom Cruise. Iñárritu introduce inizialmente il personaggio di Digger Rockwell come se fosse semplicemente il protagonista della storia: un uomo potente, eccentrico e smisurato, interpretato da Cruise. Ma il film, progressivamente, svela un ulteriore livello di finzione: quello che abbiamo visto è anche una rappresentazione teatrale e Cruise sta interpretando un attore che, a sua volta, interpreta Rockwell sul palcoscenico.

È un vero e proprio gioco di specchi.

Tom Cruise non interpreta quindi soltanto Digger: interpreta un attore che interpreta Digger. E questa scelta cambia completamente la percezione di ciò che abbiamo appena visto, perché costringe lo spettatore a interrogarsi continuamente sul confine tra l’interprete e il personaggio, tra ciò che appartiene all’attore e ciò che appartiene alla parte che sta recitando.

Digger

Iñárritu utilizza questo meccanismo non come un semplice esercizio di stile, ma come una riflessione sulla natura stessa della rappresentazione. Il cinema ci chiede continuamente di credere a ciò che vediamo, mentre contemporaneamente ci ricorda che stiamo guardando qualcuno che sta interpretando qualcun altro. E Digger rende questa consapevolezza parte integrante della propria narrazione.

In questo senso il film dialoga inevitabilmente con Birdman, altra opera di Iñárritu profondamente legata al teatro, alla recitazione e all’identità dell’attore. Ma se in Birdman il regista esplorava il rapporto tra un interprete e il personaggio che aveva finito per divorare la sua stessa identità, in Digger il meccanismo viene ulteriormente moltiplicato: abbiamo un attore che interpreta un attore che interpreta un personaggio.

E la scelta di Tom Cruise rende tutto ancora più affascinante.

Tom Cruise: una performance da Oscar

Dire che Tom Cruise è bravo in Digger sarebbe riduttivo. È semplicemente straordinario.

L’attore costruisce Digger attraverso il corpo, la voce, il movimento, le pause e persino la postura. Il lavoro prostetico e la trasformazione fisica sono evidenti, ma non diventano mai un semplice esercizio di trucco: servono a costruire un personaggio che sembra vivere costantemente dentro la propria leggenda. 

E la cosa più impressionante è che Cruise non interpreta Digger come un semplice idiota. Lo interpreta come un uomo convinto di essere un genio. Ed è molto più difficile.

Perché il personaggio deve essere contemporaneamente comico e inquietante, arrogante e vulnerabile, caricaturale e tragico.

Cruise riesce a passare da una dimensione all’altra senza perdere il controllo.

In particolare, il lungo monologo di circa dieci minuti girato in un’unica ripresa rappresenta una delle dimostrazioni più evidenti della sua disponibilità a spingersi oltre la propria immagine consolidata. 

Ma perché questa è esattamente la tipologia di ruolo che dimostra quanto lontano possa ancora arrivare come interprete quando gli viene permesso di uscire dal personaggio della star.

Un cast corale all’altezza

Se Cruise è il centro gravitazionale del film, il resto del cast contribuisce a costruire il mondo deformato nel quale Digger si muove.

Riz Ahmed porta nel film una presenza più razionale e misurata, diventando uno dei contrappesi necessari alla follia del protagonista.

John Goodman, invece, è perfetto nella dimensione grottesca della storia, mentre Sandra Hüller riesce ancora una volta a dimostrare quella capacità di oscillare tra ironia, dramma e ambiguità che l’ha resa una delle interpreti più interessanti del cinema contemporaneo.

Digger

Anche Jesse Plemons, Michael Stuhlbarg, Sophie Wilde ed Emma D’Arcy contribuiscono a creare un ensemble nel quale ogni personaggio sembra rappresentare una diversa risposta alla domanda centrale del film: chi ha davvero il diritto di raccontare la fine del mondo? 

In conclusione

Digger è un film imperfetto. È eccessivo, ambizioso, a tratti volutamente respingente. La sua struttura non cerca sempre di accompagnare lo spettatore per mano e la sua satira preferisce spesso l’esagerazione alla sottigliezza.

Ma forse è proprio questo il punto. Iñárritu non ha mai fatto cinema accomodante. Da Amores perros a Babel, passando per Biutiful, Birdman e The Revenant, il suo cinema ha sempre cercato di mettere l’essere umano davanti alle proprie contraddizioni. In Digger cambia il linguaggio ma non cambia l’ossessione: osservare uomini convinti di avere il controllo mentre il mondo intorno a loro dimostra continuamente il contrario.

Solo che questa volta lo fa ridendo. E dietro quella risata c’è una domanda terribilmente seria: se il mondo che abbiamo contribuito a distruggere ci desse la possibilità di salvarlo, riusciremmo davvero ad assumerci la responsabilità di ciò che abbiamo fatto?

Digger Rockwell direbbe probabilmente di sì. Perché Digger ha bisogno di essere l’eroe. Iñárritu, invece, sembra molto più interessato a mostrarci quanto sia fragile il bisogno umano di esserlo.

Digger è cinema che vuole provocare, destabilizzare e dividere. Un’opera che mescola satira politica, commedia nera, apocalisse, critica sociale e riflessione sul potere dell’immagine, sostenuta da una regia visivamente monumentale e da un Tom Cruise che finalmente smette di correre per salvare il mondo e si ferma a guardare il disastro che ha davanti.

E forse è proprio questa la sua sfida più grande. Per una volta Tom Cruise non deve salvare il film. Deve semplicemente interpretarlo. E lo fa con una delle performance più folli, coraggiose e complete della sua carriera.

Il trailer del film

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Un film ambizioso, stratificato e profondamente metacinematografico, in cui Iñárritu mescola satira, dramma, politica e riflessione sul potere dell’immagine senza rinunciare alla sua inconfondibile cifra registica. Digger può dividere, ma è impossibile non riconoscerne il coraggio e la ricchezza tematica. A impreziosire il tutto, una straordinaria prova di Tom Cruise, capace di regalare una delle interpretazioni più sorprendenti e complete della sua carriera. Un’opera imperfetta, ma potentissima, che continua a far riflettere anche dopo i titoli di coda.
Laura Pavanello
Laura Pavanello
Con la fantasia si può fare il più spettacoloso viaggio che sia consentito ad un essere umano". E questo per me è il cinema, il mio oggetto di studi, la mia passione, ma soprattutto il luogo dove i sogni diventano realtà.

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