lunedì, 20 Settembre, 2021

Cosmopolis: la recensione del film di David Cronenberg

Anno 2012, al Festival di Cannes, in corsa per la Palma d’oro, torna, due anni dopo l’uscita del suo A dangerous method, David Cronenberg con Cosmopolis, l’adattamento più che sufficientemente fedele dell’omonimo romanzo di Don DeLillo, maestro dell’analisi, della sintesi e della parola postmoderna, che firma un’ opera dal peso scomodo e lungimirante al punto da disturbare, ora e sempre, freneticamente statica, dialogicamente complessa, esempio di una lettura, dell’attuale e del prossimo, premonitrice ed avviata alla catastrofe, in cui economia, filosofia e vita spicciola sono collegate, in un corto circuito della contemporaneità che ha scaturigine nell’abnorme evoluzione del mondo della finanza.

Cosmopolis

Cronenberg, da par suo, sposa l’oggetto narrativo oscuro e rischioso, e lo traspone con la sua disciplina, seguendo una geometria febbrile e disarmonica, sublimando in ostinata azione verbale il contenuto acido, ferale e catartico offertogli dall’autore, ed immergendoci tutta la sua perizia claustrofobica, la non controllabilità dei demoni interiori, l’indomabilità della carne, l’implacabile estrosità del pensiero logico e di quello non logico, confezionando una simmetria esasperante di botta e risposta, gravidi di materia intuitiva e controintuitiva, restii all’ascolto epidermico, afferenti ad un tempo e ad uno spazio che sembrano astratti rispetto a ciò che viviamo ed invece sono esattamente quello.

Lo spettro che si aggira per il mondo, non si chiama più comunismo, ma capitalismo ed ha la forma di una limousine bianca, lunghissima, iperaccessoriata, con poltrone sui cui braccioli si possono far affondare e rinascere in pochi secondi con un click le borse di tutto il mondo, ventiquattr’ore su ventiquattro, habitat lascivo, lussuoso, sbruffone, epicureo, isolato dai rumori esterni con uno strato interno di sughero, protetto da qualsiasi impatto violento con carrozzeria antiproiettile, abitacolo perfetto del mondo finanziario che gioca come una monade illesa sulle teste dei terrestri, chiuso in una dimensione privata ed esclusiva, incurante delle conseguenze del suo essere, indifferente tanto al presente quanto al futuro.

Cosmopolis

Su questo gioiello di alienazione compassata ed iconica sta seduto Eric Paker (Robert Pattinson), l’uomo d’oro della giovane finanza, rampante miliardario che deve le sue fortune alle guerre borsistiche professionali, che scommette sugli sfaceli altrui, specula sulla caduta e sul tempo, sulla bugia dell’equilibrio e della felicità. Squalo degli imperi monetari, macchina seduttiva maschile perfetta ed apparentemente non scalfibile, in apprensione costante per la sua salute al punto da sottoporsi ad un check up giornaliero, contrariato dalla notizia appena ricevuta che lo yuan cinese non cala come da sue aspettative ma continua a crescere, mettendo in serio repentaglio gran parte delle sue ricchezze, il ventottenne protagonista, in giacca, cravatta, occhiali da sole e bodyguard al seguito, decide di rimettere a posto il suo taglio di capelli dal barbiere di fiducia che si trova dall’altra parte della città, ad Hell’s kitchen.

Non ne ha bisogno, ma ne ha bisogno: c’è qualcosa in lui da ritrovare, con cui decidere di avere a che fare, un’asimmetria da attenzionare, che sta tanto nella sua prostata, come da rilievo medico, tanto nell’aspetto che i capelli gli conferiscono; c’è una fine incombente, la promessa di una minaccia, qualcuno che, comunque vada, lo ucciderà, fatalmente, un’apocalisse predestinata, interiore ed esteriore, che lo abbatte e lo fomenta, secondo una spinta estatica che sa cosa, ma non come, e che lo spinge interiormente, scalciando esemplari sputi di vita, e che fuori esibisce un comportamento marziale e definitivo.

Cosmopolis

Così da oriente ad occidente, da dove sorge il sole a dove tramonta, nell’arco di ventiquattr’ore, quasi sempre trascorse in luoghi chiusi o nella sua preziosa limousine-ufficio, Eric attraversa Manhattan, in una personale odissea dentro gli abissi da cui proviene e nel cuore della finanza, il muscolo teso di un paese in crisi, strozzato dall’azzardo economico per cui si è reso famoso, culla degli avvoltoi del reale, proiettato in un altrove cyber-capitalistico, in cui niente è più tangibile ed attuale, ma ogni cosa è già, drammaticamente, futuro.

Robert Pattinson’s weird, inhuman beauty is used to full effect as billionaire Eric Packer in David Cronenberg’s Cosmopolis.

Il tempo è un bene aziendale, si dice in Cosmopolis, gli orologi esistono per allontanare l’eternità, per costringerci a concretizzare il secondo, il minuto, l’ora di adesso, ma niente esiste nel presente; tutto è progettato, risiede, si sviluppa, ha le misure del futuro_: il meglio accadrà, l’ottimismo è ciò che corre avanti, dove non è dato saperlo, l’idea stessa vive nel domani, e l’oggi è mero campo di battaglia, di sperimentazione, di generazioni sacrificate alla causa, l’oggi non arriva nemmeno ad essere morto, è solo considerato dimora non possibile. Il punto è starci o non starci. Chi non si ribella, vuole che qualcosa accada, vuole che un inciampo organizzato fermi questo strappo progressivo e brutale, portando a bilanciamento la questione, normalizzando la natura, correggendo l’accelerazione che stiamo subendo verso il futuro, così da impedirgli di far sparire il presente.

Cosmopolis

Di questa elettricità statica intellettuale e non, sono portatrici le strade attraversate a passo d’uomo dalla limousine di Cosmopolis; New York è immaginata e rappresentata come una città in perenne agitazione: il presidente degli Stati Uniti è in visita, con lui il carrozzone giornalistico ed auto celebrativo del potere rappresentato e la sua sicurezza blindata a ricordarci che guardare è bene, toccare è male; c’è il funerale di un rap sufi famosissimo che ha radunato folle multietniche di fan ed amici in corteo ed uno stuolo di media strilloni a fargli da cornice, a simboleggiare che anche la morte è affare volgare e baratto scandaloso, che ci sia o non ci sia di mezzo l’arte; ci sono proteste di anarchici, violente, scomposte, rumorose, ingombranti, unico cenno di creazione autentico, come se solo nella loro carica distruttiva si fosse nascosto il residuo vitale della comunità normale.

Dunque una metropoli fragorosa, schierata, attraversata, un “gange” di carne e fibrillazione, una bolgia infernale in fermento che scalpita per esondare, che smuove, urta, danneggia, sporca, irride, la limousine e il capitale seduto in abito elegante ed allucinazione latente dietro i vetri oscuranti della stessa. Un golgota cosmopolitico, un’ascesa alla croce, il flagello dell’anticristo, un eroe Joicyano in un flusso di parole, impressioni, ragionamenti, oracoli e frammenti di ricordi, da cui non si può liberare; e come lui, nessuno di noi.

Cosmopolis

Ed in questa visione profetica di un allarmismo sotterraneo, raggelante e vero, espunta da De Lillo, Cronenberg si tuffa con la sua asfissia maestra, con l’eleganza del disastro, senza cedere a spiragli, in un’ostica rincorsa al proprio limite, alla verità perversa e mangia forme, alla discrasia tra accaduto ed accadendo, con un senso del tragico e dell’epico a misura di cyber-capitalismo, inscenando una china cupa ed irreversibile per un prototipo di essere umano condannato, un dead man walking che sa di avvicinarsi alla sua fine, ma continua ad avere fame.

Ed infatti Eric mangia, pranza, cena, sgranocchia noccioline, emana odore di sesso, come gli dice la gelida e ricchissima moglie Elise, da cui cerca unione ma ottiene distanza cronica; lui stesso fa sesso continuamente, in questa giornata infinita ed implacabile: come routine, come metodo di interazione, come richiesta di aiuto, come canale di ricerca, come valvola di sfogo, come atto autentico di connessione: Eric promana vita, mentre si reca all’appuntamento con la sua morte. Tensione sessuale e tattiche economiche sono un binomio che si autoalimenta, a volte si parla dell’una per parlare dell’altra, fino a che i rispettivi piani si confondono concentricamente, autoesaltandosi: così si fa sesso tra le delucidazioni su mirabolanti acquisti di opere d’arte o di intere cappelle, lo si evoca mentre si spiegano le strategie rispetto alla manovra dello yuan  e si ricevono lezioni di economia politica teorica, lo si vive mentre si ricerca quasi una normalità domestica con chi non la si potrà mai condividere.

Cosmopolis

Manager, consigliera, bodyguard: l’informazione, il grimaldello della conoscenza è sempre donna, e lascia aperta la partita, facendo scivolare l’eroe ancora più in basso nella sua ossessiva ricerca. Gli passano accanto, salgono nella sua macchina o si interfacciano alla sua parola, ragazzini professionisti della preziosa combo economia-elettronica, in grado di fare previsioni su titoli, patrimoni ed andamenti senza staccare gli occhi da un videogames; donne sensuali, selvagge, bellissime o artiche, che posseggono un senso ed un ordine dell’abisso familiare, ma a lui non chiaro; manifestanti che detestano il sistema di potere da lui rappresentato e lo prendono a torte in faccia; guardie del corpo latori di sventura perciò annientati dal suo gioco; il barbiere di sempre, confidente di famiglia, che lo riconcilia con il passato solo a metà, così come a metà taglia i capelli del ragazzo; e la sua nemesi finale Benno Levin, il sostenitore tradito, l’esiliato dal futuro, la vittima carnefice, il vendicatore dei tralasciati, che ha per missione fermare l’escalation e per volto la presenza fatalista e sbalorditiva di un ottimo Paul Giamatti.

Cosmopolis è un film dal portato difficile, non aperto a tutti, che nel suo romanzo d’ispirazione trova valore e limite, e che Cronenberg lancia come guanto di sfida a tutto il tempo possibile, intensificando il carico, investendo nei dialoghi dal ritmo rigoroso, nelle intenzioni, nell’atmosfera straniata, ma calda, nella prova recitativa sottosforzo manierato degli interpreti, a partire dal buon Pattinson, scalpitante all’epoca per uscire dal manto adolescenziale di Twilight, nella claustrale teatralità di quasi ogni dinamica, nell’assenza di sollievo o piaggeria, nella consapevolezza di essere monito oltre che cronaca di un’anomalia, la nostra.

Cosmopolis

Difficile non pensare che quella pistola alla testa puntata alle spalle del protagonista, nel finale, sia proprio per il nostro tempo, ora più di allora, in una sorta di abiura di se stesso, confuso, ammalato, tradito, avvelenato, con i giorni contati ed un enorme carico di responsabilità: arma, bersaglio, grilletto, e l’ossessivo ripetere “tu dovevi salvarmi”; è una storia che, non ce lo diciamo, ma conosciamo, conosciamo molto bene.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SINOSSI

Eric Packer, ventottenne miliardario squalo della finanza, attraversa Manhattan per andare dal suo barbiere di fiducia, mentre New York è in subbuglio ed una minaccia fatale incombe su di lui. Odissea dialogica sul sistema finanziario, i suoi prodigi marci, che distorcono il presente, pur senza entrarci mai in contatto, ed avvelenano il futuro. Anamnesi del cyber-capitalismo con claustrofobia, elettricità statica, frenesia ipodermica, cast iconico. Dall'omonimo romanzo profetico di Don DeLillo, dirige David Cronenberg.
Pyndaro
Cosa so fare: osservare, immaginare, collegare, girare l’angolo  Cosa non so fare: smettere di scrivere  Cosa mangio: interpunzioni e tutta l’arte in genere  Cosa amo: i quadri che non cerchiano, e viceversa.  Cosa penso: il cinema gioca con le immagini; io con le parole. Dovevamo incontrarci prima o poi.

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