Recensioni FilmCorpo Celeste - Recensione dell'opera prima di Alice Rohrwacher

Corpo Celeste – Recensione dell’opera prima di Alice Rohrwacher

Corpo Celeste segnò nel 2011 il debutto di una giovane Alice Rohrwacher, per la prima volta alla regia di un lungometraggio. Da allora ne è passato di tempo, ma il suo nome ha varcato i confini dell’Italia per venire apprezzato anche oltreoceano, con titoli cult quali Lazzaro Felice, Le pupille e il più recente La chimera. Una conquista di pubblico e critica, tra nomination ai premi Oscar, al Festival di Cannes e ai David di Donatello. Una serie di successi che l’ha condotta ben presto a diventare uno dei nomi più apprezzati dell’industria cinematografica.

La sua opera prima, densa già allora di quella che sarebbe stata la sua filosofia, è un concentrato di delicatezza, poesia e indagine sociale. Un racconto di formazione, all’interno del contesto religioso di un piccolo paese del Sud Italia.

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Corpo Celeste – La trama

Marta (Yile Vianello), 13 anni, torna a vivere a Reggio Calabria (paese natale della madre) dopo anni in Svizzera. Per integrarsi, inizia a frequentare il catechismo, ma si scontra subito con una realtà parrocchiale arida e grottesca. La catechista Santa (Pasqualina Scuncia) insegna infatti la fede come se fosse uno show e il parroco Don Mario (Salvatore Cantalupo) è un uomo cinico, interessato solo a farsi strada.

Il giorno della cresima, ormai consapevole dell’ipocrisia che la circonda, Marta si allontana quindi dalla cerimonia per intraprendere il proprio personale percorso di crescita.

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Religione e female gaze, tra Pasolini e Neorealismo

La religiosità chiusa e di paese presentata in Corpo Celeste è vissuta, quotidiana e vicina. Una nebbia che avvolge menti e azioni dei personaggi del piccolo comune calabro protagonista, dipinto al meglio dalla fotografia “esplorativa” di Hélène Louvart. Il female gaze, ovvero la prospettiva femminile di Alice Rohrwacher, è qui essenziale per seguire Marta nelle sue scoperte ed evoluzioni. Restituendo senza morbosità il quadro di un’adolescente inserita in un contesto a lei alieno e incomprensibile come quello cattolico.

Un viaggio alla ricerca del vero significato di fede, di un’autentica cristianità universale che Marta fatica a ritrovare nell’ipocrisia della comunità attorno a lei, che tratta l’insegnamento del catechismo come se fosse un quiz televisivo. L’incontro con l’anziano prete don Lorenzo (Renato Carpentieri) le restituisce però il senso di una spiritualità in grado di mettersi in discussione, di avvicinarsi persino alla blasfemia (come col racconto di un “Gesù impazzito”), senza perdere però in credibilità. Una visione che si contrappone invece a don Mario e alla cieca credenza popolare. Una fede basata su frasi di cui non si sa neanche il significato ma su cui si ripone la propria esistenza. Il crocifisso che cade in acqua alle domande di Marta al prete non è che un simbolo alla fine. Il simbolo di una finta fede che crolla non appena questionata, basata su feticci, idoli e formule.

Rohrwacher si lega in questo a Pier Paolo Pasolini nel voler raccontare la contaminazione della cultura di massa, che penetra addirittura dentro a una Chiesa che ha barattato il Vangelo con il marketing e la politica clientelare. Dove le canzoncine pop del catechismo sono l’emblema di una sempre maggiore omologazione culturale. Al Neorealismo si riallaccia invece tramite l’uso di attori non professionisti (come Yile Vianello) e la visione dello spazio come di periferia e di transizione.

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Adolescenza: la doppia natura del corpo celeste

L’adolescenza è sicuramente l’altro tema portante di Corpo Celeste. Una fase delicata che viene resa tramite il superamento del tabù del menarca, mostrato in scena, e l’esplorazione dell’ambiente tramite una fisicità accentuata. Come quando Marta scosta la polvere dal crocifisso, e ne assorbe metaforicamente una religiosità più autentica. Il cibo, spesso preparato dalla ragazzina stessa a causa della madre debilitata, diventa quindi un ulteriore elemento che si lega ai cinque sensi, alla matericità. Quella della torta che prepara per il compleanno della sorella, o il pesce che ella rifiuta costantemente e che le dà la nausea, metafora della tradizione cattolica impostale. Una ritorsione contro un dogma che tenta di annebbiare i sensi, riportando a un piano solo concettuale e mai terreno (come la benda sugli occhi che viene posta sui ragazzi durante il secondo atto).

Anna Maria Ortese parlava di “corpo celeste” in riferimento alla possibilità di una “via attraverso il mondo”. Marta ne segue la filosofia riappropriandosi della propria sensibilità (come quando tenta di salvare i gattini dal loro destino e decide di scappare dalla cresima). Una liberazione da un sovramondo astratto e moralizzatore, che necessariamente unisce la spiritualità (“celeste”) al concreto (“corpo”).

Il falso potere di un femminile fintamente egemone

Il corpo della donna, in particolare quello di Marta, in Corpo Celeste diventa terreno di scontro istituzionale. Il dipinto di una ribellione e di una riscoperta interiori che vengono letti durante la fase di sviluppo biologico e identitario della ragazza, e che si oppone a un tentativo di domesticazione da parte della Chiesa.

Le ragazzine sono considerate al pari di veline e showgirl all’interno dell’ambiente dell’oratorio, costrette a performare davanti agli adulti, e a questa imposizione Marta si oppone tagliandosi i capelli, da sempre segno di femminilità nella cultura comune. E così, se la sorella sembra pensare solo al fidanzato, ella rifiuta di rientrare all’interno del dispositivo dello sguardo maschile e religioso.

Dall’altro lato invece, Santa (la catechista), se dall’esterno sembra autoritaria è comunque vittima di un’architettura che la schiaccia e la ingloba allo stesso tempo. La sua è una falsa autorità ed egemonia, un esercizio del potere che è apparente e che si infrange nel momento in cui si confronta con figure clericali più in alto di lei. Pronte a rimetterla al suo posto di “serva del Signore” non appena si presenta l’occasione.

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Corpo Celeste – Conclusioni

Corpo Celeste è un racconto semplice e d’impatto, che all’interno della filmografia della regista si può idealmente inserire all’interno di un’immaginaria “Trilogia religiosa dei semplici”, con Le pupille e Lazzaro Felice a occupare le altre due posizioni.

Un’indagine più che un film, una volontà di ricerca più che un semplice quadro sociale. Per riscoprire le origini dell’ipocrisia dietro alle grandi istituzioni, e restituire la potenza segreta dell’ingenuità e della genuinità sul grande schermo.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni
Carlotta Pedercini
Carlotta Pedercini
Cresciuta tra film d'animazione, horror e drammi d'autore, per me una buona scrittura viene prima di tutto. Ho un debole per Jason Schwartzman e mi muovo tra Xavier Dolan, Alice Rohrwacher e Nanni Moretti: Megamind, però, rimane sempre la mia Bibbia.

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