Ogni tanto approdano al cinema, e hanno persino un discreto successo di pubblico e critica, opere che, più che semplici film, rappresentano quanto più di vicino alle fiabe antiche esista nel mondo della cultura odierna. Lazzaro Felice appartiene senza dubbio a questa categoria di pellicole, stravaganti, poetiche e complesse, al limite del cervellotico, ma senza dubbio interessanti sotto l’aspetto artistico. Così la mente creatrice del film, quella Alice Rohrwacher che si è fatta strada nel cinema italiano con un personalissimo stile di scrittura e di regia, dove le vicende autobiografiche incontrano le cronache dei popoli e dei posti, ha letteralmente conquistato tutti. In primis il Festival di Cannes, dove, nel 2018, ha bissato il Grand Prix della Giuria del 2014 per il suo Le Meraviglie, con il Prix du Scénario, il premio dato ogni anno al miglior sceneggiatore, e poi la critica di tutto il mondo.

Lazzaro Felice

La storia vede protagonista il giovane Lazzaro, contadino delle campagne al confine tra il Lazio e la Toscana, che vive inconsapevolmente, insieme a tutta la sua comunità, come un mezzadro pur essendo stato abolito decenni prima quel tipo di pratica agricola. La padrona del podere, infatti, la ricca e tirannica Marchesa Alfonsina De Luna, ha ingannato per tutto quel tempo i suoi sottoposti costringendoli a lavorare il tabacco senza essere pagati ma potendo godere solamente dell’alloggio nelle catapecchie accanto ai suoi campi. Lazzaro è un ragazzo estremamente buono e ingenuo, e diventa quasi sempre il più sfruttato lavoratore del gruppo. Un giorno però incontra Tancredi, il figlio ribelle della Marchesa, e con lui stringe una forte amicizia. Il ragazzo lo invita a ribellarsi a sua madre, o quantomeno a resisterle, riconoscendo come riprovevole il suo comportamento. Ma Lazzaro, pur ascoltandolo con attenzione, non può capire quello che dice Tancredi. Quando i carabinieri scoprono l’assurdo inganno della nobildonna, la arrestano e trasportano in città tutti i membri del podere, fatta eccezione per Lazzaro. Il protagonista riuscirà lo stesso a giungere nella civiltà, ritrovando anche alcuni amici dei vecchi tempi, in un cortocircuito temporale davvero straniante per lo spettatore.

Lazzaro Felice

Il primo aspetto che balza subito agli occhi guardando Lazzaro Felice, è senza dubbio la rinnovata tendenza da parte della regista fiorentina, a portare sullo schermo sempre personaggi che, loro malgrado, sono catapultati in mondi e contesti completamente estranei ai propri. Accadeva così sia in Corpo celeste, suo film d’esordio, storia di una ragazza che dopo aver passato dieci anni in Svizzera ritorna, non senza traumi, nel paesino calabrese di origine della sua famiglia. E tematiche simili caratterizzavano anche il già citato Le Meraviglie, dove una famiglia di apicoltori umbra cercava di preservare la propria indole arcaica e meravigliosa, in un mondo dove tale missione risultava sempre più difficile. Anche Lazzaro e i suoi compagni di sventura sono senza dubbio inseriti in un mondo diverso dal loro, in cui mal si adatterebbero, ma la grande differenza rispetto ai film precedenti, in questo caso, è dettata dal fatto che essi non lottano per essere diversi (sé stessi), ma non sono assolutamente al corrente del fatto che ci sia un altro modo di vivere rispetto al proprio. L’inganno inscenato dalla Marchesa (un’inedita quanto convincente Nicoletta Braschi) non è solo di natura “legislativa”, dal momento che non rispetta le norme statali sul lavoro agricolo, ma soprattutto di carattere etico. Non permette ai contadini della sua tenuta, chiamata non a caso l’Inviolata, di vivere un’esistenza umana. Essi sono poco più che animali ai suoi occhi, e come animali si limitano a lavorare senza posa in cambio di cibo e  un alloggio, non credendo che al mondo esistano altre cose come il denaro.

Lazzaro Felice

Il vero catalizzatore delle attenzioni degli spettatori è però chiaramente il protagonista Lazzaro. Interpretato dall’esordiente Adriano Tardiolo, il protagonista è un grande lavoratore e un ragazzo buono, che spesso viene scambiato per un sempliciotto dai suoi stessi compagni di lavoro. In realtà, però, fin dall’inizio del film, quando il nome del protagonista è sussurrato in continuazione come un oracolo, si capisce che Lazzaro non è una persona qualunque, che incarna delle potenzialità straordinarie. Così quando incontra Tancredi, e l’erede ribelle gli propone di inscenare insieme a lui il suo finto rapimento, per incastrare una volta per tutte sua madre, Lazzaro trova un amico, forse il primo della sua vita, e si comporta come tale. Un incidente segna lo spartiacque tra il Lazzaro bucolico e quello cittadino. D’un tratto il protagonista si ritrova scalciato fuori dal contesto che l’ha visto nascere e crescere. Tuttavia, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, anche per la vista dei suoi ex colleghi, approdati in città dove vivono da poveracci, invecchiati e cambiati nel modo di ragionare e comportarsi, Lazzaro non subisce alcuna modifica né fisica né comportamentale. Come prima, decide di mettersi in cammino (come potrebbe fare altrimenti con un nome così?), e non lascia trapelare alcun tipo di stupore nel constatare il cambiamento della sua condizione.

In città ritrova prima Antonia (Alba Rorhwacher), ragazza che da sempre lo guarda con affetto e tenerezza, che per vivere deve truffare la gente insieme al compagno, e poi lo stesso Tancredi (Tommaso Ragno), anche lui visibilmente invecchiato ma riconoscente e affettuoso nei confronti dell’amico. Nessuno sembra stupirsi del fatto che il ragazzo sia rimasto uguale a quello dei tempi dell’Inviolata, e questo aspetto fa pensare a Lazzaro come ad un angelo, al portavoce della purezza e della bontà più assoluta in un mondo che chiede a gran voce valori del genere. Di umano ormai il protagonista non ha più molto. Ecco che allora la scrittura della regista passa dalla narrazione alla metafora, con grandi risultati.

Lazzaro Felice

Lazzaro Felice colpisce anche per la messa in scena da parte della regista. Il quadro è spesso fuori fuoco o comunque “sporco”, anche grazie a una fotografia eccellente da parte della francese Hélène Louvart, che dà il meglio di sé nei repentini passaggi dal buio alla luce e viceversa. Le scene iniziali, dove le povere contadine dell’Inviolata si passano una lampadina da una stanza all’altra per illuminare  la notte, rimangono scolpite nella mente e nel cuore dello spettatore.

Inoltre di fatto il film della Rohrwacher si configura come un vero e proprio caleidoscopio di citazioni e omaggi che abbracciano praticamente tutti i maggiori cineasti italiani del secondo ‘900. E’ difficile non rivedere nell’Inviolata le cascine de L’albero degli zoccoli di Olmi o di Novecento di Bertolucci. La storia in sé poi, fa chiaramente riferimento a quella ridefinizione fiabesca del reale che ha caratterizzato al cinema molti registi del Neorealismo e non solo, e in letteratura autori come Calvino (chiaramente omaggiato anche nelle scene cittadine) e Buzzati, fino ad arrivare a Pasolini verso il finale estremamente sconvolgente. Lazzaro Felice ha però anche il grande merito di non rendere questi riferimenti fini a sé stessi, come spesso capita nel cinema di oggi, ma di integrarli con una forza propria davvero invidiabile, frutto di alcune scelte rischiose ma anche fortemente premianti per il film stesso. Ad esempio la decisione di affidare a Nicoletta Braschi il ruolo della nobildonna “regina delle sigarette”, odiosa in ogni battuta, ha qualcosa di geniale.

Lazzaro Felice è quanto di più appagante dal punto di vista intellettuale sia stato prodotto dal cinema italiano negli ultimi anni. Un film che guarda al passato e all’eccellenza italiana non solo nelle immagini e nelle citazioni, ma persino nel suo modus operandi e nella sua stessa essenza. Guarda la luna come non lo si faceva dai tempi di Leopardi e fa camminare Lazzaro come non accadeva dai tempi del Vangelo secondo Giovanni. E lo spettatore finisce per camminare insieme a lui.

Voto Autore: 3 out of 5 stars