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Broker – La grammatica familiare secondo Hirokazu Kore-eda

Con Broker, in italiano Le buone stelle, il giapponese Hirokazu Kore’eda, padre dell’acclamatissmo The Shoplifters/Un affare di famiglia, scrive e dirige il suo secondo film in terra straniera dopo La Verità (2019), realizzato in Francia.

Presentato in concorso allo scorso Festival di Cannes, Broker radica in Corea la sua storia ed ha ancora una volta al centro della narrazione la famiglia, una rete di incontri, contatti e rapporti non scritti né formulabili ex ante, che sorgono, si intrecciano e si alimentano per comunanza di sentire e purissimo istinto umano.

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Broker – Trama

So-Young (Lee Ji-eun), aspirante madre e giovane prostituta in fuga, è una ragazza-madre in difficoltà, che in una sera di pioggia lascia il proprio figlio vicino ad una delle baby-box, amati e discussi nidi di solidarietà, approntati da chiese ed ospedali per aiutare anche temporaneamente neo genitori che non riescono per i motivi più disparati a badare ai propri piccoli. A volte lasciano un biglietto con i loro dati, dicendo che torneranno; altre volte no; ma spessissimo, anche se ci sono informazioni di contatto, nessuno si rifà vivo.

Dong-soo (Gang Dong-won) lavora in una delle strutture che accoglie i neonati abbandonati, ed insieme al suo compagno Sang-iun (Song Kang ho), padre separato, gestore di una tintoria, intercetta molti di questi nuovi orfani e li rivende a coppie che per vari problemi non possono averne di propri: un traffico clandestino di minori volto all’arricchimento personale ma anche un brokeraggio di lattanti organizzato da chi sa cosa significhi crescere senza genitori avendolo vissuto direttamente o indirettamente sulla propria pelle.

Inoltre vista la severa legislazione coreana sull’adozione, il duo di mercanti di bambini si preoccupa sinceramente per la realizzabilità concreta del futuro di molti di loro.

Uno di questi piccoli è il figlio di So-Young, la quale, con loro grande sorpresa, dopo la notte dell’abbandono, torna sui suoi passi per rivedere il bambino: la coppia di broker sta architettando uno scambio e la madre decide di unirsi al gruppo. Parte così la loro piccola grande odissea di famiglia improbabile, alla ricerca di possibili nuovi padri e nuove madri, mentre le maschere di ognuno si sgretolano e i legami da informi pastrani si fondono in chimiche intraducibili. Sulle loro tracce ci sono le agenti di polizia Su-jin (Bae-Doo-na) e Lee, due segugi infaticabili e lucidi, decise a sgominare questa organizzazione e a catturare i responsabili.

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Broker – Recensione

Kore’eda intesse il suo nuovo dramma di un plot più movimentato rispetto agli standard che di lui conosciamo, risentendo della dimensione occidentale che lo ha invaso ed adottato, alternandola a quell’emotività ipodermica di cui è abile orchestratore da sempre.

Da una parte due buone stelle, due angeli zelanti, che dribblano la legge e la burocrazia e arrangiano i destini di esseri sfortunati almeno come loro: tante le linee messe in campo, c’è l’incontro con So-young ed i suoi ambigui ripensamenti, il viaggio per mari e monti, il rifiuto dei vari clienti, i pedinamenti e le trappole della polizia finite al vento, l’inseguimento di criminali che vorrebbero far finire l’affare a modo loro.

Dall’altra parte il rinsaldarsi di una vicinanza casuale che diventa stretta, condivisa, autentica e necessaria, in cui le barriere cadono, i nodi si pettinano e si perdona, si protegge, si ricostruisce.

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Broker connette lo sviluppo di ogni singolo personaggio ad un non detto che unisce in modo apparentemente casuale le storie individuali, per poi scoprirsi chiave di volta fondamentale di un’amicizia che è ben oltre l’amicizia, è univocità di destini.

Ogni figura è collegata tematicamente al mistero della famiglia, all’impossibilità di avere l’amore sperato, quello di un genitore per il figlio, quello di un figlio per il genitore, un peso sul cuore che invece di diventare odio, si trasforma, come spesso ci ha abituato Kore’eda, in esercizio di umanità, essenziale e commovente.

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Il legame di sangue non è l’unica direzione imprimibile alle proprie vite: ci sono eventi, percorsi e stati d’animo che accomunano oltre le parole ed il dna, oltre la parte di campo in cui ci si ritrova a giocare, oltre le divise, il nome proprio di ciascuna sofferenza, i meccanismi della giustizia e della criminalità, oltre gli errori commessi, i rimediabili e gli irrimediabili, oltre tutto questo c’è una zona franca in cui come diceva il poeta, non è più necessario scappare o nascondersi: quella è casa, quella è famiglia.

Kore’eda la rintraccia e la ricostituisce sempre in modi lontani dall’ortodossia, inaspettati, per questo più toccanti, dai più tradizionali ai meno, dai più sofferti in apparenza ai più sussurrati: basti passare in rassegna alcuni suoi titoli, specie i made in Japan, Father and son (2013), Little sister (2015), Ritratto di famiglia con tempesta (2016), fino al premiatissimo Un affare di famiglia (2018).

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E’ l’origine del vincolo umano che interessa al regista, dove sta scritto, come nasce, come è giusto che si alimenti, se è davvero portatore di serenità sincera, o invece è una sottoscrizione per l’infelicità, genitori che non sono genitori, sorellastre sconosciute, fratelli non integrati, oppure, come in questo caso, una ribellione alle regole dell’adozione le quali tutto fanno, tranne facilitare l’incontro di amori.

Il cinema di Kore’eda è un grammatica drammatica della famiglia e del suo evolversi nell’ostruzionismo indifferente del mondo, per sopravvivergli, un navigare a vista che fa brillare d’impotenza la zattera-famiglia, ridisegnandone coordinate, necessità, fenomenologia e bellezza.

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C’è una solitudine a cui il cognome che si porta non offre soluzione, una solitudine interiore che è sconforto e al contempo urgenza di amare e di essere amati, nel modo in cui si sente e si crede che si debba fare/avere anche se non risulta essere in linea con ciò che veicola il codice penale: così le madri possono non sentirsi madri, i padri non riescono ad essere padri, i figli non hanno guide, ma nomignoli di chi gli ha voluto bene per un po’, si cresce come si cresce, si è felici solo con chi si è felici e le famiglie si combinano con quello che arriva e che si riconosce simile: il resto è menzogna che logora ed incolpa.

Non a caso i personaggi di Broker hanno tutti un nome sbagliato, finto, inventato, o un soprannome, un gruppo di non-identità, ma di reciproche funzioni, che abbisogna di sperimentare la propria utopia familiare non dichiarata, goffamente rappresentata all’esterno, profondamente sentita all’interno.

I Broker di Kore’eda sono una manica di bugiardi, non dicono la verità, la dicono male, la lasciano intuire, dolorosamente annusare ed arrivare, con una crudeltà soffiata, evocata, che sappiamo, ma non diciamo, e che riempie la seconda parte del film, rendendola, a tratti, di spessa e struggente emotività. La scena della ruota panoramica coreografa un dolore, un senso di colpa ed un affetto profondo, con la benedizione di un’intimità elementare e devastante: chiunque assiste, comprende e fa proprio quel pathos.

Broker

La fotografia immortale di bianco paesaggi metropolitani, lungomari mattutini o porti serali, distese semimontuose gentili, serene, verdi di alberi e vegetazione, una Corea che sembra a portata d’uomo, ma sotto la bella faccia, non lo è.

La colonna sonora di Jung Jae-il, versatile compositore di altre opere di successo come Okja, Parasite e la nota serie tv Squid Game, è una carezza rilassante e dolcissima che sembra accompagnare la riflessione del regista già scritta nella sua testa, una caduta verso la realtà a rallentatore, che tampona il dolore e solleva il cuore.

Broker – Cast

Il cast brilla di stelle coreane solide e celebri che funzionano in un amalgama ben calibrato, giocato di squadra, spensierato e grave insieme: Song Kang ho (Premio come miglior attore al Festival di Cannes), protagonista di Parasite, più volte attore per Bong Joon-ho, è qui un mentore di umanità, il padre di tutti, senza riuscire ad esserlo per sua figlia, impegnato in una malinconica e vitale rincorsa a prendere quel po’ di affetto vero ancora in circolazione e a metterlo e mantenerlo in contatto: semplice, verosimile, segretamente disperato ma capace di alleggerire anche la ferita più pesante, la rinuncia più cara.

Accanto a lui tagliente, fiero e dolce Gang Dong-won (già visto in Peninsula), e IU, al secolo Lee Ji-eun, cantante ed attrice, qui giovane artista dai sogni interrotti, corpo da idol e spirito disilluso dal ricatto della vita.

Broker

Notevole anche Bae-Doo-na (Cloud Atlas e The Host) dall’ottima presenza scenica, l’ascolto particolare, mascolina e fragile al contempo, elegantissima e magnetica.

Broker con il sogno mancato della famiglia non riuscita, allontana e riconcilia i vuoti che ogni personaggio porta con sé, mostrando come nostalgia del futuro e volontà di riacciuffarlo siano forze dilanianti: non si ottiene ciò che si vuole, ma nel’iniquo tempo che ci è dato avere, in un affare complesso come quello familiare, il gesto diventa cosa più grande di un risultato.

Trailer

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Dong- soo e Sang-iun raccolgono neonati lasciati da genitori in difficoltà nella baby-box di un istituto e li vendono a coppie che non possono avere figli. La giovane So-Young lascia il suo piccolo, ma torna sui suoi passi. Il quadro di una famiglia-non-famiglia, in piena tradizione Kore-eda, una grammatica dei rapporti non scritta, ma sentita, con momenti di intimità dolcissimi ed una mano ferma su un dolore sempre composto, sempre nascosto, sempre in levare. Song kang ho premiato come miglior attore al Festival di Cannes.
Pyndaro
Pyndaro
Cosa so fare: osservare, immaginare, collegare, girare l’angolo  Cosa non so fare: smettere di scrivere  Cosa mangio: interpunzioni e tutta l’arte in genere  Cosa amo: i quadri che non cerchiano, e viceversa.  Cosa penso: il cinema gioca con le immagini; io con le parole. Dovevamo incontrarci prima o poi.

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