Blonde, recensione del disturbante biopic di Andrew Dominik

Blonde è il nuovo film di Andrew Dominik, uscito su Netflix il 16 settembre di quest’anno. Dominik ha anche scritto la sceneggiatura di quello che fa di tutto per non essere un biopic classico. Come si sa, racconta la vita di Marylin Monroe.
Il pubblico si è parecchio diviso ed è stato quasi giudicato con un bianco o un nero: o un capolavoro assurdo impeccabile o una totale tragedia.

Come sempre quando si tratta di cinema non e produttivo né saggio vivere di binarismi, per così dire, e non è detto che quindi si debba scegliere tra questi due estremi. La protagonista Ana de Armas è stata invece una conferma per tutti, sia nella somiglianza che nella performance. La sceneggiatura è comunque tratta dall’omonimo romanzo di Joyce Carol Oates, lo riprende per descrivere situazioni drammatiche che hanno effettivamente caratterizzato la complicata vita della diva. Ma ci riesce bene? O esagera?

Blonde

Blonde non è il classico biopic

Fin dall’inizio il film sembra voler prendere una piega incredibilmente drammatica e quasi disturbante. Il continuo passaggio da bianco e nero a colore, a volte azzeccato a volte senza una (almeno apparentemente) valida ragione genera nello spettatore un grande smarrimento, come il modo in generale in cui si racconta la storia. Ci sono momenti di fortissima suspense fin dai primi minuti, una tensione che pervade e quasi ferisce per tutta la visione del film.

Se per una pellicola la missione principale è sospendere l’incredulità, Blonde ci riesce e anche in maniera molto funzionale, poiché non punta, a differenza di altri biopic, a voler “accontentare” i fan del personaggio che vedono il film. Via da questo universo cinematografico a cui appartiene Blonde chiunque voglia sapere fatti e situazioni in modo documentaristico, così come chi preferisce qualcosa di più romanzato. Probabilmente il film sta nel mezzo: racconta in maniera diretta, ma non fugge mai dal dramma. Non tutto perfetto, bensì tutto tragico, eccessivo, al limite.

Di biopic ultimamente se ne sono visti tanti e, diciamolo, spesso tutti uguali, ma Blonde per quanto possa piacere o non piacere ha dei tratti indubbiamente originali. Lo è nella scelta di questo bianco e nero straniante, nell’interpretazione degli attori, nel susseguirsi degli eventi.

Blonde

Blonde, forse il troppo è troppo?

Il problema principale del film probabilmente è la pretesa di lanciare così prepotentemente un messaggio. Il dramma è forse troppo e troppo calcato, è chiaro a tutti che quella di Marilyn Monroe sia stata una vita complicata, così come è apprezzabile una forma di denuncia nei confronti di un sistema che da sempre sfrutta le donne. Il dibattito femminista in tal senso si è alquanto diviso: per alcune, il film rispecchia la realtà e non va giudicato con gli occhi di oggi, per altre riduce la Monroe a semplice vittima.

Anche sforzandosi di vedere la pellicola con gli occhi del passato, ci sono però degli elementi che stonano. Tra tutti, la gestione della questione dell’aborto. È stato fatto notare come sembri quasi uno spot anti-abortista il momento in cui lei parla con il feto, ma fa parte dell’intensità di tutta la vicenda una scena del genere per quanto forse, come già detto, sia “un po’ troppo”. Così come effettivamente Marilyn Monroe sia come personaggio qui molto stigmatizzato: benissimo che si denunci come sia stata effettivamente sessualizzata e abusata, ma non c’è solo questo dietro il personaggio.

Tuttavia, il film non vuole essere un documentario, lo abbiamo detto. E il libro da cui è tratto presupponeva queste caratteristiche. Può essere che il modo per concepire positivamente Blonde sia considerarlo non la storia di Marilyn Monroe in sé, ma l’estremo di cosa possa accadere effettivamente quando una donna di quei tempi provava a entrare in un mondo così periglioso.

Blonde è il film sul mito di Marylin

Prima di criticare aspramente un film che ha sicuramente dei difetti, bisogna quindi capire come concepirlo, con che sguardo osservarlo e addentrarsi in questo mondo onirico e atipico. Quella che vediamo non è la vera Marilyn Monroe, ha indubbiamente vissuto diverse di queste cose, ma sono state portate all’estremo per esprimere un messaggio. Giocare con la metafinzione è una tentazione a cui non si è evidentemente potuto resistere.

Si poteva fare costruendo un prodotto meno disturbante? Forse, ma non era questa l’idea di base. Blonde sicuramente è stato aspramente criticato, perché non rappresentava per niente ciò che si aspettava e in quanto effettivamente esagera su aspetti (come ad esempio un presunto rapporto a tre dentro a un cinema) per sconvolgere, ma ha anche ricevuto una standing ovation a Venezia. Quindi ha dato modo di entrare nell’universo della diva ponendosi non poche domande, la missione che sembra si siano posti gli autori.

Anche se si sarebbe potuto rendere tutto in modo meno barocco ed eccessivamente melodrammatico, Blonde è un biopic che, come è stato osservato, ha moltissimo di David Lynch, che vuole colpire, che vuole stupire, che lascia qualcosa dentro senza dubbio chiamando in causa chi sta osservando, impedendo al pubblico di non sentirsi coinvolto. E non è proprio questo che deve fare un film, e che è stato il mito di Marylin?

Trailer

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni
Silvia Argento
Silvia Argento
Laureata triennale in Lettere Moderne e due magistrali in Filologia Moderna e Editoria e scrittura cum laude. È docente di letteratura italiana e latina, scrittrice e redattrice, autrice di un saggio su Oscar Wilde e della raccolta di racconti «Dipinti, brevi storie di fragilità».

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