Rocky 4, un simbolo di scontro culturale tra Stati Uniti e Russia

Rocky 4 risale a un (purtroppo) lontano 1985. Sono gli anni della Guerra Fredda ma soprattutto è il periodo dell’ormai annoso scontro culturale tra Stati Uniti e Russia. Tanti gli avvicendamenti passati al setaccio della storia: la rivalità (politica e non) si è riversata su tutta una serie di fatti sociali ed economici che hanno lasciato il segno (addirittura l’allunaggio ha avuto dei rimandi di questo tipo ed è stato giornalisticamente raccontato attraverso la lente del contrasto che vi era all’epoca).

Il cinema non ha tardato a dire la sua e uno dei più grandi esempi di scontro culturale tra le due superpotenze è un’insospettabile Rocky 4. All’epoca il settore cinematografico non era neanche troppo imbevuto di questo dissidio politico ed erano pochi i titoli che si occupavano di un topic che dire delicato è dire poco. Ci pensa invece il quarto capitolo della saga dello Stallone Italiano che, a scapito di molte voci, dimostra nel concreto una sensibilità fuori dal comune e va a proporre un punto di vista originale.  

Il film ha ottenuto negli anni un successo enorme, eppure Sylvester Stallone si è sempre dichiarato insoddisfatto per un prodotto che avrebbe voluto rivisitare (e così è stato).  Pochi eletti hanno potuto assistere alla prima del recut ufficiale di Rocky 4 che si è tenuta di recente a date serrate. Molte le scene aggiunte e tanti i frangenti sottoposti a modifica. Ora, che Stallone fosse più contento di questa nuova versione è una buona notizia ma in generale l’opera mantiene un registro unico nel suo genere e ha molti dettagli che, a modo loro, sono passati alla storia.

Rocky 4

Fin da subito si percepisce infatti la volontà di proporre questa dicotomia tra il “Noi” e il “Loro”, di prendere le distanze su schermo da un impianto culturale ben lungi dall’attecchire in America. Lo sport è il settore designato per attuare questo tipo di accostamento e si percepisce che la risolutezza del regista è vivida già nella scena di apertura dove si vedono due guantoni (uno con la bandiera degli Usa e uno con quella dell’Urss) che prendono la rincorsa e battono l’uno contro l’altro generando scintille e fuoco.

L’immagine è rudimentale, eppure è assolutamente d’effetto. Da subito l’idea di ciò che si vedrà e di come sarà impostato. Si prosegue poi con la trama (quasi una sorta di spin-off della saga che effettivamente lega poco con gli episodi precedenti). Il giovane Ivan Drago (soprannominato la transiberiana) lancia la sua sfida all’élite pugilistica statunitense che si sente subito ferita nell’orgoglio da una superbia (a detta loro ingiustificata).

Come se non bastasse è Apollo a gettare benzina sul fuoco e a dettagliare velatamente l’intento della produzione. Le sue parole vibrano di orgoglio patriottico quando, prima del grande incontro con Drago, spiega a un ben più pacifico Rocky che “non è solo un incontro, c’è molto di più in gioco”. Questo è il segno che la rivalità sportiva cela un odio ben più alto e che è estendibile ad altri piani (ben più rilevanti). Come dimenticare poi la scena magistrale dell’entrata del “ciclone dei cicloni” sul ring a Las Vegas dove tra le note di Living in America, il pugile russo deve confrontarsi con la scintillante tifoseria occidentale, pronta come sempre a ostracizzare il combattente straniero, favorendo il beniamino nazionale.

Lo sviluppo degli eventi porterà, come sappiamo, alla morte di Apollo ma il passaggio che rende Rocky 4 una perla è quando Rocky stesso decide di scendere in campo e vendicare l’amico. La rivincita si svolge proprio in Russia: il paese è descritto visivamente come una landa piena di ghiaccio, dove il contatto umano è fugace e poco caloroso. I russi stessi sono caratterizzati da un fare losco, poco chiaro e che desta un sospetto visibile.

Rocky 4

Nella fase in cui l’opera contrappone i due stili di allenamento poi esplode definitivamente la critica nei confronti dell’impianto sportivo russo e questo preciso passaggio ha una matrice di natura storica. Nel 1984/1985, anno delle olimpiadi di Los Angeles, la Russia (in piena trans agonistica generata dalla Guerra Fredda) fu al centro di uno scandalo di doping enorme. Le televisioni americane puntarono subito a far luce su questo aspetto, non solo per marcare il territorio, ma per screditare l’avversario accusandolo di condotta sportiva illecita. Che una parte di verità in questa storia ci sia è fuori discussione ma il caso assunse ben presto una dimensione mediatica smodata.

Rocky 4 prosegue questa “inchiesta” sportiva, manifestando tutto il suo sdegno verso la vicenda: nella scena in cui i due sfidanti (Drago e Rocky) si allenano prima di darsi battaglia, vediamo un Rocky molto rudimentale alle prese con carrucole, con il taglio della legna e con la corsa tra le montagne (tutte istanze semplici e naturalistiche). Al contrario, l’atleta russo si allena nella sua principesca palestra, corredato di attrezzi di ultima generazione e specialisti di ogni sorta.

Ma l’immagine che più ha destato scalpore è quando vediamo Drago farsi fare una puntura di steroidi anabolizzanti (o quello che sono). Non è dichiarata la faccenda, ma è lasciato intendere allo spettatore. Di nuovo la contrapposizione tra il “Noi” e il “Loro” che qui, logicamente, si fa massima.

Alla fine di Rocky 4 arriva necessariamente la riappacificazione: il discorso “se io posso cambiare e voi potete cambiare, tutto il mondo può cambiare” è l’inserto scenico che sancisce la fine dello scontro e apre al dialogo, una mossa necessaria ma che non cancella quanto è stato fatto prima.

L’unicità del titolo in questione sta nel fatto che la rappresentazione su schermo della contrapposizione culturale non va tanto per le sottili e non assume una vena letteraria: la critica è diretta e parte da fattori, come si è detto, di natura storico-sportiva.

A corollario di questa tesi intervengo altri due prodotti: Watchmen e Stranger Things, i quali cercano di recuperare il clima teso di quegli anni ma proponendo una dicotomia piuttosto fumettistica e marginale rispetto alla storia principale. Watchmen in primis tende a focalizzarsi più sul lato statunitense, sulla paura dello straniero che la Guerra Fredda aveva generato, facendo luce più sul senso di inadeguatezza del governo, che sul pericolo che un nemico esterno può comportare.

Chissà ad oggi, con l’annuncio dell’imminente pericolo atomico, come si reagirà (cinematograficamente parlando) a questa nuova fase di scontro culturale che imperversa nelle pagine dei giornali di oggi.

Federico Favale
Federico Favale
Anche da piccolo non andavo mai a letto presto. Troppi film a tenermi sveglio. Più guardavo più dicevo a me stesso: "ok, la vita non è un film ma se non guardassi film non capirei nulla della vita".

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