Quando si guarda Black Phone per la prima volta, si ha l’impressione di trovarsi di fronte a un universo narrativo circoscritto, racchiuso in un tranquillo quartiere di Denver nel 1978. Tutto parte da un rapitore mascherato (il Rapitore, interpretato da Ethan Hawke) e da un ragazzino terrorizzato (Finney), rinchiuso in un seminterrato con un telefono scollegato che, inspiegabilmente, squilla. Il film mantiene un focus strettissimo sui tentativi disperati della sorella sensitiva, Gwen, di ritrovarlo grazie ai fantasmi delle precedenti vittime del Rapitore.
Il finale della pellicola sembrerebbe chiudere il cerchio. Eppure, a qualche anno di distanza, il regista Scott Derrickson ha espanso sottilmente quel mondo in maniera imprevedibile.
Black Phone e le visioni di Gwen: il trauma di una stirpe di sensitivi
Il successo di Black Phone (qui la nostra recensione) risiede in gran parte nel modo in cui vengono gestiti i poteri di Gwen. Le sue visioni guidano la polizia verso le tombe delle vittime e le permettono infine di localizzare il fratello.
Il film non si perde in spiegazioni scientifiche o dinamiche da sci-fi, però, ma preferisce concentrarsi sull’impatto emotivo. Il padre di Gwen e Finney, Terence, vive nel terrore di questi poteri. Sua moglie aveva le stesse identiche visioni, che finirono per consumarla fino al suicidio. Questo passato ha trasformato l’uomo in un violento e un alcolizzato, affetto da un disturbo da stress post-traumatico.

Dreamkill: lo stesso potere riemerge anni dopo
Nel film antologico V/H/S/85, il segmento diretto da Derrickson e intitolato Dreamkill segue le indagini del detective Wayne Johnson su una serie di brutali omicidi. Il caso presenta un elemento anomalo: il detective riceve in anticipo delle videocassette misteriose, che mostrano i delitti dal punto di vista dell’assassino.
La scia di nastri porta a Gunther, un adolescente insospettabile che confessa di non essere il killer, ma di limitarsi a sognare gli omicidi, i quali finiscono per materializzarsi sulle videocassette. È qui che interviene il padre del ragazzo, Bobby (interpretato da James Ransone), spiegando che la preveggenza è un tratto ereditario della loro famiglia.
Black Phone: quel legame di sangue nascosto nei dettagli
Durante il segmento, Bobby elenca la storia clinica e paranormale dei loro parenti. Menziona una donna della famiglia morta a causa del peso insostenibile delle visioni e fa riferimento a due nipoti che in passato hanno dovuto usare i sogni per salvare uno di loro da un rapimento.
I nipoti a cui si riferisce Bobby sarebbero proprio Gwen e Finney, il che rende Gunther il loro cugino di primo grado. Il potere che ha permesso a Gwen di salvare suo fratello non è stato perciò un espediente di trama isolato, ma il frutto di una linea di sangue condannata a convivere con la stessa condanna da generazioni.
Quel seminterrato di Denver era quindi solo la punta dell’iceberg di una storia familiare molto più ampia, oscura e ramificata.
