Recensioni FilmAmarga Navidad - Almodóvar e i limiti dell'autofiction

Amarga Navidad – Almodóvar e i limiti dell’autofiction

La musica incalza sui titoli di coda di Amarga Navidad (2026), ultima fatica del 76enne Pedro Almodóvar, in concorso a Cannes dopo aver vinto a Venezia. E mentre incalza, le dita sulla tastiera di un pc scrivono una storia. Anzi, la fanno evolvere. O forse la modificano. O la ricreano. Allo stesso modo, chi scrive questa recensione cerca di portarla avanti, ma torna indietro e la modifica. E se nulla lo convince, la riscriverà da capo. È questo gioco meta-testuale a essere al centro dell’opus numero 24 del regista e sceneggiatore spagnolo. Ed è il mistero della creazione artistica, con tutti gli sfumati confini tra realtà e finzione e tra moralità e immoralità, a interessare ancora una volta l’autofiction dell’autore di Dolor y gloria.

Amarga Navidad

Amarga Navidad – Trama

Ci sono due storie: nella prima, la regista “di culto” Elsa (Bárbara Lennie) soffre di attacchi di panico, non ha mai superato la morte della madre e cerca di nascondere la propria insoddisfazione nell’esser finita a dirigere spot d’intimo maschile, anche se è grazie a questo che ha conosciuto il suo amorevole compagno, Bonifacio (Patrick Criado), pompiere e stripper a tempo perso; nella seconda, il regista Raúl (Leonardo Sbaraglia), chiaro alter-ego di Almodóvar, sta scrivendo una sceneggiatura dal titolo Amarga Navidad, che altro non è che la storia di Elsa, traendo ispirazione dalla (propria) realtà, dalle vicende private della sua assistente Mònica (Aitana Sánchez-Gijón), dall’amore gentile e dimesso del giovane Santi (Quim Gutiérrez), con cui convive.

Amarga Navidad

Recensione

Esiste un limite oltre il quale non ci si può spingere, quando si trasportano eventi e persone reali in un’invenzione narrativa? È mai possibile che ci si senta più vivi quando si maneggia una materia inesistente? Parte da questi interrogativi Almodóvar, per provare a dare vita ai suoi personaggi e per sentirsi dunque, a sua volta, più vivo, nell’illusione di avere ancora qualcosa da dire, una (o due) storie da raccontare. Un’operazione che, come il precedente La stanza accanto, accusa ancora, paradossalmente, una distanza emotiva tra l’istanza narrante e le vicende sullo schermo, poiché s’avverte l’ingombro di una poetica esplicita, di una teoria messa in bocca ai personaggi all’interno di una struttura volutamente sfilacciata, critica, spezzettata e analizzata all’interno del film stesso.

Amarga Navidad è una dichiarazione d’amore al cinema, dove la voglia di costruire cinema, ovvero di raggiungere un’emozione attraverso immagini e suoni (prima che parole), appare appannata, messa tra parentesi, subalterna non solo a una decostruzione drammaturgica non particolarmente originale, ma anche a una autoreferenzialità che finisce per sbiadire i colori della messinscena, mortificare la funzione dello spettatore, privandolo prima dell’emozione e poi della libertà di attribuire autonomamente un senso a ciò che si dipana sullo schermo, bombardato com’è d'(auto)analisi definitive e da urlati parallelismi.

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Amarga Navidad – Tutto su…me stesso

Non è un caso se i momenti migliori sono quelli più vicini all’Almodóvar di un tempo, quando il suo sguardo era più vicino al melodramma in sé e meno interessato a farne cogliere i meccanismi. Si tratta di due scene giocate sull’ascolto di due canzoni di Chavela Vargas (una delle quali dà il titolo al film); l’indagine di come – per estensione – la fruizione artistica, possa scuotere e indirizzare il corso delle esistenze. Due momenti che, purtroppo, appaiono isolati, ancora una volta monchi; secondariamente – ed è altrettanto grave – ne viene sottolineata la funzione nel corso di una parte finale che sfocia nell’autocompiacimento. Un rischio presente nel film sin dall’inizio, ma tenuto a bada dall’incedere dell’intreccio che, almeno nella prima parte, lascia spazio a qualche suggestione visiva. L’uso dei colori, ad esempio. Un bombardamento ottico a cui lo spettatore almodovariano è abituato, ma che qui è parte integrante del meta-discorso.

Il piano della finzione gioca infatti su rimandi infiniti tra scenografie, abiti e oggetti di scena. Il vezzo stilistico prende il sopravvento nella rappresentazione dello script di Raúl proprio nella scena in cui Elsa arriva in ospedale. La sua sofferenza è letteralmente in secondo piano rispetto al gioco del blu che ricorre sfacciatamente tra tende, maglione, parete e cartelletta medica. Sembra già un’autocritica. Un’implicita riflessione sull’ambiguità dell’artista, del suo “dar forma” a discapito del contenuto, del suo trasformare drammi reali in sfoggi creativi. Uno spunto che non mancherà, purtroppo, d’essere successivamente ripreso, spiegato ed esaurito, finendo per far cascare lo stesso Almodóvar nel medesimo delirio egotico del proprio alter-ego. In una maniera, però, sempre più avvitata su sé stessa e afferente alla scrittura, mentre il cinema pare perdere progressivamente terreno, farsi a pezzi e dilapidarsi come il piano narrativo di Elsa, ridotto a mero strumento d'(auto)analisi.

Conclusioni

Amarga Navidad piacerà ai seguaci più oltranzisti di Pedro. Affascinerà i fan (dei fan) delle strutture ricorsive e gli appassionati delle mise en abyme. Irriterà chi cerca un melò tradizionale. Produrrà, in ogni caso, emozioni contrastanti. Ma la sensazione che emerge più forte è quella lasciata alle parole di Mònica. Una frase che suona più o meno così: ”La storia non funziona, se il film piacerà, piacerà come piacciono i film minori di Bergman o di Fellini”. Delirio egotico, si diceva.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Amarga Navidad è un destrutturato racconto d'autofiction in cui si perde la forza dei classici melò di Almodóvar. Un'operazione che finisce per escludere lo spettatore da un gioco estremamente autoreferenziale.
Alberto Bajardi
Alberto Bajardi
Nato su quel ramo del Lago di Como dove Hitchcock girò la sua opera prima, si iscrive a giurisprudenza ispirato da La parola ai giurati, ma si ritrova a disertare le lezioni come Antoine Doinel, attratto dai matinée delle sale milanesi. Laureatosi al DAMS per non sentirsi più in colpa, ama il cinema senza distinzione di generi e cerca in un film nient'altro che emozioni autentiche, siano esse nei più acuti ritratti umani di Cassavetes o nei più viscerali horror di Cronenberg.

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