Dopo 11 anni dalla realizzazione del film curato da Stefano Sollima (fa parte della trilogia della Roma criminale, culminata con Adagio), ACAB La serie torna su Netflix in formato seriale prodotto dal regista romano e diretto da Michele Alhaique con protagonisti nuovi, e una narrazione che si concentra di più sul lato umano dei poliziotti. Sia la serie che il film sono un adattamento dell’omonimo romanzo di Carlo Bonini.
Nel cast figurano il personaggio di Mazinga (Marco Giallini), già presente nella pellicola di Sollima, e nuovi volti quali il caposquadra Pietro Fura (Fabrizio Nardi), Michele Nobili (Adriano Giannini), Marta Sarri (Valentina Bellè) e Salvatore Lovato (Pierluigi Gigante). Tra di loro si instaura un rapporto inizialmente contrastante, poiché mossi da idee e metodi diversi. Nel corso dei sei episodi, ACAB alterna momenti di alta tensione con altri dove viene meno in funzione di inquadrature fisse che si focalizzano sui volti dei personaggi, segnati sia dalla violenza degli scontri, sia dalle loro vicende personali.
ACAB La serie – Trama

ACAB inizia con la protesta del movimento No Tav in Val di Susa, storica battaglia promossa da un numeroso gruppo di cittadini contro la realizzazione di infrastrutture e trasporti ad alta velocità. Tra i poliziotti e i manifestanti c’è sempre stata un’avversità non indifferente, come dimostrano alcuni fatti storici che hanno segnato l’immaginario collettivo. Proprio su questo elemento fa leva ACAB, mostrando una serie di sfumature, senza prendere una posizione netta. La violenza non conosce limiti, soprattutto quando un collega -visto più come un fratello- viene ferito.
Inizia qui il drammatico viatico dell’unità del Reparto mobile di Roma, diviso a metà tra le idee riformiste e moderate di Nobili e quelle vecchia scuola della squadra di Mazinga, che hanno permesso di mantenere integra la loro unione basata su principi di fratellanza e solidarietà, specialmente quando bisogna fare fronte comune sui tentativi di accuse. La particolarità di ACAB – La Serie è che, seppur la narrazione si muova su più fronti, non c’è un allontanamento dal tema principale poiché coinvolge tutti i personaggi, cogliendone le fragilità che si riflettono sul proprio lavoro.

ACAB La serie – Recensione
Qual è lo stato di salute attuale della giustizia italiana? La domanda appare lungimirante se guardiamo al contesto socio-politico odierno, costellato da continue manifestazioni represse con la violenza, esercitata proprio dai poliziotti, e da decreti legge che parrebbero minare sempre di più la libertà d’espressione. Quando le vicende di ACAB comparvero per la prima volta sotto forma di romanzo, nel 2009, aleggiava nell’aria molta preoccupazione per il senso di giustizia, il quale ha subito un drastico ridimensionamento dopo i tragici eventi del G8 di Genova nel 2001 e altri gravi fatti giudiziari che hanno sconvolto l’Italia.
Il tema dominante di ACAB è la figura del poliziotto, spesso soggetto di etichettature che non lasciano scampo a una visione positiva. Da fascista a corrotto, da “bastardo” – come recita la lettera finale dell’acronimo ACAB – a “figlio di puttana” come dicono in coro i manifestanti. Gli uomini in divisa dovrebbero assicurare l’ordine pubblico in situazioni delicate, ma capita frequentemente che la gestione di esso precipiti e diventi puro caos, adrenalina che trova sfogo nelle manganellate.
La violenza è raccontata attraverso un contrasto ben preciso. Da una parte c’è quella fisica, mostrata con una certa naturalezza nelle scene di pestaggio e nelle manganellate; dall’altra c’è una violenza più silenziosa e interiore, che emerge nelle fragilità dei personaggi e nella crisi personale che molti di loro si trovano ad affrontare. È proprio questo conflitto a portarli, almeno in parte, a prendere coscienza delle proprie azioni. Al di là delle sfumature psicologiche, però, la serie ribadisce un messaggio semplice e inequivocabile: un reato resta un reato, indipendentemente da chi lo commette.
Dunque, il disordine diventa il motore dell’azione violenta dei celerini, fin quando alcuni avvenimenti non toccano la sfera intima dei personaggi, provocando un cambio di passo.

Uomini duri e soli
«Ci sono uomini soli», canta una celebre canzone dei Pooh, raccontando le fragilità maschili che troppo spesso vengono nascoste perché considerate un segno di debolezza. In ACAB – La Serie, i protagonisti sembrano incarnare proprio l’ideale tradizionale di mascolinità: uomini duri, compatti, pronti a sostenersi a vicenda e incapaci di mostrare le proprie emozioni.
Questa immagine è rafforzata dalla presenza di Marta, uno dei personaggi più significativi della serie. Attraverso di lei emerge con chiarezza quanto sia ancora radicata la cultura patriarcale. Da una parte, Marta si adegua alle dinamiche violente del reparto, reprimendo le proprie emozioni per essere accettata come una di loro; dall’altra, continua a essere guardata soprattutto come un oggetto del desiderio maschile. Anche quando dimostra di possedere la stessa forza e la stessa determinazione dei colleghi, il suo corpo e la sua identità restano filtrati dallo sguardo degli uomini.
Se Marta è l’elemento che rende evidente il legame fortemente controverso tra la violenza e il machismo, rappresentato anch’esso su un sottile filo del rasoio, Nobili invece dimostra di essere la perfetta unione tra audacia e debolezza, un aspetto che viene fuori nel momento in cui dovrà affrontare una crisi familiare. In ACAB è visto come una mina vagante, poiché cerca di provocare un cambiamento relativo ai metodi di repressione con un approccio più focalizzato al capitale umano, in virtù dello scopo di mantenere l’ordine e assicurare l’equilibrio.
Dunque, ACAB pone i riflettori non solo sulle contraddizioni interne alla figura del poliziotto, svelando ciò che si cela dietro la divisa, ma anche soprattutto su quelle interne allo Stato Italiano di cui il celerino è, storicamente, la sua rappresentazione più alta quando si parla di forze dell’ordine.
Conclusioni – Uno sguardo sull’attualità
Seppur sia evidente la visione d’insieme degli autori di questa saga, la serie propone comunque agli spettatori un terreno su cui gettare dei semi di riflessione affinché si trovi un modo per contrastare i venti di violenza. ACAB ci pone davanti a una serie di quesiti: esiste ancora la pura giustizia? Quanto è legittimo esercitare la violenza e fin quanto ci si può spingere per annientare sia un corpo, sia una mente? Dove risiede l’umanità? In un panorama mediatico segnato da guerre e scontri, urgono necessariamente delle risposte affinché la società possa progredire realmente seguendo lo spirito del bene comune, ammesso che ci sia il coraggio di cambiare.
