CapolavoriViale del tramonto di Billy Wilder: recensione di un capolavoro

Viale del tramonto di Billy Wilder: recensione di un capolavoro

Viale del tramonto (1950) di Billy Wilder è uno dei capolavori assoluti della storia del cinema hollywoodiano. A oltre settant’anni dalla sua uscita, continua a essere una delle opere che meglio raccontano il fascino e, al tempo stesso, la profonda disillusione di un’industria patinata solo in apparenza. È una riflessione metacinematografica sul mito di Hollywood, sulla fama e sul tempo che passa. Wilder intreccia noir, dramma e comicità con una naturalezza sorprendente, affidandosi a una sceneggiatura impeccabile e a delle interpretazioni memorabili.

Il film ottenne undici candidature agli Oscar, conquistando tre statuette per la Miglior sceneggiatura originale, la Miglior scenografia e la Migliore colonna sonora. Inoltre, è stato aggiunto al 16° posto nella classifica dei migliori film americani di sempre stilata dall’American Film Institute.

Viale del tramonto

Viale del tramonto – Trama

Joe Gillis (William Holden) è un giovane sceneggiatore di Hollywood squattrinato e cinico, perseguitato dai creditori. Nel tentativo di sfuggire al sequestro della propria auto, Joe si rifugia fortuitamente nel garage di una gigantesca e decadente dimora situata su Sunset Boulevard. La proprietà custodisce in realtà un fantasma del passato: Norma Desmond (Gloria Swanson), una delle più grandi dive del cinema muto, ormai completamente dimenticata dal pubblico dopo l’avvento del sonoro.

La donna vive reclusa in un mondo di nostalgiche illusioni, assistita solo dal fedele e misterioso maggiordomo Max (Eric von Stroheim). Non appena Norma scopre la professione di Joe, gli propone di revisionare una sceneggiatura da lei scritta, convinta che quel testo segnerà il suo trionfale ritorno sulle scene. Joe, spinto dal bisogno di denaro, accetta l’incarico, ma si ritroverà presto intrappolato in una vera e propria gabbia dorata soffocato dall’ossessione morbosa della diva e costretto a un pericoloso equilibrio tra la cruda realtà del presente e il delirio del passato.

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Viale del tramonto – Recensione

C’è una frase, enunciata dalla stessa Norma, da cui possiamo iniziare e che racchiude al meglio il significato intrinseco del film: “Io sono sempre grande, è il cinema che è diventato piccolo”. Con questo, veniamo coinvolti in una narrazione complessa e metacinematografica, che sottolinea con precisione il passaggio che avvenne dal cinema muto a quello sonoro. Una transizione che non piacque a tutti e che portò al cambiamento radicale del linguaggio cinematografico. 

Per tutta la durata della pellicola, siamo immersi nella storia di una ex diva del muto non propensa ad accettare lo scorrere del tempo; non tanto per quanto riguarda l’età adulta, anche se è comunque una tematica intrinseca alla trama, ma per la sua stessa idea di diva, per le attenzioni che crede di poter continuare a ricevere. Norma non è assolutamente disposta a cadere nell’oblio, perché questo significherebbe per lei accettare una cruda realtà.

Viale del tramonto

Un’ambientazione lugubre e gotica

Così come Norma, anche la sua gloriosa, eppure ora trascurata villa è ferma nel tempo. L’arredamento prevalentemente gotico, infatti, conferisce all’atmosfera un carattere lugubre e, al contempo, sottolinea l’ostinazione della protagonista nel voler rimanere ancorata a un passato ormai trascorso. Il mondo esterno intimorisce Norma, la quale preferisce vivere all’interno della sua realtà placcata d’oro e ricolma di se stessa, seppur fittizia, per continuare la recita in cui è ancora l’attrice più grande di sempre.

Tutto ciò è stato riportato sul grande schermo in maniera magistrale da Billy Wilder (Testimone d’accusa, L’appartamento, Sabrina) attraverso l’utilizzo delle luci e delle ombre, che incorniciano e risaltano le espressioni di Norma. Un elemento tutt’altro che secondario, se si considera il suo aperto rifiuto del cinema sonoro.

Hollywood, un terreno incerto

La presenza dello sceneggiatore Joe Gillis incarna la modernità e le difficoltà di un settore fin troppo chiuso. Nonostante sia una pellicola degli anni ‘50, è importante notare come anche oggi, guardando a questi personaggi, si riesca ancora a percepire il loro contrasto e come, paradossalmente, Joe ci sembri attuale. Il suo personaggio, infatti, è fondamentale per l’opera perché è colui che ci rivela esattamente come sono andati i fatti, senza alcun filtro della stampa hollywoodiana, come egli stesso afferma all’inizio.

Un flashback introdotto direttamente da Joe ci riporta indietro di sei mesi per svelare le contrapposizioni e le incoerenze del mondo hollywoodiano: da una parte un terreno in cui sbocciare, dall’altra un terreno arido dove poter appassire lentamente. In tal senso, la scelta della voice over di un personaggio già morto è ancora più significativa per comunicare il fulcro del racconto.

Ciò che ci viene restituito non è una testimonianza di una persona che ce l’ha fatta, ma di un racconto già concluso. E il film parla proprio di questo. Lo fa attraverso tutti i suoi personaggi, seppur in maniera differente, mantenendo un messaggio univoco. Norma è stata effettivamente una delle attrici più importanti di sempre, ma una volta tramontata, è stata dimenticata. Joe è uno sceneggiatore che vorrebbe imporsi nell’industria, ma non riuscendoci, va incontro a un destino fatale. Max, un tempo grande regista, è ora relegato tra le mura della villa e costretto a fare il maggiordomo, sottomettendo se stesso al servizio di Norma.

Viale del tramonto

Fantasmi del passato

Non mancano continui richiami al passato e alla grandezza del cinema delle origini, come la visione di film muti (in particolare La regina Kelly dello stesso Erich von Stroheim e con protagonista Swanson) in una delle sale della villa, o la presenza di vecchie personalità del settore, tra cui Buster Keaton, che all’interno di questo cosmo rappresenta un fantasma del passato. Vi sono inoltre richiami alla slapstick comedy, con Norma che interpreta Charlie Chaplin (Il grande dittatore) in un siparietto per Joe.

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Così come non mancano momenti più comedy, come la scena in cui il cappello di Norma viene sfiorato da un microfono tipico del cinema sonoro in uno degli studi della Paramount e lei lo scaccia via in maniera aggressiva. Sono anche tutti questi piccoli elementi che, uniti insieme, hanno reso il film impeccabile.

Viale del tramonto – L’epilogo tragico

La parte più drammatica risiede proprio nell’epilogo. La scalinata che percorre Norma, convinta di trovarsi sul set del suo nuovo film, avvolta da poliziotti e giornalisti – che lei scambia per membri di una troupe cinematografica – non fa che sottolineare ulteriormente la genialità di Wilder. Questa scena evidenzia pienamente il confine sottile tra illusione e realtà, tra cinema e vita, il tutto accentuato dall’interpretazione di Swanson, che restituisce una diva ormai completamente alienata dal mondo esterno. 

Ogni sua espressione teatrale, ogni movimento rallentato, contribuisce a costruire un’immagine di puro cinema nella sua forma più tragica. Il close-up finale, con Norma che si avvicina alla cinepresa, è un modo per interpellare lo spettatore, per rompere la quarta parete e comunicarci il messaggio del film o, probabilmente, un modo per Norma di farsi ammirare, ancora una volta.

Viale del tramonto racconta così il dramma di chi costruisce la propria identità sul consenso del pubblico e si ritrova improvvisamente a fare i conti con l’oblio. Norma vive intrappolata in un passato idealizzato, incapace di confrontarsi con la realtà. La paura di essere dimenticata e l’insita consapevolezza di non avere più un posto nell’industria cinematografica alimentano una spirale autodistruttiva, nella quale anche i gesti più estremi diventano un tentativo di tornare al centro dell’attenzione.

Viale del tramonto

Conclusioni

Viale del tramonto non è soltanto un’opera che mette a nudo le contraddizioni di Hollywood e di uno star system tanto affascinante quanto spietato. La sua forza risiede soprattutto nella capacità di comunicare non solo con i dialoghi, ma anche con gli sguardi, le luci e le ambientazioni. Wilder, che aveva già affermato la sua presenza nel cinema con altri capolavori come La fiamma del peccato e Geni perduti, con quest’opera consacra ulteriormente il suo nome come uno dei più importanti e memorabili registi della golden age hollywoodiana.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Una riflessione metacinematografica sul mondo di Hollywood. Attraverso la storia della diva decaduta Norma Desmond e dello sceneggiatore Joe Gillis, il film mostra il confine sottile tra illusione e realtà, evidenziando la crudeltà dello star system e il passare inesorabile del tempo. Un capolavoro da vedere almeno una volta nella vita.
Gabriele Stefani
Gabriele Stefani
Tutto è iniziato nel 2015 con il noir degli anni '40. Poi è arrivata la Laurea in DAMS, il thriller e la consapevolezza che il cinema non fosse soltanto qualcosa da guardare, ma una parte di me. Credo che un film non finisca con i titoli di coda e che la scrittura sia il modo migliore per continuare il dialogo con ciò che si è visto, dare forma alle emozioni e scoprire significati che altrimenti rischierebbero di rimanere nascosti. Proprio per questo amo scriverne.

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