lunedì, 19 Aprile, 2021
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A Bittersweet Life -달콤한 인생

Sono i rami a muoversi o è il vento? Quello che si muove non sono né i rami né il vento. Sono il tuo cuore e la tua mente. Sapremo accorgerci che la realtà che si muove attorno a noi è determinata dal nostro agire e disegnata dal nostro sogno più intimo? Una domanda di una profondità insopportabile per un film noir animato da gangster intenti a imbrattare tutto con sostanziose dosi di sangue. Eppure “A Bittersweet Life” è così: elegante ferocia umana al servizio di una filosofica riflessione che, sospesa, continua impertinente a infliggerci ferite.

La vendetta coreana degustata sul grande schermo è un piatto dal sapore violento e sublime: un po’ come divorare caviale e sorseggiare champagne senza preoccuparsi dell’ammontare del conto. Una suggestione pericolosa, perché il cameriere già scalpita per sottoporci il danaroso computo, eppure non si riesce a smettere di afferrare un altro boccone. La prodigiosa Trilogia della Vendetta di Park Chan-wook già ce lo aveva insegnato. Può essere distruttivo lasciarsi accompagnare dalla raffinata regia made in Korea in un viaggio di sangue tenendo per mano il desiderio di infliggere una punizione. E la vendetta, intesa come una fragorosa caduta nella disperazione, è lo stesso precipizio dal quale anche Kim Jee-woon sceglie di gettarsi: riversando tutte le sue indiscusse abilità di regia e ogni grammo di eccezionale buon gusto in una scellerata capitolazione nella violenza.

Il risultato è una vendetta in confezione deluxe: scenografie meravigliosamente eccessive prive di ogni invadenza, movimenti di macchina che rivelano sentimenti che i personaggi non ammetterebbero a parole e una maestria compositiva da applausi. Tanto da offuscare ogni dimenticabile difetto di sceneggiatura. Forse nemmeno vi accorgerete che esistono, tanto sarete immersi a districarvi tra un soggetto pulp (fiction), riposto in un noir crepuscolare alla Jean-Pierre Melville, caratterizzato da una estetizzazione della violenza di un certo cinema di Hong Kong (John Woo), sublimato in un finale alla Brian De Palma, con ‘Scarfaceiano’ galleggiare in acque tutt’altro che limpide.

A Bittersweet Life

“A Bittersweet Life” vede la luce nel 2005. Subito dopo l’horror psicologico abilmente strutturato “Two Sisters”, e immediatamente prima delle pellicole “The Good, the Bad, the Weird” – magnifico remake del capolavoro di Sergio Leone in chiave coreana, e “I Saw The Devil” trepidante e cattivissimo thriller. Kim Jee-woon è l’uomo del miscuglio tra generi dotato di un’insolita ironia: l’irrisione in questo caso non ha tanto a che fare con la commedia, quanto con il rapporto che l’autore intrattiene con i codici cinematografici chiamati ad assemblarsi.

“A Bittersweet Life” richiama già nel titolo un paradosso ossimorico. La vita del protagonista cambierà radicalmente, sarà minacciato, escluso, torturato, il tutto senza aver commesso un effettivo grave torto. Il suo desiderio di vendetta lo condurrà a domandarsi se la vita a lui possa ancora riservare il suo sapore dolce, o se, contrariamente, ‘la dolce vita’ rimarrà una scritta al neon illuminata dietro ad un bancone di un bar.

Il riferimento al capolavoro felliniano, evocativo, onirico, posizionato in bella vista nelle scene risolutive della pellicola sapranno rivelare molto delle scelte fatte sino a quel punto: ogni eccesso e ogni stonatura sapranno assestarsi all’interno di un tessuto narrativo che parrebbe fin troppo lineare, se non si rimanesse inebriati dai 120 minuti di smagliante vigore visivo.

“A Bittersweet Life” disegna la parabola autodistruttiva di Sun-woo (Byung-hun Lee – con il regista Kim in molti dei suoi film, ha recentemente raggiunto il pubblico da piccolo schermo grazie al k-drama “Mr. Sunshine”) con una forza figurativa e un’eleganza stilistica semplicemente stupefacenti. Dramma, desiderio e violenza in una storia d’amore dal romanticismo spezzato che spalanca le porte ad un melò sporcato con tanto sangue.

A Bittersweet Life

“S’innamorò della donna sbagliata e la sua vita divenne un inferno.” Così iniziano molte sventurate storie, così inizia anche quella di Sun-woo. Il giovane Alain Delon orientale si muove riversando sicurezza per i corridoi del suo lussuoso hotel. È un manager capace, e proprio per la sua affidabilità è fra gli uomini migliori di cui il boss criminale Kang possa avvalersi. Così implacabile e fidato da meritare che gli venga affidata persino la questione più delicata. Dovrà tenere d’occhio la giovane amante del capo, è necessario scongiurarne il tradimento. Qualora venisse a conoscenza di una reale infedeltà, dovrà uccidere.

Sun-woo non è mai stato innamorato, non perderebbe di vista l’obiettivo per nessuna ragione al mondo. Eppure dinnanzi ad una giovane intenzionata a vivere i suoi sentimenti senza paure, che sorride alla vita come lui non ha mai avuto il coraggio di fare, non riuscirà ad obbedire. Lei si chiama Hee-soo, ed è dannatamente la donna sbagliata. Mentre la tiene diligentemente d’occhio, Sun-woo perde ogni rigida convinzione. E se anche la sua vita potesse essere più dolce di quanto non lo sia mai stata? Ma trasgredire a un ordine non è cosa accettabile. Non per Mr. Kang. La giovane, sebbene le sia stata risparmiata la vita, non può dimenticare il suo vero amore. E al boss non resta che l’effimera soddisfazione di farla pagare allo sleale sottoposto, reo di non averle impartito la mortale punizione.

Un amore solo sussurrato, solo immaginato. Eppure così energico da decretare la sua rovina. E nella punizione del disobbediente Sun-woo che si concretizza la spettacolarità della pellicola. Perché non basteranno chiavi inglesi, pugni e coltellate a fermarlo. Anche la sua vendetta implora di essere compiuta. Scapperà mentre la fossa è pronta ad accoglierlo, quando la fine sembra essere già arrivata. Una necessità di rivalsa disperata, eccessiva, rigorosamente inutile. Mente e cuore sono stati vittima di un incantesimo che lo hanno spinto alla pietà, ora non intende provarne più per nessuno.

L’autore non costruisce nulla di inedito dal punto di vista narrativo, riadattando un intreccio noto al grande schermo. Lo scagnozzo abile e glaciale che avverte smuovere un sentimento sino ad ora inesplorato dentro di lui, e decide di assecondarlo. Gli occhi di lei, belli e fiduciosi, sanno distogliere dalla devota subordinazione. Così durante il periodo di assenza del capo ci si sente liberi di allontanarsi dagli obiettivi prestabiliti. Un binario narrativo già percorso, che richiama alla memoria l’indelebile Vincent Vega e la moglie del temibile Marsellus Wallace.

Eppure “A Bittersweet Life” non viene affatto scalfito dalla mancata originalità della trama. Il noir di Kim Jee-woon è un film semplicemente meraviglioso, con una regia curata e misurata, anche negli eccessi. Le scene d’azione sussultano di vitalità alla stregua di un moderno videogioco e i personaggi, pur rimbalzando da una parte all’altra dello schermo assestando e schivando colpi, si affidano agli sguardi più che alle parole per svelare il loro intimo. Il risultato è una pellicola che medita sui sogni interrotti a suon di sonore crivellate in pieno petto.

Non è un caso che siano i personaggi i primi a domandarsi il perché dell’inarrestabile vortice di violenza. Il personaggio principale, il criminale che nella sola occasione in cui non avrebbe dovuto si abbandona per la prima volta alla compassione, mette le doti empatiche dello spettatore a dura prova. Difficile perdersi nei suoi sguardi, ancor più complesso interpretare le poche parole che acconsente a pronunciare. E anche quell’amore trattenuto per la giovane donna del boss non afferra mai una parvenza di tangibilità. Vittime e aguzzini non ricordano le ragioni che li conducono alla carneficina. Quasi non ci fosse qualcosa per cui valga la pena lottare ma solo una condizione oggettiva e brutale alla quale non è possibile sottrarsi.

Ed è questa l’essenza unica e intrinseca di “A Bittersweet Life”: un inabissamento negli stilemi del gangster movie con le riserve d’ossigeno sufficienti a riemergere in superficie più volte, respirare atmosfere differenti, e sentirsi liberi di vagare altrove.

Kim Jee-woon realizza un’opera dall’enorme impatto visivo. Recide ogni psicologismo dei suoi personaggi ridotti a ruoli essenziali. Uno sguardo è sufficiente per invertire una traiettoria del destino, un rivolo di sangue basta ad accendere la ferocia più spietata, una lampada che si accende ritmicamente a diluire il tempo interiore del tormento. L’attenersi irreverente e pedissequo alle regole del gioco, cristallizzato nel progredire dei combattimenti che non a caso attraversano acqua, terra, fuoco e ghiaccio, approda in un finale perfetto. Perfetto nel disarcionare la tentazione di annoverare “A Bittersweet Life” come un opera stereotipata e di maniera. Personaggi e funzioni, movimenti di camera e elegante composizione, sono proprio gli elementi che, in questo caso, ci permettono di afferrare l’essenza dei desideri, nobili o distruttivi che siano.

Un film brillante e accurato, con una fotografia magnifica in cui dominano il rosso e il nero: il sangue e la notte che si rincorrono senza soluzione di continuità in una Seoul che per sensibilità scenografica rievoca la Los Angeles di Micheal Mann.

A Bittersweet Life

Kim Jee-woon forgia l’armatura di un gelido fuorilegge, dall’imperturbabile viso compiaciuto, regalandogli una metropoli impersonale e seducente in cui inseguire, picchiare e vendicarsi. Una città che ogni romantico troverebbe respingente, ma capace di attrarre ogni avanguardista di buon gusto. Le luci della città sudcoreana rimbalzano sui finestrini oscurati della auto di lusso, tra le vetrate degli hotel eleganti, tra i moderni edifici dai sudici scantinati di cemento e la facciata di cristallo. Kim è un regista interessato alla superficie, soprattutto quando luccicante. Ma ciò non è affatto un limite, perché è da questa che inizia a dissotterrare l’inconfessato.  Si sofferma sulle rifrazioni, sui riverberi. Ne esalta le dicotomie percettive, chiudendo il film in una indeterminatezza riflettente priva di semplici soluzioni.

“A Bittersweet Life” è una prodigiosa prova di quanto la pura estetica possa veicolare molto del nostro tormentato intimo.

PANORAMICA RECENSIONE

regia
soggetto e sceneggiatura
interpretazioni
emozioni

SINOSSI

Un gustosissimo noir action di scuola coreana, dalla qualità formale ineccepibile, attraversato da un'impetuosa tensione che si mantiene sempre alta per l'intero minutaggio narrativo. "A Bittersweet Life" è un inno alla generosa sontuosità estetica del cinema di Kim Jee-woon. Un'idea di cinema per cui nulla appare per caso e l'attenzione è pari per ogni dettaglio. Un vortice di vendetta, violenza e sogni infranti sulle vetrate riflettenti di un palazzone da metropoli. Un film da vedere, e ri-vedere.
Silvia Strada
Ama alla follia il cinema coreano: occhi a mandorla e inquadrature perfette, ma anche violenza, carne, sangue, martelli, e polipi mangiati vivi. Ma non è cattiva. Anzi, è sorprendentemente sentimentale, attenta alle dinamiche psicologiche di film noiosissimi, e capace di innamorarsi di un vecchio Tarkovskij d’annata. Ha studiato criminologia, e viene dalla Romagna: terra di registi visionari e sanguigni poeti. Ama la sregolatezza e le caotiche emozioni in cui la fa precipitare, ogni domenica, la sua Inter.

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