Che Fabio e Damiano D’Innocenzo si stiano cimentando nella settima arte nostrana rivoluzionandola con il loro personalissimo sguardo è un dato di fatto. Altrettanto evidente è il loro tentativo di costruire un corpus filmografico compatto, un affresco complesso di messa in mostra della periferia e delle brutture del sistema. Non è un caso, dunque, se con i loro lavori precedenti (La terra dell’abbastanza, Favolacce e America Latina), i fratelli hanno attirato a sé una certa attenzione mediatica e di critica, diventando in breve degli habitué dei festival europei di spicco – hanno infatti presentato tutti i loro lavori in anteprima fra il Festival di Berlino e quello di Venezia. Sorprende invece osservare come si cimentino nel territorio più pop della serialità. Dalla loro impresa nasce quest’anno Dostoevskij, la miniserie in sei episodi distribuita (scelta atipica) nelle sale e attualmente in streaming su Sky e Now per gli abbonati.

Dostoevskij: la trama della serie
Enzo Vitello (Filippo Timi) è un uomo di mezza età che sembra aver esaurito gli entusiasmi per la vita. Abita in una piccola e spoglia casa di periferia, che più che essere il suo nido sicuro appare una baracca maltenuta e impersonale. Ha perso la moglie, e sua figlia Ambra (Carlotta Gamba), tossicodipendente sulla cattiva strada, non lo coinvolge nella propria vita e anzi prende attivamente le distanze da lui. L’uomo lavora come poliziotto per una piccola centrale della sua cittadina, ma i suoi colleghi e sottoposti non lo vedono di buon occhio a causa del suo cattivo carattere. L’unico che si pone con lui in termini amichevoli è il collega Antonio (Federico Vanni), ma anche con lui Enzo tende a mostrarsi scostante e rissoso. La sola propulsione capace di trascinarlo avanti giorno dopo giorno è l’indagine che sta svolgendo da mesi, alla ricerca di un serial killer di zona.
Alla centrale, il criminale viene identificato come Dostoevskij per la sua abitudine a lasciare sul luogo del delitto lunghe lettere in cui descrive i gesti compiuti e i suoi sentimenti al riguardo con toni lirici e derive concettuali. In un moto perpetuo di testardaggine, Enzo si concentra giorno e notte sulla ricerca dell’omicida. Presto la sua missione professionale si fa ossessione: le pareti della sua stanza si tappezzano delle lettere del killer, che abita ogni sua conversazione e pensiero. In breve, la smania unita ad una sua già presente anti-socialità gli fanno perdere il focus su quanto sia legittimo e morale. Quando in centrale arriva un nuovo poliziotto, evidentemente assunto per prendere il suo posto, l’indagine trascende lo spirito di squadra poliziesco per farsi personalissimo assillo di Enzo. Fra incontri sporadici con la figlia, da lei poco graditi, l’uomo prende allora le redini della ricerca.

Dostoevskij: la recensione
Quello a cui ci hanno abituato i fratelli D’Innocenzo negli anni è lo stile di chi non ha paura di osare. L’impronta di chi conosce chi li ha preceduti, assorbe la lezione ma non teme di compiere un passo in avanti. Un passo denso di consapevolezza per il quadro sociale che scelgono di ritrarre, con cornici ambientali di periferia spesso piccolo borghese (ma talvolta anche direttamente proletaria) colta nei suoi meccanismi più viziati. Un veicolo di critica sociale, dunque, in cui le colpe più che alle personalità dei singoli vengono addossate ad un sistema che li ha insieme assecondati e compressi. Fabio e Damiano D’Innocenzo, forti del successo delle esperienze precedenti, si rifanno ad una comfort zone tematica che di “comfort” ha in effetti molto poco, mettendo sistematicamente in difficoltà lo spettatore e delineando un corpus filmico coeso e organico, ma mai monotono.
Non stupisce allora che nell’ideazione di un prodotto seriale la loro attenzione si sia nuovamente rivolta a questo tipo di costanti. Con Dostoevskij la narrazione si frammenta in sei porzioni – della durata oscillante fra i quaranta minuti e l’ora circa – ma l’impronta resta quella personalissima dei registi e autori. La vicenda si muove entro i confini di una periferia spoglia, fra fumose centrali della polizia e abitazioni povere. Non ci è necessario localizzarla nello specifico, perché è un tipo di realtà che qualsiasi spettatore conosce. Una cornice di spazi sconfinati ed esistenze isolate, in cui si ignora la vita dell’altro a patto che essa non tanga la propria. Un ambiente statico, silenzioso, in cui le mosse decise di un omicida risuonano più di quanto farebbero in altri contesti, sconvolgendone le fondamenta sino in profondità.

Dostoevskij: un protagonista noir
In questo quadro si colloca l’inedita performance di un Filippo Timi sorprendente. Lo troviamo alle prese con un personaggio, quello di Enzo, direttamente emerso dalla tradizione del noir hard boiled. Come il più classico degli agenti interpretati da Humphrey Bogart, anche il protagonista di Dostoevskij è cinico e disincantato rispetto alla realtà che lo circonda – sia quella professionale della stazione di polizia che quella generale del contesto in cui vive. È angosciato da trascorsi bui, da un caso apparentemente irrisolvibile e dall’assenza di una figlia, Ambra, a sua volta turbata e turbolenta, che di tanto in tanto suo malgrado fa capolino nelle giornate del padre. Non sembra interessato a costruire rapporti umani confortanti, né a vivere un’esistenza soddisfacente (men che meno sana). Si esprime in modo schietto, per mezzo di battute concise e taglienti che traducono il suo individualismo e la sua mancata propensione all’empatia.
Enzo è un protagonista dalla bussola morale mal tarata, che finisce per diventare giustiziere percorrendo vie che la sua professione (e più in generale la legalità) gli vieterebbero. Il suo sguardo sul mondo è perennemente pessimista, ma nonostante questo non riesce a frenare la sua sete di giustizia nei confronti di un’indagine impossibile. Nella sua parabola, il caso Dostoevskij da semplice incarico si tramuta in assillo febbrile verso cui sviluppare accanimento e in cui far sfociare furie a lungo trattenute. Alla luce di altrettanti meriti che emergono dalle puntate – l’attenta regia in pellicola, l’assenza di timore registico di fronte alla crudezza, la volontà di assecondare stati e silenzi – diventa forse proprio il protagonista il magnete più immediato per la fruizione della serie: il piccolo schermo è abitato da molti antieroi, ma di tormentati come Enzo Vitello ne abbiamo ancora (purtroppo) visti pochi.

