Wildhood – la recensione del film di Bretten Hannam

Nel 2021 Bretten Hannam, noto principalmente per il suo operato in qualità di sceneggiatore di film ma soprattutto di cortometraggi, scrive e successivamente dirige Wildhood, suo secondo lungometraggio da autore e primo da regista autonomo. Si tratta di un originale e riuscito coming of age movie, che si concentra dunque sulla transizione dall’adolescenza all’età adulta del suo protagonista. La pellicola è canadese, sia di ambientazione che di produzione (fattore non secondario, considerando quanto questo elemento tenda a permeare l’identità stessa della pellicola in modo definitivo e sostanziale). Il film, della durata di 108 minuti e basato sul lungometraggio Wildfire dello stesso Hannam, è stato presentato lo scorso settembre in anteprima al celeberrimo TIFF, il Toronto International Film Festival, dove ha riscosso il plauso della critica.

La trama del film

Il giovane Lincoln (Phillip Lewitski) vive gli ultimi anni della sua adolescenza in un contesto ostile. Dopo la morte della madre, infatti, il ragazzo è costretto ad avere a che fare con la figura paterna (Joel Thomas Hynes). Quest’ultima, tendenzialmente assente, quando palesa la propria presenza lo fa per mezzo di atteggiamenti ostili e violenti. Le giornate di Lincoln sono però rischiarate dal rapporto col il fratellastro minore Travis (Avery Winters-Anthony), con cui condivide avventure e, soprattutto, sventure. Un giorno, quasi per caso, Lincoln viene a scoprire che il padre ha mentito circa la morte della madre: la donna, ancora viva, è stata allontanata dalla famiglia per volere dell’uomo.

Il giovane, allora, sente il bisogno di mettersi sulle tracce della figura materna, sino ad allora creduta defunta. Il piccolo Travis, anche in questo caso, sarà al suo fianco nell’estenuante ricerca. Ma non sarà il solo compagno di viaggio di Lincoln, perché poco dopo l’inizio della turbolenta avventura i due fratelli faranno la conoscenza di Pasmay (Joshua Odjick), una curiosa figura letteralmente sui-generis (definita two-spirit dalle popolazioni indigene del nord America). Quest’ultimo offrirà loro aiuto e conoscenza, finendo per diventare – in particolar modo per Lincoln – una figura di riferimento nella componente spirituale della sua ricerca.

Wildhood

Wildhood: un coming of age genuino, onesto e in definitiva pienamente riuscito

A fronte di un panorama purtroppo sempre più florido di film di formazione riusciti solo a metà (o, più spesso, direttamente deludenti), è legittimo affermare a pieno titolo che, per molteplici ragioni, Wildhood costituisce un esemplare di coming of age movie pienamente riuscito e discretamente eseguito. La pellicola, oltre a focalizzarsi in modo attento e rispetto sul suo personaggio principale, è gradevolmente coadiuvata da un’interessante riflessione (pressoché inedita, in film di questa natura) sul rapporto fra fratelli. Ma, come è giusto che sia, il lungometraggio è inevitabilmente incentrato soprattutto sul protagonista, Lincoln, e sulla parabola che quest’ultimo vive in un periodo delicato della propria esistenza, di transizione e insitamente pregno di incertezze. Lo spettatore trova davanti ai propri occhi, dunque, un personaggio principale già ragazzo, quasi adulto ma forse a tratti ancora un po’ bambino, costretto dal contesto che lo circonda a crescere tutto d’un colpo, probabilmente troppo in fretta.

Trattandosi di un coming of age di stampo, almeno in parte, evidentemente indipendente – quantomeno a livello di toni e tecnica – Wildhood mantiene un certo livello di grezza genuinità, di gradevole verità. Onestà che, naturalmente, si riflette sia sul livello visivo che su quello narrativo (salta alla mente, in tal senso, il caso speculare di Mai raramente a volte sempre che, per quanto estremamente distante a livello narrativo, condivide con il film di Hannam le caratteristiche sopracitate). La produzione pare non preoccuparsi troppo della cornice estetica – atteggiamento non necessariamente negativo, ma anzi, in questo caso, evidentemente vincente. Il che, certamente, non implica in modo meccanico che si tratti di un brutto lungometraggio a livello visivo. Solo, la pellicola (e chi l’ha realizzata) sceglie di concentrarsi, apprezzabilmente, anche e soprattutto sul contenuto, lasciando da parte orpelli estetici fini a se stessi.

La regia, nonostante questa apparente patina di scarsa cura visiva, si dimostra particolarmente acuta e dà prova di una puntuale e marcata intelligenza. Intelligenza testimoniata, ad esempio (uno fra i tanti che potrebbero saltare alla mente a visione ultimata) nell’uso accorto che viene fatto del MOS – la tecnica di annullamento del sonoro della singola scena – in momenti catalizzanti: quello dello sfogo frustrato e rabbioso di Lincoln a seguito della scoperta relativa alla madre e dell’ennesimo episodio violento del padre, ad esempio, ma anche le parentesi di ricongiungimento familiare che hanno luogo nell’ultima parte della pellicola. La regia, nel caso di Wildhood, non si limita a registrare passivamente, ma riflette in moto molto acuto su ciò che accade davanti alla macchina da presa per restituirlo allo spettatore nel modo più intelligente e valorizzante.

La macchina da presa, peraltro, viene utilizzata in modo curioso durante l’intero minutaggio della pellicola nella misura in cui non si dimostra sempre canonicamente fissa e immobile. Il riferimento non è a vari e eventuali movimenti di macchina, che pur si reperiscono in Wildhood, ma ad un volontario tremolio. Quest’ultimo, solo in apparenza sintomatico di una scarsa cura registica, si dimostra in realtà un elemento estremamente sensato in quanto permette allo spettatore di rispecchiarsi al meglio nel fragile stato emotivo del protagonista dando al contempo la percezione di uno squarcio rubato di intimità, accrescendo i livelli di credibilità e verosimiglianza.

WIldhood

Nella sua totalità, Wildhood può in tutta tranquillità dirsi un lungometraggio efficace e discretamente riuscito. Il pubblico, fruendolo, si trova di fronte ad un film gradevole e intenso, colmo di spiritualità (sebbene non in accezione prettamente religiosa) e personalità. Si tratta di una pellicola sia urlata che sussurrata, sia irruenta che delicata, miracolosamente credibile quando si manifesta in entrambe queste modalità. Il che, indubbiamente, è sintomatico di un lavoro accurato, studiato e ponderato.

PANORAMICA RECENSIONE

regia
soggetto e sceneggiatura
interpretazioni
emozioni

SINOSSI

Wildhood, scritto e diretto da Bretten Hannam, è un coming of age delicato e al contempo irruento, molto studiato e ponderato, in definitiva discretamente riuscito,
Eleonora Noto
Eleonora Noto
Laureata in DAMS, sono appassionata di tutte le arti ma del cinema in particolare. Mi piace giocare con le parole e studiare le sceneggiature, ogni tanto provo a scriverle. Impazzisco per le produzioni hollywoodiane di qualsiasi decennio, ma amo anche un buon thriller o il cinema d’autore.

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