Con Un bon petit soldat, presentato in concorso per il Leone d’oro alla 83 Mostra del Cinema di Venezia, Stephane Brize dimostra che il proprio talento non è leggero e neanche casuale e che la militanza può essere arte. Con Le occasioni dell’amore, sempre presentato nella kermesse lagunare nel 2023, il regista già aveva dato prova di saper gestire trame apparentemente semplici, potenzialmente banali o più intime (un amore ritrovato a distanza di anni), con uno sguardo ed una profondità tali da renderle particolari, toccanti e memorabili.
Ora torna sul suo campo di battaglia ideale, il tessuto socio-lavorativo, raccontandoci perfettamente una storia di mobbing, sfruttamento lavorativo, e impietosa gestione di azienda.

Un bon petit soldat – Trama
Carla (Alba Rohrwacher) per diventare responsabile delle risorse di una grande compagnia assicurativa ha sacrificato tanto: città in cui vive, matrimonio e anche il tempo passato insieme con il figlio. Ora deve curare una campagna pubblicitaria che ricollochi la sua azienda sul mercato come luogo appetibile in cui lavorare.
Il capo della società (Vincent Lindon), non ama le mezze misure e vuole un risultato patinato, lei invece è più attenta alle sfumature. Ovviamente Carla deve adattarsi a questa linea editoriale. Ma quando le capita un episodio di mobbing, indifendibile ed aggressivo, tra le fila del personale di cui è responsabile, la donna è costretta a prendere una decisione non facile, che le costa più di quello che riesce ad immaginare.
Un bon petit soldat – Recensione
Anche senza scomodare il grande Ken Loach, si può capire tanto del ragionamento economico e manageriale di un’impresa contemporanea da Un bon petit soldat. La logica del profitto, il calcolo dietro ogni scelta organizzativa, amministrativa, di mercato, pubblicitaria, calcolo volto a massimizzare il bene dell’azienda, la patina di vittoria, fiducia ed accoglienza che deve restare vivida nell’immaginazione dei clienti e dei potenziali giovani brillanti dipendenti, una complessiva inerzia nel non prendere mai posizioni scomode, scegliendo, mal che vada, il male meno rumoroso, che sarà dunque il male minore.

Nonostante la vicinanza che Carla dimostra verso i propri dipendenti, l’incentivo al dialogo, i corsi parateatrali per incrementare, come si dice in gergo, la forza, la consapevolezza e l’unione del team, non esiste reale solidarietà nelle file che lei gestisce. No. Tutti sanno tutto, anche e soprattutto il male, ma nessuno agisce. Perché non conviene agire, perché ogni risorsa umana è innanzitutto un costo in termini di stipendio, diritti connessi e formazione, perché bisogna tenere a galla solo i performanti, non chi rallenta.
Logica d’impresa impietosa e assenza di sfumature
Si deve dare più del cento per cento. E lo si deve fare presto e bene. Altro non conta. Non verrà mai ammesso esplicitamente ma il sottotesto di ogni iniziativa imprenditoriale resta questo. Per chi rallenta il destino è segnato, perché l’azienda non fa beneficenza, l’azienda appare e fattura.
“Alcuni si avviano verso la porta d’uscita da soli”: dice il capo di Carla, redarguendola sulla sua ingenuità nel segnalargli il caso di disfunzione lavorativa che le era capitato sottomano, la difficoltà nell’ignorarlo, la possibilità di uscire dall’impasse con un trasferimento, ma niente di tutto questo viene preso mai in considerazione. Chi non regge, se ne va; e si avvia alla porta da solo. Prevede autonomamente l’inevitabile.

“Creiamo quello che teniamo e teniamo quello che creiamo”, chiosa sempre Lindon rivolto a Carla: dentro certo palazzi si danno vita a dei mostri non a delle compagnie lavorative, dei giganti fagocitanti vite, assolutamente inscalfibili. Il peso dell’umano inascoltato resta tutto sulle spalle di chi, in qualche modo, resta, abiurando al proprio senso etico o ai propri sensi di colpa, facendo di sé stesso il piccolo buon soldato cui il titolo fa riferimento.
Emblematiche sono le due riunioni di società ad inizio e fine film in cui qualche timida idea personale rispetto allo spot pubblicitario aziendale da promuovere in tutti i modi si fa avanti all’inizio, ma appena il capo prende la parola per dire egemonicamente la sua tutti si accordano ed il vento inizia a tirare in un unica direzione. Il piccolo buon soldato in questo caso abbassa la mano alzata, rinuncia al proprio intervento, tira una riga sul foglio, lo gira dall’ altra parte e tace.
Sceneggiatura nitida, scelte coraggiose, dialoghi cruciali approfonditi
Ottima sceneggiatura che insiste su dialoghi cruciali portandoli fin nel cuore delle loro contraddizioni, come le varie capitolazioni che devono subire i dipendenti rispetto alla logica del sacrificabile, del risultato a qualunque costo, un bagno di realtà lavorativa che non è mai rose e fiori e lascia freddi e intimamente turbati.
Il film è portato avanti con lucidità e nettezza, a volte le riprese tradiscono una mano non ferma voluta, come se fossimo di fronte ad un documentario, aumentando il senso di realtà concreta, già molto forte, un verosimile scarno, spigoloso e significativo, che ben si attaglia ad un nervo di denuncia ed aumenta l’intrinseca urgenza di questa presa di posizione.

Carla fa quello che deve fare, ma perde tutto, smarrisce se stessa, il rapporto con il figlio, al quale impone gli stessi standard di perfezione che l’hanno vista trionfare in un mondo lavorativo di inferno, annega la propria coscienza e la famiglia, quel poco di contatto con l’umanità che al di fuori del suo ufficio le permetteva di tornare a sentirsi liberamente se stessa.
Un bon petit soldat – Cast
La Rohrwacher offre una prova estremamente convincente dell’esasperazione crescente e di certa delusione attonita che la pervade come essere umano tradito nei propri sforzi e nelle proprie aspirazioni. Un individuo vincente ma sconfitto, in tutto e per tutto, che della sua fredda vittoria non sa più che farsene, senza più perimetro identitario ed etico, senza più la barra della giustizia.
Lindon mette a disposizione del film un nervo elettrico ed aggressivo, che torce la volontà ragionevole dell’altro, atterrandola sull’unico piano per lui ricevibile, ossia quello dell’utile e dell’inutile. Nota di merito anche per una colonna sonora fatale ed incisiva a cura di Bertrand Bressling.
Un bon petit soldat si schiera in un campo molto difficile da narrare, complesso, doloroso e diffusissimo, testimoniando che una coscienza sociale è ancora possibile, è dovuta, è costruibile, e che da essa può nascere dell’ottimo cinema.
